AFFABULAZIONE ATTORNO A PASOLINI (III)

di Antimo Mascaretti

Che le riflessioni leopardiane espresse nello “Zibaldone”, circa la poesia ed il compito del poeta, siano implicitamente estese anche alle altre arti, pur nella ovvia considerazione della diversità dei rispettivi linguaggi, certo non poteva sfuggire ad una mente acuta quale quella di Pasolini, avida per di più, di acquisire i necessari strumenti adeguati per confrontarsi con la realtà dell’esistenza. Né va dimenticata l’esperienza del poeta durante gli studi all’Università di Bologna, esperienza così fondamentale e formativa (come si desume anche da un testo degli anni ’70,a commento in occasione della pubblicazione del volume nella collana “I Meridiani” di Mondadori, nel quale Gianfranco Contini aveva raccolto studi longhiani, col titolo: “Da Cimabue a Morandi”), da essere determinante per il poeta, per una apertura mentale nelle problematiche dell’arte, al punto che in un primo momento, Pasolini aveva in mente di discutere la propria tesi di laurea con Roberto Longhi, ripiegando successivamente su un’altra passione profonda, la poesia del Pascoli, solo per opportunità di tempo ed incomprensioni di poco conto con il grande critico d’arte.

Pasolini si dedicò a lungo alla pratica dell’arte, attraverso il disegno, la tempera e la pittura ad olio su faesite, fin dagli anni dell’adolescenza. Parallelamente i suoi interessi verso le arti figurative sono testimoniati da diversi studi e piccoli saggi, alcuni dei quali rimasti inediti fino alla morte dell’artista. Questa attività artistica nell’ambito della pittura, è stata scarsamente presa in esame da parte degli studiosi del poeta, in quanto ritenuta “attività secondaria e parallela”, alle opere letterarie nel corso della sua evoluzione. Più una sorta di diario intimo figurato, che vere esperienze artistiche compiute, degne di attenta analisi in riferimento puntuale all’opera complessiva. Non credo che questo atteggiamento critico sia condivisibile, e per diverse ragioni.

Intanto l’esame di quei lavori artistici molto rivelano del poeta, come è ovvio, sul piano psicologico, specie l’insistere con innumerevoli autoritratti, disegni ed opere a tempera, quasi a fermare momenti diversi e significativi della trasformazione fisica del proprio corpo e del proprio essere. Ma vanno prese in considerazione quelle opere, in senso più vasto, perché pongono interrogativi e qualificano scelte espressive ben chiare e decise. Superati gli anni di formazione, Pasolini arriva a Roma agli inizi degli anni ’50 dello scorso secolo, e certo, nella sua onnivora cultura non poteva essere ignaro di quanto andava accadendo sul fronte delle arti figurative, dove, a partire dagli ultimi anni della seconda guerra mondiale, nuovi movimenti artistici si andavano diffondendo in Europa ed anche nel nuovo continente. Anche in Italia, il clima era quello degli anni del “l’informale”, l’art brut teorizzata da Tapié, e successivamente, delle tante esperienze “rivoluzionarie” come lo spazialismo di Fontana o i “sacchi” di Burri, per citare solo le punte di diamante di fenomeni artistici complessi e diversificati secondo le variegate personalità degli autori. E’ ben curioso dover constatare, nel leggere gli scritti critici del poeta, una assenza quasi totale di riferimenti a tutto quel nuovo fermento, se si eccettuano alcuni interventi marginali e d’occasione (come la presentazione in catalogo di una mostra di Andy Warhol). Nemmeno la nota polemica tra realismo ed arte astratta sembra averlo interessato, né nella sua ideologia marxista, pare entusiasmarlo quella pittura del “realismo socialista”, una pittura propriamente ideologica, che pure in Italia vede impegnato in prima linea un Guttuso, artista apprezzato da Pasolini e presentato spesso in varie esposizioni di quegli anni. Nonostante queste scelte decise nel gusto e nell’impostazione ideologica, lo sperimentalismo in quegli anni non è estraneo al poeta, ed in campo letterario lo vede impegnato nell’elaborazione di un linguaggio, tra dialetto e lingua istituzionale, come si può constatare dai due suoi romanzi d’esordio “Ragazzi di vita” ed “Una vita violenta”. Una sperimentazione linguistico/ideologica difficile e decisamente nuova da costringere l’autore ad anni di elaborazioni (quattro anni solo per scrivere “una vita violenta”), che non si può certo considerare l’equivalente letterario di una pittura realistica così come la intendeva, ad esempio, Renato Guttuso.

