PROVE D’AUTORE (PER MANO SINISTRA) (X)

di Antimo Mascaretti

Quando le luci si accendono sempre più numerose e la notte ci avvolge con il più caro dei miei soggetti, l’ombra, mi accorgo del tempo che è trascorso e sembrerebbe invano. Nessuno mi ha seguito nelle mie scelte artistiche e ciò è sempre una considerazione al centro della mia riflessione. Se non si ha un riscontro per anni al proprio lavoro, il dubbio che abbiamo mancato in qualcosa nel portare a termine il compito che ci era stato assegnato, è un dubbio lancinante, di ogni giorno.

Che non sia, anche questa, un’altra faccia della vanità? Un condizionamento difficile da evitare, vivendo in una società fondata sul facile, superficiale consenso, per cui il “successo” è un preciso indice di valore e in ogni caso, il più importante? Torniamo dunque all’inizio, da dove l’arte ha iniziato a perdere, mano a mano, il suo significato per approdare al nulla, posto al centro del suo affannato operare, quel nulla, feticcio adorato dalla modernità.

Al principio c’è l’impossibilità manifesta di non poter più “rappresentare”. Quando non si può più dipingere secondo canoni certi, perché essi non sono più corrispondenti ad una verità sentita come tale, si può mettere al posto dell’arte qualsiasi altra cosa, oggetto, azione, riflessione sugli stessi strumenti espressivi, etc. Ma è legittimo, constatata l’impotenza del nichilismo e la verità drammatica della riduzione dell’arte a gioco perverso e diabolico, ritornare a ritroso sulle vie di un’antica sapienza accantonata e forse perduta.

Nel 1970 tuttavia, sotto i portici de L’Aquila, in una sera di solitudine e spaesamento, nel momento in cui acquistavo una rivista d’arte in lingua francese, lo ricordo nitidamente, ma non mi viene in mente il titolo di quella rivista che però, mi aveva attratto per una riproduzione di un quadro di grande forza in copertina, tanto da indurmi ad acquistarla, tutta la consapevolezza che oggi posso esprimere, a distanza di quasi mezzo secolo di lavoro e di vita, era ancora molto lontana. Francis Bacon (era di una sua opera quella riproduzione in copertina), è stato causa di un mio subitaneo cambiamento di rotta nella mia pittura da quel giorno in avanti. Non posso annoverare Bacon tra quelli che hanno continuato coerentemente la via “scientifica” verso la dissoluzione della pittura. Bacon mostra al contrario, massima fiducia nella pittura e se “sfalda” drammaticamente il soggetto, attraverso cenere, sabbia e altri materiali, riafferma contemporaneamente il valore di quel mezzo artistico che può dunque ritornare alla grandezza di altri secoli lontani, se solo l’artefice mostri di esserne all’altezza.

Io allora invece, in quell’inizio degli anni ’70, e fino a quel momento ero in quella schiera dei facili liquidatori, inconsapevole e presuntuoso come tutti i giovani, pieno di baldanza e di progetti, in preda ai cattivi maestri.

Di tutto ciò che ho potuto osservare nella pittura di Bacon, mi ha colpito in particolare la straordinaria capacità di aver saputo trovare un modo di trattare la materia pittorica del tutto adeguato alla scelta dell’unico soggetto per lui possibile: il residuo di una umanità senza alcuna speranza di redenzione.

Non si tratta di una scelta di novità formale che può lasciare sconcertati per poi rivelarsi magari una semplice soluzione ricercata e cerebrale, un artificio insomma. Bacon nella sua giovinezza a Berlino, era già lontanissimo dalle acque che agitavano le “avanguardie storiche”. Maestro solitario per destino, scandalosamente sempre dalla parte della verità della pittura, la sua pittura: Il corpo. Quel corpo che vorremmo spesso dimenticare era allora, con tutta evidenza per me la via da percorrere, se volevo veramente fare della pittura e non semplice esercitazione retorica e formale. Quella fu la prima lezione e il decisivo mutamento di prospettiva. In un famoso film cult di Bogart (The Maltese Falcon, se non ricordo male, un film di settantasei anni fa!), proprio alle scene finali si sente questa battuta: “E’ pesante…di che materiale è? (E’ la battuta dell’agente di polizia che osserva l’oggetto a forma di uccello), e Bogart: (Sam Spade), “Beh.. è della materia di cui sono fatti i sogni”.

Così all’inseguimento dei miei sogni, anche io ho potuto avvertire il peso di quelle evanescenze. Durante la proiezione di un film di Pasolini, ho avvertito lo stesso disagio, la medesima vertigine, per impercettibili ma inquietanti scosse di terremoto. Ero ancora a L’aquila. L’arte non si lasciava catturare, anzi, cancellava le sue tracce nella fuga dalla mia passione vana. Capitò in un’altra occasione di avvertire di nuovo il terremoto in quella città, proprio in un hotel del centro, quel centro che decenni dopo, sarebbe stato spazzato via. Sembrava che anche l’esperienza del sisma fosse una cosa normale, in quel luogo, in quegli anni di febbrile ricerca della mia via solitaria.

