PROVE D’AUTORE (PER MANO SINISTRA) (VII)

di Antimo Mascaretti

E’ bene che la vita sia per molti, una sorta di commedia allegra culminante in un finale tragico, volutamente ignorato. Cosa potrebbe infatti accadere se nella consapevolezza costante del destino ineludibile, tutti si fermassero come paralizzati? Il mondo affretterebbe la sua fine.

Così invece, a fronte di un’impossibile soluzione alternativa del proprio fato, i più vivono “progettando”, vale a dire sognano soluzioni, evoluzioni e tentativi di felicità. Sperimentano per breve tempo (perché anche la più lunga delle vite, non è che un tempo assai breve), ciò che non potrà mai resistere al tempo, ciò che li illude nella vanità, ma consente loro di tentare di vivere.

Se il mondo fosse veramente il portato di una creazione divina, come si potrebbe spiegare l’inganno della vanità di ogni cosa e dell’aspirazione delusa ad una armonia impossibile? La capacità umana di vivere stabilmente nel “progetto” continuo, ha piuttosto un aspetto diabolico che contrasta intimamente col destino decretato, e si presenta come un’irridente azione satanica.

E’ facile constatarlo, sono gli “inconsapevoli” a far andare avanti il mondo, sia pure verso la sua distruzione inevitabile. Per gli altri pochi (come chi scrive), non c’è che l’attesa senza speranza. Immersi in qualche consolazione effimera come l’arte, l’eros o altre cose che l’uomo da sempre inventa per distrarre se stesso dal baratro.

Rispetto ai tempi di Leopardi, l’attesa nelle pause tra momenti di vivo dolore, l’uomo oggi, la consuma nell’angoscia piuttosto che nella noia, nel male di vivere. L’angoscia è l’esasperazione disperata di questo male incurabile che consiste nel pensiero di dover morire.

L’angoscia è esaltata dalla violenza belluina dei disperati che non sanno tenere a freno il proprio vitalismo senza progetto, tra penuria di spazio e di mezzi per vivere. Ai tempi del Leopardi c’era, per fortuna, gran distanza ancora tra la consapevolezza e il destino. La disumana infelicità del recanatese era una rarità, una nuova stranezza della natura maligna dovuta all’eccezionale intelligenza. Oggi, l’angoscia è così evidentemente diffusa che si arriva a sospettarne l’infettività. Una peste dell’anima da cui quasi nessuno è esente, la gabbia del mondo è dunque, più stretta e terribile, e ciò non può che rendere la sofferenza difficilmente sopportabile. Questa è l’unica conquista dello sviluppo senza vero progresso.

La morte, che pure spessissimo è il vero soggetto di innumerevoli opere d’arte,(anche se pochi lo intendono), non è mai raffigurata, o lo è raramente, mediante simbologie convenzionali quali il teschio, lo scheletro etc.

La morte è assenza. Perdita di materialità, e perciò non raffigurabile direttamente. Alla morte si può appunto alludere come fa lo scheletro con la grande falce da mietitura. A volte le allusioni sono indirette, attraverso simboli come la candela che si consuma, la clessidra, che allude al trascorrere lento del tempo e tuttavia inesorabile. Tutto ciò che allude alla brevità della vita, riconduce alla morte.

Nella pittura di ogni epoca le pitture di vanitas, cioè quelle pitture che hanno come vero soggetto le allusioni di cui abbiamo parlato, hanno una cospicua presenza. Nell’arte contemporanea, nonostante l’edonismo folle che imperversa, il riferimento alla morte è ugualmente presente, sia pure in simbologie più ricercate e meno scontate. Ma quel riferimento appare sempre inadeguato, misero. La morte, anche per vivere in maniera più sensata, meriterebbe ben più spazio, più degna meditazione. Oggi però, nessuno vuol pensare alla propria fine, anche gli oggetti che consumiamo vantano durate lunghissime, e sappiamo bene quanto ciò non sia vero. Le illusioni della scienza inoltre, diffuse malamente dal solito pressapochismo giornalistico, promettono durate di vita ultracentenarie per tutti, ma nessuno si sofferma a parlare della qualità autentica che quelle vite avrebbero, se malauguratamente quelle previsioni si avverassero. La vera rivoluzione, per ora impossibile, anche per una scienza che si presenta come onnipotente, sarebbe sospendere la via verso l’invecchiamento perché ciascuno potesse scegliere l’età in cui interrompere la sua corsa verso la decrepitezza. Se volete considerare invece, vita, quella di un ultracentenario, rincoglionito, con catetere e pannolone, immobile su un letto o una carrozzina, con tutte le implicazioni e costi sociali che ciò comporterebbe senza che egli ne abbia vero giovamento, padronissimi, per me, quella prospettiva rimane una condanna a morte peggiore dell’esecuzione capitale nel processo penale, che tutti gli ipocriti reputano, come è noto, esecrabile.

