PROVE D’AUTORE (PER MANO SINISTRA) (VI)

di Antimo Mascaretti

Allontanarsi dall’abituale punto di vista, e se è necessario arrivare a capovolgere la propria visione. Ciò rende più soli e spesso, inseguiti dai cani del gregge.

Non esiste come è noto, un canone universale del bello, ma esiste certamente un sentire estetico comune ad una data epoca. Questo è essenzialmente il motivo di un “successo” o di un “insuccesso” di un’opera, di un artista: la sua notevole o ridotta distanza dal sentire estetico generale del momento. L’artista guarda lontano, non si sofferma alle voci della sua strada.

In arte, il cambiamento come intenzionalità, non mi interessa. Mi interessa invece, la profondità.

Memoria mediterranea: a proposito di un quadro di Renato Guttuso (visione colorata).

Il Maestro aveva l’abitudine di dipingere almeno un quadro di grandi dimensioni l’anno. Di solito ciò avveniva nello studio di Velate, meglio rispondente a questo tipo di creazione. Guttuso si recava a Velate, di solito in estate, e molte sue grandi opere sono stata appunto dipinte nelle occasioni estive. Dipingeva, come un Maestro di altre epoche, allegorie.

Le opere erano sempre allegorie, anche quando ciò non era esplicitamente dichiarato, come, ad esempio, nella serie omonima.

Dipingere allegorie, nel clima conformista, “impegnato”, come si soleva dire, in gran parte per moda, degli anni ‘70/’80, non era cosa usuale. Si voleva, in arte, l’inizio del grande equivoco in cui tutto ciò che non era in realtà, che una coglioneria, era spacciato per essere “di sinistra”, “progressista”, “nuovo”, e grande arte. Iniziava in tal modo ad imporsi il più deleterio e nefasto dei conservatorismi, quello della “parrocchia”.

Guttuso in quelle opere di grandi dimensioni, lavorava consapevolmente per la storia. Un lavoro quotidiano, svolto in maniera simile ad un lavoro artigianale, lo aveva portato a dipingere migliaia di lavori e non tutti di qualità eccelsa. Nelle opere di grandi dimensioni, Guttuso era ben consapevole che si avviava a dipingere fuori dagli schemi e per ciò che, poi, si spera rimanga e duri nel tempo in maniera definitiva. Altri, penosamente, si perdevano nello stesso periodo, in un “impegno” intellettualistico che li ha spinti molto spesso a giustificare bestialità ed anche veri e propri delitti. Non era questo il modo in cui Guttuso, in fondo illuminista, intendeva l’impegno politico. Nell’ impegno, la pittura ha sempre avuto la peggio, in ogni epoca è stata quasi sempre fiacca e retorica.

Vidi una volta, tanto tempo fa, a Bologna per la prima volta in verità, “il funerale di Togliatti”. Non mi impressionò particolarmente.

Anche questo famoso quadro, ai miei occhi apparve contaminato dall’inesorabile retorica, difficile da evitare in un soggetto simile. Ammirai tuttavia, la tecnica giocata nella scelta del disegno, a contrasto con il rosso, tanto rosso. Moltissimi i ritratti che Guttuso disseminò nell’opera, senza alcun riferimento a quel “realismo” di cui il pittore fu sempre paladino. Il realismo restava accurato nella tecnica raffigurativa, ma non nella collocazione storica, il tal modo all’artista è stato possibile inserire come partecipanti al funerale, figure di altre epoche, protagonisti d’altre storie. Anche questo quadro di fatto non era altro che una potente allegoria, un decennio e più prima di un quadro come “le tre età”.

Il quadro che voglio qui ricordare è invece “Spes contra spem”.

Allegoria è ciò che nasconde, di là del significato apparente ed evidente, un riferimento nascosto, occultato ai più, intenzionalmente, e da ricercare in un’analisi meditativa.

Il titolo dell’opera potrebbe fuorviare. E’ molto adatto, ma non fu mai scelto dal maestro che pure lo adottò di buon grado, su suggerimento dell’amico e critico d’arte, Trombadori. La citazione paolina diffonde un’eco di natura filosofica, finanche teologica, che nel nostro quadro è contenuta in una dimensione intima.

Qui c’ è una variazione del tema delle “tre età” che il pittore affrontava periodicamente, e che rivela un ritornare costante alla meditazione sulla morte.

C’è nel gran quadro, l’interrogarsi sul senso del tempo che rimanda inevitabilmente alla durata del vivere biologico di ciascuno ed il rapporto arduo con la storia collettiva.

Troppi preti, comunisti di maniera o ex-coministi, sindacalisti, comici, e idioti, in un Paese ne determinano fatalmente “l’africanizzazione”, ma negli anni di “Spes contra spem”, tutto questo, pur evocato da qualche visionario, era ancora su un altro pianeta.

