LA NASCITA DI UN MITO: LA GIOCONDA

di Lidia Borella

La Gioconda, nota anche con il nome Monna Lisa, è uno dei quadri più famosi al mondo, è un dipinto di medie dimensioni: olio su tavola di legno di pioppo, 77 per 53 centimetri, attualmente esposto in una sala del Museo del Louvre; si calcola che ogni anno sia ammirato da circa sei milioni di persone.

Ma chi era Monna Lisa nella realtà?

Giorgio Vasari nato a Firenze nei primi anni del Cinquecento e autore dell’opera “Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori e scultori da Cimabue insino a’ tempi nostri” pubblicata per la prima volta nel 1550, racconta la biografia di più di 150 artisti tra i quali anche Leonardo e le sue opere.

E’ un trattato ricco di notizie, la prima vera e propria storia dell’arte italiana, dove il Vasari scrive che Leonardo inizia a fare, per il mercante Francesco del Giocondo, il ritratto della moglie Lisa Gherardini.

Nella biografia del Vasari il ritratto si inquadra nel periodo 1501-1506; Leonardo avrebbe lavorato saltuariamente per alcuni anni al dipinto, senza terminarlo e portandolo con sé a Milano quando vi si trasferisce.

Questo potrebbe essere plausibile perché Leonardo dipingeva lentamente, con continui ripensamenti: era un perfezionista e per questa ragione molte delle sue opere sono rimaste incompiute. Sembra inoltre che il quadro non sia mai stato consegnato al suo committente.

E’ il ritratto di una donna seduta, col busto girato verso sinistra mentre il volto è quasi frontale, con una leggera torsione tra la testa e le spalle.

La mano sinistra poggia sul bracciolo di una poltroncina di legno e lo stringe delicatamente e la mano destra è appoggiata sul dorso della sinistra.

I capelli ricadono arricciati in piccoli boccoli, sul capo porta un velo nero trasparente. Ai due lati si intravede una balaustra, come quella di un balcone e sullo sfondo vi è uno splendido paesaggio.

Gli occhi sono castani e sembrano guardare lo spettatore.

L’espressione enigmatica della Gioconda nasce dagli occhi e dal sorriso appena abbozzato; il risultato è dovuto alla tecnica dello sfumato, applicato agli angoli degli occhi e della bocca, i punti in cui si concentra l’espressione del volto, la tecnica conferisce al dipinto la sua espressione indecifrabile.

Nello sfondo si vedono rocce, acque, le anse di un fiume, ma nessun albero, e neppure animali e uomini.

Secondo alcuni studiosi Leonardo non dipinge il paesaggio contemporaneamente alla figura (tra il 1501 e il 1506), ma circa dieci anni dopo; che sia reale o interpretato, il luogo è identificato con la valle dell’Arno, nei pressi della gola di Pratantico. Sulla sinistra del dipinto si scorge un ponte con più arcate, si tratta di un ponte romanico sull’Arno, costruito verso la metà del Duecento e dove, ancora oggi, passa l’antica via Cassia.

Particolarità di questo e di altri dipinti del pittore è la prospettiva aerea, un’invenzione di Leonardo, che fu il primo a teorizzarla e a metterla in pratica.

E’ un procedimento che definisce le distanze in base al colore e alla nitidezza delle immagini dovute alla lontananza; più gli oggetti sono lontani dall’osservatore, più i loro contorni sono sfumati e il loro colore tende al grigio-azzurro e all’azzurro chiaro.

Ma perché il quadro si trova a Parigi e non in un museo italiano?

Nel 1516 Leonardo si trasferisce in Francia presso la corte del re Francesco I che gli concede un ricco stipendio e una dimora elegante, in cambio della creazione di costumi, scenografie, animali meccanici … per le feste di corte.

Leonardo porta con sé in Francia alcuni dipinti: San Giovanni Battista, Sant’Anna, La Vergine e il Bambino con l’Agnello e la Gioconda.

