PROVE D’AUTORE (PER MANO SINISTRA) (VII)

di Antimo Mascaretti

La marginalità nell’esistenza non è però, solo prerogativa dei vecchi. Così è da quest’ultima che dobbiamo difenderci prima e forse di più, che da una malattia invalidante. Occorre darsi delle norme di comportamento rigide, consuetudini alla maniera delle regole dei conventi, consuetudini che permettano di sfuggire ad un vivere marginale che spinge fuori dalla propria vita e uccide “da vivi”.

Il morire virile però, bisogna tenerlo sempre presente, non è prerogativa di una società addestrata unicamente alla viltà, una società ipocrita, avvelenata da ideologie buoniste e religiose, una religione piena di promesse e perdoni. Una società tutta dedita al buon mangiare (una vera ossessione), e all’edonismo, ma che di fatto, vive nella più truce barbarie quotidiana. A questa barbarie visibile ovunque, la nostra società debole e femminea, bizantina nell’indole, risponde con un riaffermare pervicace di una concezione dell’uomo che è irrazionale e infondata. Una diceria smentita dalla storia. L’uomo come lo si vorrebbe, ma come purtroppo, non è. Dobbiamo, nel nostro piccolo numero di strenui difensori della consapevolezza individuale, sottrarci a quella concezione dell’esistenza che ci porterebbe ad una fine offensiva e senza dignità, in nome di principi non nostri ma adottati per opportunismo, da politici rozzi e spesso anche analfabeti. Ricordarsi sempre che è bene cercare di morire in maniera idonea all’uomo che abbiamo cercato di essere, è una questione di stile, oltre che un diritto. Questo ordinamento sociale spesso ridicolo, ammette ogni tipo di sopraffazione, accetta persino l’omicidio (lo punisce infatti, molto blandamente), ma non ammette l’unica morte degna di un essere umano, vale a dire quella scelta consapevolmente e liberamente dall’individuo che ha attentamente esaminato e valutato la propria condizione esistenziale.

Ci si può addormentare in un sogno, come alla guida di un auto. Più grave appare addormentarsi in una ideologia palingenetica, e ostinarsi a non mutare opinione, causare così morte e dolore, una ideologia più mortale del monossido di carbonio che miete vittime silenziosamente.

Come il ragno che sentendosi minacciato comincia ad oscillare vorticosamente nella sua tela, grandi masse d’ignari sono spinte freneticamente in giro per il mondo, pur sapendo che la destinazione di tutti è nota. Ci si muove freneticamente e si crede che in ciò consista la vita.

Invece di riflettere su questo privilegio che è il conoscere la propria fine, l’uomo contemporaneo tenta disperatamente di comportarsi in modo da aumentare la propria infelicità, come se la sua condizione di infelice per nascita non fosse già abbastanza. Dunque è essenziale tenersi lontani, quanto più possibile, dagli idioti, dai greggi reali e virtuali, da chi intruppa dietro un vessillo, una ideologia, una fede, una promessa di felicità.

Il rifiuto delle convenzioni è un atto indispensabile per porsi nella giusta maniera di fronte ai problemi fondamentali: La bellezza, il Male, la morte.

Oggi, nel nostro mondo, questi enigmi sono del tutto ignorati e può sembrare una stranezza porli come argomenti centrali di un trattato, della propria arte, ed ancor più nella vita.

Ma a ben guardare, a questi misteri riconduce ogni aspetto dell’esistenza. E la nostra stessa scelta dell’arte. Il fatto di non occuparsene, anzi ad ignorare quelle domande, ha condotto l’uomo contemporaneo a vivere come un barbaro in cravatta griffata.

Quando dovrai morire, e non saprai mai prima il tuo momento, non ti sarà di alcuna utilità conoscere il differenziale aggiornato tra bund e obbligazioni nazionali, né ti salverà la tua presunta raffinatezza e la vanità che la ispira. Rifiutarsi alla vanità è l’atteggiamento più auspicabile oggi, ed anche il più arduo, dato che la vanità è il soggetto stesso di molte azioni, imprese e opere, nonché la loro finalità ultima.

L’imbecillità è cresciuta in maniera esponenziale con l’acculturazione vana. Torniamo agli imbecilli ingenui, agli analfabeti semplici di un tempo, non provvisti di laurea, ma di gran lunga preferibili agli analfabeti presuntuosi e saccenti che blaterano idiozie nei media, nascosti dietro titoli accademici roboanti (e in inglese).

Un tempo chi non aveva attitudine allo studio ed al sapere, era avviato al lavoro. C’ è già qui un implicito riconoscimento che il lavoro, la fatica vera, è un ripiego per i meno dotati nell’intelletto speculativo, ma anche la franca ammissione di una semplice e sana organizzazione sociale che vede ciascuno al proprio ruolo secondo le doti naturali.

Oggi tutto questo è perduto. Occorre aumentare il numero dei laureati nel Paese, secondo i “politici democratici”. Per cosa farne? Perché è chiaro che non ci sarà mai tanto lavoro per un numero così alto di laureati in medicina, architettura, ingegneria, etc. Il destino di costoro sarà dunque o il ripiego su altri lavori che non hanno avuto tempo di apprendere, oppure emigrare o vivere in famiglia, eterni adolescenti senza arte né parte. Bene. Ma se così è auspicabile che sia, non sarebbe bene avvertire (e spiegare) a questa gente il loro destino? Intanto per molti lavori, quelli veri, i posti restano vacanti.