Pasolini, in quegli anni romani di inizio degli anni ’50, è pur vero, diradò il suo lavoro di disegnatore e pittore, per riprenderlo in maniera sistematica solo dopo l’acquisto della torre di Chia, (negli ultimi anni della sua vita), ma disegni bellissimi ed espressivi si rilevano anche negli anni ’60, come i ritratti di Maria Callas, durante le riprese del film “Medea”, eseguiti con materiali vari, d’occasione e resti di cibo e verdure come colori. All’interno dello spazio della torre di Chia, Pasolini fece realizzare un grande e luminoso studio tra la bellissima vegetazione del posto, in quel luogo dove intendeva ritirarsi dopo aver abbandonato la vita pubblica di scrittore e regista internazionale. Intanto, nel corso degli anni, non si registrano, tra i tanti interventi sulla stampa, interessi verso quell’arte a lui contemporanea che pure suscitava polemiche e clamori giornalistici. L’interesse pittorico pasoliniano è fisso sulla grande pittura di Piero della Francesca, di Masaccio e Masolino e dei grandi manieristi che aveva conosciuto a Bologna attraverso le lezioni del Longhi. Quella “maniera” da cui trapela una pittura drammatica, di coscienze in dubbio poste di fronte ad un nuovo modo adeguato di rappresentazione del dramma dell’esistenza. Questa formazione mentale giovanile, di gusto e di corrispondenze ideali, la si ritroverà costante nella “figuratività” cinematografica del poeta.

Costante è in Pasolini l’interesse per la lingua, in un rapporto ineliminabile tra lingua/poetica/realtà, in maniera che la poesia, attraverso un linguaggio idoneo, di volta in volta scelto, risulti intrisa di quanto di più problematico la realtà sociale presenti nei tumultuosi cambiamenti di quegli anni.

Chi ha vissuto quel clima politico e sociale ricorderà che, per i più, non fu facile capire le varie posizioni politiche del poeta. Non era facile neppure per quelli schiarati a sinistra, che anzi, finivano per essere i più acerrimi avversari del pensiero pasoliniano così libero e sempre aderente alla realtà in mutamento, ben distante dalle logiche di schieramento e da una ideologia che era diventata una vera camicia di ferro che impediva di cogliere appieno il reale, anziché illustrarne le contraddizioni.

Certamente l’idea di Gianni D’Elia che vede Pasolini continuare, in isolamento totale, quella idea di poesia come azione che trova antecedenti in Dante e Leopardi (il Leopardi de “La ginestra”), ha un fondamento di verità (E’ questo un altro spunto che meriterebbe interi trattati di approfondimento). Il poeta diventa l’ultimo combattente di un potere incapace di vedere, (e meno che mai di fare opposizione e contrastare), la metamorfosi che sta trasformando tutti, anche la vecchia classe operaia, in un popolo di consumatori conformisti. Nella sua costante ossessione per il linguaggio più idoneo alla rappresentazione del reale, arriva il momento per Pasolini di scegliere il cinema “lingua scritta della realtà”, come la forma espressiva più idonea alla sua battaglia di opposizione, un linguaggio che rispetto al romanzo, non avrebbe parlato soltanto a centomila persone ad esempio, ma ad un pubblico molto più vasto. Ciò che nessuno notava e comprendeva appieno era “l’artista” Pasolini che spingeva l’intellettuale verso una raffigurazione poetica di un reale torbido e ricco di macchinazioni politiche. Che importanza potrebbe avere oggi, interessarsi alle polemiche sui suoi film o anche ai tantissimi processi penali (assurdi) per oscenità, che colpirono le sue realizzazioni e anche i suoi romanzi? Questa è ormai materia per gli appassionati ed i cultori di storia, a me invece interessa che sia ben messa in evidenza la “novità” assoluta di certe opere, la loro arditezza concettuale e le grandi difficoltà affrontate dall’artista nel realizzarle. I temi di quelle opere, non solo hanno dato luogo a momenti altissimi di bellezza e poesia, ma sono ancora la brace sulla quale noi stessi, a distanza di cinquanta anni, nelle contraddizioni di questa società, contraddizioni insanabili ormai (hai voglia a ritardare l’uso dei termosifoni, fermare le auto per qualche giorno, o regalare mance per tentare di emarginare la povertà e l’emarginazione…) bruciamo.

(Continua)

06/11/2017, Antimo Mascaretti

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