PROVE D’AUTORE (PER MANO SINISTRA) (III)

di Antimo Mascaretti

L’arte che la nostra epoca esprime è per lo più insulsa. Uomini cinici e opportunisti elogiano le espressioni artistiche di uomini “asferici”, per finalità “alimentari”. A questo si riduce la critica d’arte.

La continua esaltazione del “valore” della vita, finisce per l’uomo qualunque, in una fossa di due metri di profondità o in un’urna di cenere, in una scelta non priva di condizionamenti.

Il valore della vita invece, non è per nulla scontato. Esso dipende dall’ esistenza che si conduce, dal valore che si riesce ad assegnare ad essa, il resto non è che balbettio o maquillage per il cadavere.

La vita che non ha valore di per sé, individualmente è un’inezia e di solito ha ancor meno valore in collettivo. Gli uomini si sono sempre illusi di costruire civiltà e hanno invece prodotto in gran parte distruzioni.

Negli ultimi tempi si tentano giustificazioni per le invasioni barbariche che si susseguono, con l’argomento ridicolo che ci occorrerebbe forza lavoro. Questa giustificazione a me appare come la peggiore manifestazione di cinismo e la massima professione di razzismo. Però, siamo diventati colonialisti a domicilio.

Nel fortino assediato non ci sono fratelli. Dall’antichità sappiamo che sui fratelli non si può contare, la vicenda di Caino e Abele e quella più tarda di Romolo e Remo, ci insegna che l’uomo è il più infido degli esseri viventi e dunque il più pericoloso. I fratelli per ideologia laica o religiosa, sono uomini propensi pericolosamente a credere, e nel fortino ipotizzato, basato sulla certezza del nulla, essi non avrebbero né argomenti né utilità.

La retorica è il croissant dei politici (costoro non si accontentano come è noto, del pane), soltanto uno stupido irredimibile può tentare di giustificare l’esistenza di simili individui inetti e dannosi. La retorica è la nebbia in cui si nascondono, il nero seppia che occulta le loro malefatte e la loro inutilità sostanziale. Non hanno posto nel fortino.

La vita è un evento biologico a malapena sopportabile, se ci si circonda di “pochi altri”, individui che la certezza dell’inutilità del tutto ha reso sodali. Con la loro vicinanza, sarà possibile tenere a bada gli imbecilli, e gli assalti della biologia degenerativa. La cenere è, in ogni caso, la mèta.

Tra pochi sodali, è possibile la solitudine creativa che genera la bellezza dell’arte e della poesia, è possibile veder rifiorire l’amore carnale e spirituale, senza le costrizioni ridicole ed assurde di un senso del peccato che sarebbe persino comico, se non si dovesse tener conto dei danni immensi che ha causato fino ad oggi. La bellezza non è che vanità. D’accordo. Ma rende l’esistenza meno ignobile e dura. La storia è testimone in tal senso.

Per il ricercatore di chimere, artista o filosofo non importa, la condizione senza salvezza dell’esistenza, appare presto ineludibile, non resta che prenderne atto. Nella coscienza non c’è possibile reazione che non determini uno scacco certo. Il messaggio dei grandi negatori diviene così, tragico, ed essendo chiaramente senza speranza e illusioni, non è di larga diffusione tra gli uomini. Mai, in nessun caso.

Non abbiamo bisogno di soluzioni che sappiamo impossibili, ma di rimedi, accorgimenti che ci permettano di resistere. Sappiamo che abbiamo contro prima di ogni altra cosa, il tempo, il nemico più temibile e proteiforme, la biologia, ed il caso, che affonda le radici nella sfera infinita delle possibilità.

Uomini liberi, tentano di resistere unendo le loro capacità, le loro virtù. Da strade diverse e diversi destini, arrivano alla stessa comunione d’intenti.

Resistiamo senza egoismo, come nella creazione artistica, come nel gioco, che assume aspetti e situazioni imprevedibili. La creazione artistica è la maniera privilegiata di sconfiggere il tempo.