Con l’anziano maestro si trasferiscono anche due dei suoi allievi: Gian Giacomo Caprotti detto il Salai e Francesco Melzi, che resterà con Leonardo sino alla sua morte, avvenuta il 2 ottobre del 1519.

Il Salai invece ritorna in Italia nel 1518, Leonardo, che era molto legato al giovane, gli regala alcuni quadri, che il Salai vende al re Francesco I, tra essi anche il ritratto di una donna italiana chiamata Monna Lisa. Quindi il quadro non è tra le opere trafugate dall’Italia da Napoleone, ma viene acquistato dal re di Francia, anche se non è stato direttamente Leonardo a venderlo.

Dal 1540 la Gioconda ha soggiornato nel castello di Fontainebleau, tra il 1682 e il 1695 viene trasferita nella reggia di Versailles, nel 1760 il marchese di Marigny, conservatore della collezione reale, la tiene nel proprio ufficio, dietro alla sua scrivania, dal 1792 con la Rivoluzione e la fine della monarchia, la Gioconda viene citata nelle opere da ricollocare e nel 1800 suscita l’ammirazione di Napoleone che la porta al palazzo delle Tuileries, nella sua camera da letto.

Nel 1804, quando Napoleone diventa Imperatore, fa riportare il dipinto al Louvre perché tutti lo possano ammirare.

Oggi è protetta di una cassaforte in lastre di vetro, ma in passato non era così.

Fino al 1911 la Gioconda era famosa principalmente presso una cerchia di studiosi, pittori, appassionati d’arte, ma non era ancora un’icona.

Lo diventa anche a causa del suo furto, avvenuto nel 1911.

Il 22 agosto di quell’anno una telefonata scuote la routine della gendarmeria parigina: dal Louvre denunciano il furto della Gioconda.

Il giorno dopo vengono ritrovati nel museo la cornice e il vetro del quadro; iniziano così gli interrogatori di tutti i dipendenti e delle maestranze esterne (in particolare degli operai italiani, muratori, stuccatori, imbianchini, visto che Leonardo era italiano).

Il 28 agosto Gery Piéret, segretario dello scrittore Apollinaire fa recapitare al Paris-Journal un busto di origine fenicia per farlo riconsegnare al Louvre, furto da lui effettuato per dimostrare l’inefficienza del sistema di sicurezza del museo, a questo punto le indagini si spostano nel cuore della Parigi bohémienne, tra i pittori e i poeti: il 7 settembre viene arrestato Apollinaire, che resterà in carcere da innocente per otto giorni.

Circolano diverse voci sul furto, tra cui un probabile viaggio del giovane Modigliani, da Parigi al sud della Francia, per consegnare un pacco a Gabriele d’Annunzio, ospite nella villa di una ricca signora francese, per sfuggire ai numerosi creditori italiani; d’Annunzio secondo questo sospetto potrebbe aver commissionato il furto per riconsegnare la Gioconda all’Italia.

Si racconta anche che Picasso abbia dipinto una copia del quadro, con i colori originali dell’epoca reperiti da un restauratore, perché l’originale era stato promesso ad un committente americano.

Quando le indagini sembrano essere ad un punto morto e tutto il clamore del fatto si è ormai spento, il 13 dicembre 1913, in Italia, viene arrestato Vincenzo Peruggia, ex operaio al Louvre, mentre cerca di rivendere il quadro rubato ad un antiquario.

Prima della restituzione all’opera viene concessa una tournée in Italia, presso gli Uffizi a Firenze e a Roma presso Palazzo Farnese e la Galleria Borghese.

Quando Monna Lisa ritorna a Parigi trova ad accoglierla il Presidente della Repubblica e tutto il Governo.

Purtroppo nel corso degli anni l’opera è stata vittima di mitomani in cerca di un attimo di notorietà, nel 1956 uno squilibrato le lancia una pietra, nel 1974 a Tokyo una donna lancia della vernice rossa verso il quadro e nel 2009, al Louvre, una signora russa lancia una tazza che si infrange sul vetro antiproiettile.