Come durante il sonno e sognando, gli avvenimenti si susseguono senza tener conto della coerenza temporale, così che cose accadute in tempi remoti ritornano quasi fossero appena vissute, alla stessa maniera, nel sogno che inseguiamo nel corso di una intera esistenza ciò che è determinante non segue lo scorrere del tempo scandito dei giorni dagli anni e dagli orologi, ma si imprime nell’anima in una sequenza che non ha uno schema logico, e la segna però, con cicatrici indelebili.

Cosa è in definitiva importante per ciò che fissiamo della nostra visione del mondo, in un pugno di opere? C’è qualcosa di unificante, indicibile a parole, ma che pure permette che tutto possa accadere. Ciò che per l’anima è importante, indispensabile, lo capiamo dopo, lo raccogliamo in frammenti quotidiani in ogni luogo. E’ ciò che chiamiamo destino. Un sarto maldestro che cuce la nostra tela, la tela del nostro sudario.

Non è concesso tuttavia, non essere nel proprio tempo, immersi cioè nel destino della propria epoca, e questo rende le cose ancora più complesse, ma si può non essere contemporanei di ciò che non ci persuade, non ci appaga, che non rende partecipe la nostra anima al flusso vitale di cui ha bisogno per elevarsi, per ritrovare la via.

Può capitare che dopo un lungo cercare, si arrivi ad avere stanchezza, oppure un’intuizione interiore, interiori conferme, che non si ha fretta di andare a verificare nella prassi.

Sono così un pittore reticente, forse anche carico di profonde paure. Non ho motivi di opportunità per mostrarmi tale, in un momento che si mostra difficile per molti aspetti.

Eppure preferisco vagare tra vecchie carte, tra libri che da tempo non mi capitava più di aprire. Non voglio avere fretta. Ho l’intima convinzione che da questo mio vagare mi giungeranno indizi, se non risposte certe, almeno suggerimenti sul da farsi. Cerco nei testi, nei vecchi scritti, in antichi trattati, in vecchie storie, in pagine ingiallite di riviste di trenta, cinquanta anni e dimenticate in qualche scaffale ciò che si è avverato, oppure ciò che clamorosamente è stato errato. In questi indizi cerco la mia parola chiave, ciò che mi indichi di volta in volta, la via per continuare, incurante delle mode, dei conformismi, dei giudizi. Più di tutto cerco, posso affermare con decisione, il senso del mio lavoro alle spalle. Analizzo date e avvenimenti che nella mia memoria testimonino l’emozione che hanno prodotto nel momento in cui la mia anima li ha “incontrati” e ne ha fatto esperienza. Quali illusioni mi catturavano in quei giorni? In cosa ero perso? Ed ora?

Le memorie sparse di sogni e frammenti di verità che per qualche oscura vicissitudine sono diventate per me momenti importanti, pietre miliari nel mio percorso creativo e si sono quindi fuse nella metamorfosi incessante che il “fare arte” determina.

Per anni ho studiato il problema che racchiude nel suo enigma l’essenza stessa della modernità: l’impossibilità della mimesis. Il riprodurre il reale senza visibile artificio. Su questo problema cardine, allo stesso modo che su scogli pericolosi e nascosti, hanno fatto naufragio in gran numero, artisti dell’ultimo secolo. Come rendere possibile un rinnovamento del simbolo che sia però aderente alla realtà senza che finisca anestetizzato e privo di verità intima? Lo scollamento tra il linguaggio e le cose, il mutamento dello sguardo, ha prodotto un’arte mortifera, non più che esperimenti, giri a vuoto, discorsi paludati come nenie solitarie recitate da sacerdoti folli nel deserto di emozioni, senza convinzione intima, nenie che provocano al più, perplessità, disorientamento sterile. Strade senza uscita.

Siedo spesso la notte a scrivere con lo stato d’animo di chi sa già che è tutto terribilmente vano. Se l’arte non è più in grado di suscitare speranze, sia pure poeticamente illusorie, di una qualche possibile salvezza, dove guardare? Perché continuare?

Dovremmo invece essere forti nella pazienza. Escogitare una disciplina utile per le nostre ire improvvise, una disciplina che ci metta in grado di superare le prove durissime che ci attendono. Occorre una “tecnica sentimentale” che sia barriera efficace contro il nulla, contro le voci che distraggono, una barriera che ci renda sempre meno aridi all’avanzare della vita senza significato che purtroppo, ci circonda.

All’immane marea che ci sovrasta non abbiamo nulla da opporre se non le nostre opere, non è più tempo quindi, di leggerezza per noi e per gli artisti più giovani e tuttavia consapevoli, se non si vuole continuare un gioco senza senso chiamandolo arte. Smettiamola di credere ad un continuo incessante mutamento dell’arte, una evoluzione impossibile. L’arte solo raramente è in ciò che sappiamo esprimere della nostra umanità. I Maestri di un tempo sono davanti a noi con le loro opere. Insegnano e ammoniscono, chi vuole vedere e ascoltare. Ma la tua via, giovane artista che mi leggi, quella devi trovarla, solo, ed è molto improbabile che sia raggiungibile con una autostrada a venti corsie!

(Continua)

02/01/2018, Antimo Mascaretti

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