Ogni piccola conquista si tramuta in luce, in energia, non importa la finalità, la consapevolezza del destino annulla ogni idea di vero progresso. Ci si affida ad una estetica esistenziale. Prima dell’idea dell’assedio, così folgorante, che finì per trascinare in evidenza ogni fantasia illusoria ridicolizzandola, la filosofia tradizionale, oscura e spesso contorta, a cui gli studi mi avevano abituato negli anni, si presentava in maniera del tutto insoddisfacente. Mancava in quei testi quasi sempre, la carne, il sangue, mancava ciò su cui pure si asseriva di riflettere: la vita.

L’arte al contrario, mi appariva e anche oggi mi appare, come conoscenza del profondo, ma anche diletto infinito. Così il mio desiderio iniziò ad attraversare i campi minati della conoscenza attraverso il bello artistico, concetto quest’ultimo tuttavia indefinibile e quanto mai relativo. Ma l’arte vera sappiamo bene che esiste.

Il mio avvicinamento all’arte è stato atipico e dunque, lontanissimo da tutte le vie canoniche.

Chi sente le strettoie della gabbia, non si dà pace, come la pantera che gira incessantemente per tutto il perimetro della gabbia in cerca di una via di fuga. Per l’uomo come per la pantera, non c’è via di fuga e occorre accettare l’inquietudine che logora, giorno dopo giorno, il corpo e l’anima.

Ogni giorno siamo assediati, in ogni occasione ci sono buone ragioni per temere attacchi dalla sorte.

E’ l’assedio del tempo che mi ha spinto alla scoperta dell’arte che è il mistero dell’effimero che diventa eterno. Non certo le sicumere e le chiacchiere di alcuni personaggi impotenti a fare, a creare, che si autoproclamano “intenditori” e “studiosi”. Nell’incertezza delle filosofie accademiche, l’arte offre conoscenze insperate, ma nessuna salvezza.

Bisogna di nuovo tornare a predicare la diversità. L’uguaglianza non esiste in natura, né nella biologia, meno che mai nella complessità casuale dei cromosomi. Rimane l’uguaglianza politica che ad ogni testa pensante appare una palese invenzione tecnica “ipocrita”, della modernità.

Questa pretesa uguaglianza ha provocato in qualche secolo più danni, lutti e afflizioni di qualunque altra epoca dichiarata tirannica.

La ricchezza vera, sta nella diversità, che non vuol dire certo abuso, sopraffazione, prevaricazione.

Siamo assediati dal vivere in collettivo. Una società sempre più affollata d’individui, ci impone comportamenti, etica, principi, e vorrebbe imporci di vivere come formiche o termiti. E’ al contrario, solo l’individuo che ha valore, nella sua coscienza della fine.

Solo la nostra individualità è chiamata a dare risposte certe e valide per noi, per affrontare il destino e la morte che è sempre la “nostra” morte. Le religioni costituite, anacronistiche e spesso in imbarazzo nei loro principi costitutivi riguardo ai comportamenti eterodossi dei suoi adepti, sono oggi più temibili, perché, trasformate dall’inesorabile decadenza in una sorta di sindacalismo di natura teologica, o in una inattendibile coscienza critica di natura fideistica e dunque infondata, tentano di annullare il valore dell’individuo allo stesso modo delle più assurde ideologie collettiviste sul piano della politica. Tutti costoro tentano di annullare il valore dell’individuo, del singolo, appiattendolo nell’accettazione di un destino comune di salvezza che è illusione pura, e nel migliore dei casi, solo materia di fede. La loro fede. (che si vorrebbe in tutti i modi imporre).

Noi che sappiamo che non c’è salvezza, esaltiamo l’individuo e ciò che può realizzare nella sua unicità, pur nella consapevolezza della fine certa. La risposta dell’individuo al tempo è l’arte, la poesia, l’esaltazione dello spirito. Di fronte all’eterno non c’è salvezza. L’eternità è il principio per il quale tutto si rigenera, non evoluzione ma trasformazione incessante. Ma la vita di un essere è “solo una”, e una la morte. Nulla può tenere in vita un essere destinato alla morte.

La vita di un uomo ha lo stesso valore di quella di una mosca o di un qualsiasi altro insetto. In termini biologici non c’è differenza. L’uomo ha aggiunto solo la presunzione, facendo girare la voce della sua discendenza diretta dal Padrone del bastimento.

Abbiamo solo la disperazione in grandi quantitativi, disperazione da dividere e condividere.