Come “sospesa per incantamento”, come poche volte capita in una scelta stilistica di natura espressionista, “Spes contra spem”, si presenta in un silenzio d’alba mediterranea, un po’ il contrappunto de “La visita della sera”.

Gli abitanti già le terre dell’Ade, sono seduti a sinistra di chi guarda: Vittorini e Rocco. Poco lontano, più in alto, c’è l’emblema classico della morte, nella tradizione pittorica e non solo: il teschio umano, che troneggia sui libri, cioè sulla cultura, sulle polemiche ormai spente e sopite, sulle lotte combattute con grande impegno e sacrificio.

Tra Rocco e Nino, c’è un quadro che riproduce un’opera cubista di Picasso, un amico per il pittore, un altro compagno, forse troppo ingombrante, per essere raffigurato di persona, così che il pittore ha preferito rendergli omaggio in un opera che lo richiami senza equivoci, nella sua grandezza innovativa.

Gli strumenti del pittore sono accanto ai libri, e non potrebbe essere diversamente per un pittore non certo “ingenuo” ma che, al contrario, ha interpretato la pittura come autentico strumento di emancipazione intellettuale. Nino è pensoso e guarda verso i compagni già morti, quasi una premonizione, morirà infatti, alla fine di quella estate, l’estate di “Spes contra spem”.

Mimise e lo stesso pittore, sono già nel lato di chi “è trascorso”, nella malinconia di una sguardo rivolto verso una tela preparata e nuova, d’un rosso/arancio che rischiara la parte più buia dell’opera. La presenza del pittore e della moglie richiama l’amicizia sodale, un guardare insieme come per tanti anni è avvenuto, in una indubbia comunanza d’idee e di ideali. Si guarda ancora verso una nuova tela, una nuova avventura che può essere narrata in quello spazio puro, o lasciata cadere nel tempo senza traccia. Le immagini possono poco davanti alla fine imminente.

Ci accompagna lentamente, come è sua natura, la tartaruga che simboleggia il trascorrere lento del tempo, verso il centro dell’opera.

Un sole mediterraneo irrompe dalle versi persiane. Un verde così è solo di Guttuso, un verde che potremmo chiamare senza dubbio “verde Guttuso”. Il balcone ed il pavimento, ricordano un edificio siciliano d’altri tempi, riemerso nella memoria, la luce non poteva essere che quella del meridione più sensuale, per essere adeguata alla figura nuda e molto erotica di una donna che si affaccia al mattino con languore e decisione, verso la vita. E’ essa stessa la vita? E’ come sentire la voce del pittore che ridendo ironico, tra un colpo di tosse e un altro, una tirata di sigaretta, afferma che è già tutto detto, è tutto in quel nudo, la vita, l’eros, e la luce, tutto ciò che ricordiamo di più profondo della nostra avventura esistenziale. Non occorrono strumenti “alti”, per suffragare certezze acquisite negli anni.

La semplicità “difficile” della vita è la bambina che eternamente corre e a sua volta rincorre la vita nel suo mistero. Corre verso il lato destro del quadro, verso il vociare educato degli amici nuovi, i più giovani, che discutono e rappresentano il variegato mondo spumeggiante che è là fuori, oltre il mattino e la sublime persiana verde, ben lontano dal lato silenzioso di chi siede, assorto e melanconico. E i “mostri” che come su un ballatoio o una camera alla Mantegna, sovrastano tutta la scena dell’opera? Sono la rappresentazione del male, che accompagna dalla sera al nuovo mattino, il corso di tutti gli eventi. Sono anche i ricordi di un bambino di Bagheria sorpreso dalla bizzarria delle statue di pietra di Villa Palagonia, dalle statue misteriose che rappresentano l’oscuro da evitare come gli scogli in un mare in tempesta, mare da cui non si ritorna e a cui si può solo tentare di resistere tramite l’arte, la cultura che illumina, i libri, gli amici.

L’intera vita di Guttuso è in quella stanza-studio. C’è la memoria, il ricordo delle polemiche e delle lotte politiche, gli amori fondamentali, Mimise e Marta (perché il nudo è evidentemente Marta e nessun altra), la generosità, i compagni.

Io osservo il quadro oggi che tutto è svanito. Anche il Maestro e Mimise e Nino (e ora che riscrivo il pezzo per questa occasione, anche la stessa Marta), possono sedere sul divano assieme a Rocco e a Vittorini. Il sole sensuale mediterraneo sorge ancora con la stessa impetuosa luce che puoi vedere nei vicoli, oltre le finestre chiuse, ed anche una bambina sento correre, puoi sentirla anche tu, con passo dal rumore leggero, con un fiore rosso al posto del cuore che, contro ogni speranza, come recita il titolo, tuttavia desidera ostinato, battere ritmico, amare e credere.

(Continua)

27/11/2017, Antimo Mascaretti

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