Il furto della Gioconda ha indubbiamente contribuito a renderla immortale in epoca moderna, anche se in Francia il ritratto è molto apprezzato già a partire dal 1850, in alcuni decenni ne fioriscono molte copie, destinate ad acquirenti di ceti colti e agiati.

Nel frattempo Monna Lisa diventa anche un mito letterario, dopo le fantasiose descrizioni della Gioconda da parte degli scrittori dell’Ottocento, nel secolo successivo inizia la tendenza opposta; le avanguardie la vedono come un simbolo del passato, i futuristi arrivano persino a rallegrarsi del furto, pochi anni dopo Marcel Duchamp disegna un paio di baffi e un pizzetto su una foto della Gioconda e scrive la sigla L.H.O.O.Q. che significa “Elle a chaud au cul”, l’artista non disprezza il dipinto ma vuole dissacrare il mito nato attorno ad esso. In seguito anche Salvador Dalì disegna i baffi a Monna Lisa trasformandola in una sorta di autoritratto.

Nel 1963 Andy Warhol con l’opera “Trenta sono meglio di una” ne fa una riproduzione seriale equiparandola alle icone di massa che sono tema della sua poetica.

Ma più si indaga sul dipinto e più domande ed enigmi sorgono.

Secondo il Vasari Leonardo ritrasse Lisa Gherardini nei primi anni del 1500, ma qualcosa nella descrizione del quadro non torna: ad esempio il Vasari elogia la perfetta riproduzione della peluria delle sopracciglia, ma il volto esposto al Louvre non ha sopracciglia, il Vasari può essersi sbagliato? Oppure Leonardo può aver ritoccato in seguito il dipinto?

Nel corso degli anni sono nati molti dubbi sulla vera identità della donna ritratta: Francesco del Giocondo era benestante ma non certo appartenente a una delle grandi famiglie fiorentine, per questa ragione alcuni storici l’hanno identificata di volta in volta con diverse donne: Costanza d’Avalos, Isabella d’Este, Isabella d’Aragona, Cecilia Gallerani, Isabella Gualanda, o Caterina, la madre di Leonardo, in un ritratto postumo.

Carlo Pedretti, considerato il maggior esperto di Leonardo da Vinci, ha proposto un’altra identità, una donna fiorentina, ritratta su richiesta di Giuliano de’ Medici, protettore di Leonardo a Roma tra il 1513 e il 1516.

La sua tesi mette in dubbio tutta una serie di presunte certezze relative sia alla committenza, sia all’identità della donna ritratta e sia alla data di realizzazione.

Ma allora chi è la donna del dipinto, che Giuliano di’ Medici avrebbe richiesto di ritrarre? Prima di sposarsi Giuliano ha una relazione con Pacifica Brandani, da questo legame nasce un figlio illegittimo; la donna muore durante il parto mentre il figlio viene ricoverato in un orfanotrofio, qualche mese dopo Giuliano si presenta per riconoscerlo come figlio naturale, lo fa crescere a sue spese e gli dà il nome Ippolito.

Quel bambino diventerà cardinale col nome di Ippolito de’ Medici.

E’ stata quindi la passione di Giuliano per Pacifica a dare origine al più famoso ritratto della storia?

Secondo il professor Carlo Pedretti è nel 1515 che Giuliano chiede a Leonardo di realizzare per il piccolo Ippolito il ritratto della defunta madre; il ritratto dei defunti era una consuetudine piuttosto diffusa tra le famiglie dei nobili. In conclusione, secondo questa tesi, formulata nel 1957, la Gioconda non è il ritratto di Lisa Gherardini, ma quello di Pacifica Brandani, eseguito negli anni 1515-1516 basato sulla memoria di Leonardo e forse su qualche indicazione di Giuliano de’ Medici.

Questa conclusione però non è condivisa in modo unanime, molti autorevoli studiosi continuano a ritenere vera la prima ricostruzione, quella risalente al testo del Vasari.

La Gioconda resta ancora un ritratto colmo di enigmi e non solo per il suo sorriso.

Lidiart

21/04/2017, Lidia Borella

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