PROVE D’AUTORE (PER MANO SINISTRA) (II)

di Antimo Mascaretti

Il mio punto di partenza è l’arte, ma non meno il disagio esistenziale che induce a respingere una vita associata e i suoi riti, una vita insensata tanto quanto è incapsulata in apparenti, presunte libertà. Trattando io di pittura, nel libro sono privilegiati aspetti inerenti alla riflessione sull’arte che tuttavia, può essere un “punto di vista” adottabile da chiunque, con cui iniziare a guardare il mondo con prospettive diverse.

Non mi soddisfa per niente, il generale “contentarsi”, il fingere di avere oggi il massimo, quando non si vede davanti che mediocrità accreditata, istituzionalizzata, “prodotti” per un largo consumo, prodotti però, edulcorati.

Non mi è possibile altresì accettare la falsa immagine storica che deriva dall’ analisi partigiana quanto altra mai, di un periodo storico che, per ventura, è quello che ho potuto vivere di persona e di cui ho quindi testimonianza diretta.

Ben lontana è la verità e necessita sempre di tenacia da segugi. Potremmo tentare, eredità misera, ma non meno trascurabile per le nuove generazioni, di provare ad insegnare che non è sempre vero quello che si dà per certo o si tramanda da tempo immemore, e che pepite di preziose risposte, illuminanti per il nostro vivere, possono essere rintracciate in sentieri poco battuti, in scritti rari, semisconosciuti , in opere inedite rimaste nascoste, in personaggi scarsamente valutati, quanto non messi addirittura volutamente ai margini, da una moda dilagante e diffusa ma stupida oggi, come in ogni epoca, di intendere il mondo a senso unico e in maniera, come si suol dire “globalizzata”, ma che sarebbe più appropriato definire “conformista”.

Ho sognato di essere alle Termopili. I fuochi all’alba, emanavano luci tenui, mentre andavano spegnendosi. L’attesa era angosciante.

Parte prima

Per mano sinistra

“Chi non sa prendere partito, taccia” (W: Benjamin, La tecnica del critico in tredici tesi, da: “strada a senso unico”)

Il bambino si ritrova adulto e l’adulto immagina molti anni davanti a sé, mentre il vecchio non è e non ha nient’altro che la sua inefficienza, la sua mancanza, l’impossibilità a ciò che la vita, nella sua mente, rimasta limpida e intatta nei desideri come da adolescente, richiederebbe per essere tale. La vecchiaia, nel suo dramma, non può essere affrontata con la corta arma del bisturi estetico, non perché ciò sia disdicevole, o comico, bensì perché imbellettare i cadaveri regala l’eternità purtroppo, solo come mummie.

Le applicazioni di residui di presunta morale cristiana adattata ad un’epoca di disumanità cortese, è la manifestazione sociale più divertente. Occorre tuttavia, aver superato i sessanta anni per avvertirne l’aspetto comico.

Le cose che veramente ci stanno a cuore sono ombre. Come in un dipinto le ombre acquistano importanza a mano a mano che l’osservazione si prolunga, fino ad essere più importanti persino del soggetto dell’opera, ugualmente le cose cui più teniamo e che si rivelano importanti, sostanzialmente determinanti, nel tempo si delineano fino a rendersi chiare, quando la vita è già in declino. Sospetto che esse diventeranno più evidenti e nitide quando ormai non ci sarà più modo di rimediare a tutte le storture che avremo provocato nel frattempo, nel corso degli anni.

La riflessione sull’esistenza ha un corrispettivo nella teorie delle ombre. Ci abituiamo al progressivo disfarsi della luce a vantaggio di ciò che a prima vista, non abbiamo saputo vedere. Occupiamo uno spazio e siamo in relazione con oggetti, cose, persone. Le ombre si distendono più spesse verso sera, in autunno in particolare, quando il blu di Prussia domina. La vita si rivela nella sua lancinante nudità, quando l’ombra è ben lunga, e non c’è nulla che possa interferire in maniera piacevole.

Ci spogliamo allora delle consolazioni, riponendole in disordine in un angolo come abiti sporchi e dismessi.

La famiglia (ciò che ci ostiniamo a chiamare famiglia), è il fondamento di ogni ingiustizia sociale e la giustificazione d’ogni delitto o sopruso. Il generatore incessante d’ogni stortura emotiva.

Si può accettare, ma certo non imporre, sia composta di uomini e donne, ma senza limitazioni di numero. Meglio sarebbe affrontare criticamente il problema e trarne le dovute conseguenze.

Di certo c’è solo il dolore e la fine. Sapendo ciò, mettere al mondo altri esseri, in un pianeta sovrappopolato e destinato alla distruzione per disperazione degli abitanti, è un delitto che nessuna buona intenzione può giustificare o assolvere. Ma è la stupidità che si riproduce con più determinazione.