Per i genitori: c’è da prendere atto che moltissimi dei vostri figli sono degli idioti e dunque è meglio affrettarsi a coprire quei pochi posti di lavoro disponibili, prima dell’arrivo del prossimo barcone di profughi.

Quella dell’artista è un’esistenza di solitudine, ma non più di quella di qualunque essere vivente, in questa materia incandescente che è l’universo palpitante. Non può certo essere un ripiego per disoccupati di lusso che traggono sostentamento dalle risorse familiari, e non hanno nulla da dichiarare (come un tempo alle dogane).

Noi che siamo alle Termopili, in un numero assai esiguo, sappiamo però, che il numero non ha mai impedito la scelta. Walter Benjamin che non ha saputo o voluto definire dettagliatamente la categoria generale del tragico nel suo saggio sul teatro luttuoso, di certo non avrebbe mai immaginato che la definizione gli sarebbe apparsa chiara in quella notte a Portbou. Così, noi pochi, non possiamo confonderci, non possiamo distrarci, ed è certo una condanna, non una condizione di privilegio, noi siamo quelli che vedono il teatro da dietro le quinte, dove si scorge evidente, il trucco della scena che incanta gli spettatori ignari, in sala.

Dio è con gli eretici perché essi “sentono” a fiuto, perché hanno ancora il furore che li anima, senza incensare marmi di Carrara o neniare una litania continua e vuota che esalta solo il nulla. Ma siamo certi che Dio esista?

Il Male, quello c’è, nonostante il bene, è ovunque, è dentro di noi, è nella nostra ombra, persino nella nostra oscura, sincera speranza.

La nostra pretesa di immortalità è ridicola perché alla fine, si affida alla cultura, qualcosa che malgrado sacche di resistenza, sta scomparendo, aiutata in ciò da una schiera di inetti professori della scuola pubblica. Mi accorgo della mia presunzione quando mi scopro a preoccuparmi della vita di querce già pluricentenarie, che molto probabilmente mi sopravvivranno di gran lunga. L’uomo stenta a trovare e ad accettare il suo ritmo esistenziale nell’ambito della natura che non lo vede per nulla tra gli esseri più longevi, ma certo tra i più infelici.

Prima rinunciamo all’idea di “un destino”, quello che magari abbiamo sognato quando eravamo ingenui, prima riusciremo ad apprezzare la bellezza di un niente in un giorno nuvoloso, in un luogo appartato e persino modesto.

Anche per l’uomo più potente o il più borioso (me ne vengono in mente a dozzine), la vita beffarda, si appresta a loro insaputa, ma per nostra grande fortuna, a riservare la smerdata finale ed il pannolone come ultima bandiera.

Nella solitudine dell’attesa, si perdono lentamente i contatti con il mondo, così è difficile realizzare progetti, anzi, la loro vanità ci balza agli occhi ancor prima che l’evento si verifichi. Ma occorre ritrovare ogni giorno la fede nel proprio lavoro di indagatore dell’umano. Altrimenti che fare?

Lentamente tutti, artisti e non, diventiamo il cane di Goya, della Quinta del Sordo, che sprofonda senza neppure abbaiare.

Constatiamo prima o poi tutti, che niente ha più il sapore di un tempo e due sono le sensazioni vive che proviamo ancora senza riuscire a spiegarne l’essenza: La Bellezza, che nonostante tutto avvertiamo, ed il Male.

E non sono questi problemi per artisti. Ma sono proprio gli artisti che tentano risposte a quei misteri che accompagnano l’esistenza. Quegli artisti però che, come insegna il Leopardi, hanno compreso che la poesia di oggi (e dunque l’arte di oggi), l’arte della modernità, non può essere che “filosofica”, cioè non può mai perdere di vista l’esistenza, ma ad essa si affianca per “dilettare”( ma anche per auspicare cambiamenti quando occorre). La bellezza in arte, non è leggiadria di forme, o armonia. Almeno non è solo quello, la bellezza in arte è profondità di sentimento, profondità nel prendere atto della contraddizione dell’esistere, della sua complessità, della sua infelicità implicita.

Molti artisti hanno preferito la via della fuga. Si sono persi nel raziocinio, nell’idea dell’arte come proiezione mentale nello spazio, puro esercizio intellettuale, oppure linguaggio di segni non significanti, girandole e luminarie dei giorni di festa, con la pretesa di evocare metafore. Noi non siamo tra quelli. Come l’entomologo e se si vuole, il medico legale, sezioniamo membra e sogni, per capire il nostro sentire di fronte alla natura indifferente, per comprendere perché ci viene voglia, nonostante tutto, di “raffigurare” su un supporto, oggi, come ai tempi delle grotte di Altamira, ciò che ci attrae, ci affascina, ci fa vivere, ci impegna ad amare e soffrire, ci spinge all’azione.

(Continua)

11/12/2017, Antimo Mascaretti

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