Purtroppo nelle tante tavole rotonde, sempre più diffuse nel nostro Paese delle tavole calde, per citare Marcello Marchesi che i più giovani ignorano certamente,(ed è un peccato), queste mie semplici considerazioni sono tabù. Il solito tabù cattolico apostolico romano, ma accade anche che in questo Paese il lavoro è ormai cosa rara, ma i titoli di specializzazione sono a portata di qualunque cretino, e questo certo aiuta l’esistenza di quei ragionamenti privi di logica.

Più uno è un cretino manifesto, e più ha titoli dietro i quali nascondere il suo niente.

Figure professionali nuove, come in economia, sono nate anche nell’arte contemporanea. In genere sono ascrivibili al grande e penoso fenomeno della disperazione per disoccupazione, però, quelle figure professionali presentate in lingua inglese, sembrano avere più consistenza, appaiono quasi vere professioni. L’inglese si sa, ha preso il posto del latino dei dotti e dei medici del medioevo, i quali per vendere frottole di ignoranza, si servivano a piene mani di citazioni dal bel suono che erano già una cura efficace di persuasione.

L’artista non può non seguire la via della consapevolezza, il politico al contrario, tradisce sistematicamente il suo mandato (e le promesse che ha gridato in tutte le sedi), e finisce per non sapere più perché si trovi a ricoprire il ruolo che riveste, trasformandosi così, in mestierante, vale a dire chi esercita un mestiere senza capacità particolari e per un fine diverso da ciò che era all’inizio stabilito. La consapevolezza non permette il tradimento, pena il fallimento del progetto verso il quale ci si sente chiamati. Il politico senza lunga visione, insegue sempre gli eventi e spesso in maniera penosa e ridicola. Come se un contadino decidesse il lavoro nei campi solo dopo essersi affacciato alla finestra per vedere il tempo che fa, e non nei tempi dai quali non può prescindere, se vuole “a distanza”, di mesi, vedere i risultati nelle culture.

Ecco perché l’azione del politico dei nostri tempi, equivale a quella di chi tura una falla nello scafo quando è già in alto mare: concitata, inadeguata, insufficiente, iniqua, e puntualmente inutile.

Nell’economia dell’attesa, molte consolazioni vengono meno nel corso del tempo. Così nella mia vita la musica ha sempre meno spazio. Non c’è un vero motivo in realtà, c’è solo un’esigenza insopprimibile che il silenzio estenda il suo dominio.

Non capisco e non mi spiego a volte, perché tante convenzioni siano ancora vive. Anche lo scrivere un libro è azione abbastanza incomprensibile, non ha scopo né finalità, si tratta di una testimonianza, in genere pleonastica, che equivale a mettersi a gridare a voce alta nel buio della notte.

Durante una malattia, ricoverati in ospedale, alle prime luci dell’alba, seduti di fianco sul letto e guardando verso la finestra lontana e l’ancora più lontana realtà di tutti i giorni, vedendo la vita riprendere lentamente la sua corsa, possiamo avere la percezione esatta di quella distanza che, in realtà, è sempre presente nella vita di ognuno. L’incommensurabile distanza tra noi, in quel momento infermi e perciò fuori gioco, e il resto del mondo. Noi siamo fuori, e se per ventura il nostro “rientro” nel mondo fosse impossibile, il giorno dopo, tutto ricomincerebbe nello stesso modo, con i medesimi orari, gli stessi turni, le abitudini consolidate.

In uno stata d’animo come quello descritto si avverte tutta la sofferenza che produce “l’assedio” che la nostra esistenza subisce, ma sarebbe stupefacente e meraviglioso riuscire a mantenere quello stato d’animo di rassegnazione pacificata che si acquisisce in quel luogo di sofferenza, anche quando, tornati alla vita attiva, riprendiamo il nostro ruolo nel mondo. Vivremmo assai meglio e con più piacere.

Si è vecchi in tanti modi in verità, da ultimo anche per sorte, ma chi, nel poco sonno che fa compagnia oltre certe età fatidiche, non riesce ad immaginare alcuna azione veramente efficace, piacevole, utile, fantastica, sognatrice, azione veramente “umana”, cioè che è consapevolmente folle, e tuttavia necessaria per vivere, da attuare nelle ore che seguiranno l’alba di domani, è già perduto, qualunque sia la sua età.

(Continua)

04/12/2017, Antimo Mascaretti

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