Leopardi non aveva vicino la dolcezza di una donna e nella sua opera questa condizione traspare. La sua è una disperazione da single.

Essere disperati in compagnia è l’unica possibile aspirazione di chi abita il “fortino assediato”.

La condanna della divinità è già tutta nell’imperativo: “moltiplicatevi”. In una parola la divinità “vede” il realizzarsi della profezia della fine del genere umano, inevitabile, per sopraffollamento e conseguente disperazione. E a ciò lo condanna.

La prima volta che mi apparve evidente l’analogia dell’esistenza con il “fortino assediato”, fu da adolescente, nella lettura di un classico per ragazzi: “L’isola del tesoro”.

Anni dopo ebbi la stessa rivelazione durante la programmazione televisiva di una puntata dello sceneggiato “Nero Wolfe”, con Tino Buazzelli e Paolo Ferrari. Era il 1971. Nell’organizzazione della casa dell’investigatore, appare evidente una costante, accurata difesa contro ciò che è fuori dalla porta, contro l’imprevisto, contro l’ignoto, il caso combattuto per quanto possibile, con la logica, la cultura, ma senza mai sottovalutare la forza delle umane passioni. Si adotta, per difesa, un sistema di vita sodale, che non ignora la difficoltà di una difesa adeguata ed efficace.

Con grande stupore e direi un tangibile senso del mistero che disorienta la nostra parte razionale, ritrovai, da adulto, pochi anni fa, la citazione di Dàvila che ho posto all’inizio di questo lavoro. Essa mi risuonò nelle stanze della mente quasi con le stesse parole da me usate, la condizione esistenziale dell’uomo vi è racchiusa in confini insuperabili.

La differenza è che Dàvila si ferma, con stoica rassegnazione, alla constatazione di una verità, nella mia mente prima di ragazzo e poi di adulto invece, la vita organizzata di singole solitudini inarrivabili, nel “fortino”, mi apparve senza riserve, la più desiderabile e l’unica in fondo, veramente possibile. Insomma una via d’uscita onorevole nell’impossibilità di sottrarsi alla fine, che non esclude ovviamente, ma anzi caldeggia, la presenza di coppie, coppie “allargate”, terzetti e quartetti, gruppi familiari numerosi ed eterogenei.

Se la vita organizzata di singole solitudini è l’ideale per gli abitanti del “fortino”, che ha un duplice aspetto, direi una doppia cinta muraria, come le antiche città dell’Attica nelle narrazioni delle più remote mitologie, essendo il fortino prima ancora che tentativo di risposta, condizione intima di un’esistenza cosciente. Di contro, la famiglia egoistico/tradizionale è una invenzione condizionante di natura politica, è una scelta arbitraria tendente all’egoismo della riproduzione. La famiglia è la causa prima di ogni altro egoismo deleterio. La famiglia conduce all’ospizio, al ghetto, al lager della vecchiaia abbandonata, oppure allo sfruttamento filiale. Tutto questo in anni diversi e progressivamente.

L’ottimismo nella condizione umana è la più velenosa azione di Satana, di cui molti stupidi arrivano a negare l’esistenza.

I grandi “negatori” senza speranza, sono presenze che fioriscono rare, ad ogni latitudine, ma a me pare che qui, nelle Marche, la mia terra d’origine, sia più agevole arrivare ad appartenere a quella sparuta schiera, proprio attraverso la costante presenza della bellezza. Non la bellezza che paralizza i sensi e sconvolge al suo contatto, come in città e terre più fortunate, ma la bellezza insinuante della costante armonia che, nonostante le varie stupide disposizioni di legge in materia edilizia, è ancora l’elemento caratterizzante di molti nostri borghi e contrade. In tutta l’opera leopardiana (e Leopardi è uno dei più grandi “negatori”) si avverte la crisi irreparabile che genera la costante presenza del bello in rapporto alla condizione disperata dell’uomo che pure alimenta e costruisce, attraverso l’immaginazione, quella stessa armonia. Così attraverso l’armonia della poesia e dell’arte, si arriva ad una consolazione effimera, e poi ad una maggiore disperazione, durando la consolazione stessa, assai poco. Una disperazione in luoghi come questi, è maggiore di quanto non soffra l’uomo abitante lande desolate ed infelici.

Il brutto a cui ci siamo assuefatti, domina ovunque pur nell’epoca della totale estetizzazione. Raggiunge però, la sua espressione più elevata ed efficace nei cimiteri, dove l’orribile architettonico indefinibile, si sposa con l’evidente, massima sfiducia in una concezione religiosa, pure professata, di una vita ultraterrena assicurata.

(Continua)

02/10/2017, Antimo Mascaretti

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