L’arte recluta i suoi discepoli tra quelli che, dopo aver amato credere senza fondamento, d’improvviso si arrendono alla menzogna.

Capire che la menzogna è il cardine d’ogni esperienza umana, apre l’universo ad originali vedute.

Oggi tutto può essere comprato, ma non ciò che volutamente sottraiamo al mercato. Sottrarsi al mercato elimina ogni competizione nociva e ogni bassezza. Nell’epoca in cui tutto è mercato, l’atteggiamento di chi si oppone è l’eresia per eccellenza, e come tale sarà perseguita duramente. Potete uccidere, violentare, massacrare, al massimo avrete dieci anni di reclusione quando va bene, ma non toccate il mercato proteiforme perché allora, l’inflessibilità del sistema si scaglierà su di voi con violenza inaudita.

Dobbiamo tornare ad essere eretici, in particolare noi artisti. Dobbiamo uscire dalle strettoie del conformismo di precetti morali divenuti vuoti per ossessiva ripetizione senza vera adesione, per la dimostrazione a posteriori, dovuta al tempo, che nulla avevano, quei principi, di extra umano. Avendo chiara questa situazione, mi sono orientato verso l’arte. Rispondendo ad una chiamata che avevo tuttavia, a lungo preferito ignorare.

E’ attraverso l’arte, la bellezza, l’armonia che vedo possibile una rinascita. E’ perfettamente inutile pensare a trasformazioni che abbiano fondamento sul sistema economico, questa idea utopica è stata, per un secolo, illusione di molti, illusione che è caduta di fronte alle stragi che hanno determinato i vari tentativi di applicazione nella realtà sociale di un sistema filosofico ritenuto, troppo ottimisticamente, idoneo per cambiamenti epocali. Qualcuno ha compreso finalmente che è sull’essere, sull’essenza dell’uomo che andrebbe tentata una mutazione. Quell’ essenza che è radicata in profondo nel male.

Oggi i terremoti prodotti dalle speculazioni economiche sono la prima notizia nei telegiornali. L’informazione più importante del giorno. Non sono invece, che sintomi di una catastrofe che ha già prodotto voragini immense che i più pensano di poter turare con chiacchiere da salotto, nelle trasmissioni più ciarliere ed inutili che si possono vedere nei palinsesti televisivi quasi quotidianamente.

La borghesia non esiste più, la neo-borghesia è morta. Ciò che oggi abbiamo è il prodotto, alla seconda generazione, della mutazione antropologica profetizzata con grande esattezza da Pasolini: Un branco di ignoranti irresponsabili, biologicamente “neodemocristiani”, che vivono sui debiti e credono ai miracoli: l’illusione che altri, in Europa, pagheranno i loro debiti. Credono ai telegiornali di regime (tutti i direttori sono stati opportunamente scelti e selezionati dai “progressisti” sedicenti al potere), credono, tutti costoro, che la vita, così insulsa e senza senso, possa durare a lungo, senza dover pagare, una volta per tutte, gli errori che gli artefici di una illusione politica miope, fatta di rinvii ed eterne “elasticità”, hanno continuato a reiterare.

Questa neo-neo-borghesia, non è meno stupida e inetta della vecchia, con le loro rate al 3,66% per illudersi di poter vivere, TAN e TAEG a parte, come i ricchi veri, in auto da sogno, con le loro vacanze che sfiorano gli stessi luoghi del bel mondo internazionale, dove però, sono costretti a mangiare panini sui sagrati delle chiese o di monumenti che per altro neppure degnano di uno sguardo, con le loro miserie consumistiche racchiuse in mille foto scaricate da smartphone, da mettere in rete e, molto più faticosamente, in un budget da 1300eur al mese! (Per chi li ha).

Nella gara del “non voler vedere”, questa gente è imbattibile.

Un sistema d’organizzazione politica ed economica, una maniera di vivere, un mondo intero è agonizzante, e ci si ostina ancora a rianimare il cadavere, con gli impacchi di tisanoreica, anziché affrettarne la sepoltura.

La commedia dell’imbecillità in Occidente, ogni giorno fa il “tutto esaurito”.

(Continua)

09/10/2017, Antimo Mascaretti

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