PROVE D’AUTORE (PER MANO SINISTRA) (XI)

di Antimo Mascaretti

Manifesto per una pittura sentimentale, per meglio dire filosofica, 2018

Il quadro generale dell’arte oggi, è sconfortante. Si dirà: “Ma come gli artisti sono migliaia, le mostre innumerevoli e continue!” Eppure, a ben guardare, la desolazione è altresì totale.

I curatori, personaggi ibridi che hanno occupato il posto che un tempo era dei critici d’arte, ogni giorno inventano temi più o meno astrusi, attorno ai quali riunire una coorte di “mezzecucchiare”, petits maitres che dir si voglia, artisti mediocri di ogni età, aspiranti all’onore della cronaca, anelanti in cuor loro unicamente a valori mobiliari, i quali in teoria dovrebbero essere quanto di meglio l’arte, la pittura di questo Paese decaduto, africanizzato, riesce al momento, ad esprimere. La banalità e il conformismo di mercato ammorbano l’aria. Le gallerie d’arte o ciò che ne è rimasto, sono imprese a tutti gli effetti con l’occhio puntato unicamente sulle risultanze di bilancio, quando non sono paraventi per frodare il fisco. Come Rimbaud, oggi chi si dedica all’arte farebbe forse meglio a dedicarsi al traffico d’armi, impresa tuttora quanto mai produttiva, oppure studiare strategie che permettano al loro lavoro creativo di arrivare ad un pubblico, senza dover sottostare al giogo della macchina organizzativa di profittatori mascherati da promotori culturali.

Ma quale lavoro? Quale pittura, essendo questo manifesto in particolare rivolto in primo luogo alla pittura? Se la pittura non riesce ad essere all’altezza della gravità dei tempi, se l’arte che pratichiamo non riesce più a determinare autentici significati, è bene che sia abbandonata al suo triste destino di inutile pratica onanistica marginale.

E’ il tempo di ritirarsi con decisione dal mefistotelico “meccanismo”, di abbandonare il “sistema cosiddetto dell’arte”.

La distanza critica dall’ottusità del mondo dell’arte contemporanea sia netta, definitiva. Ciò che vediamo comminato ovunque, non è ciò per cui abbiamo vissuto e combattuto, ma l’opposto: è il trionfo di ciò che ci auguravamo alle spalle, quando abbiamo iniziato questa nostra avventura. Cosa possiamo opporre? Intanto il distacco e la derisione per i presunti “valori” che puntellano questo fatuo mondo occidentale che è vicino, finalmente, all’autoannientamento. Irridiamo altresì una fede religiosa, posticcio collante chimico conformista di una finta coesione sociale, un paravento di assurde credenze che nulla hanno a che fare con il divino e che sono,nel tempo, imputridite. L’uomo religioso è altrove, lontano dalle follie ipocrite papiste sempre più simili a slogan pubblicitari di un’impresa multinazionale di supermercati della finta pietà di bassa politica e della pelosa solidarietà.

Usando anche i mezzi cinici del dinamismo ecumenico mercantile, noi teorizzeremo l’arte della distanza, oseremo dipingere di nuovo la vita, la realtà, l’umanità, il sentimento, l’assoluta diversità. Non ci integreremo. La parola “integrazione” che appare arrogante e stupida, in altri contesti, in arte è oscena. Al culturame di massa che ha prodotto un vivere di ruminante consumismo, opponiamo la sana sobrietà di chi vuol vivere autenticamente. La nostra arte oserà essere persino politica! La nostra pittura sarà addirittura critica politica sentimentale. La nostra pittura che è libera, unisce tutti coloro che sentono l’idiozia mortifera di un vivere che è la quintessenza della stupidità violenta. La nostra pittura non è masturbazione. Per quest’ultima continuiamo ad aver fiducia nei mezzi tradizionali. L’uso di mezzucci tecnologici per esprimere il niente, non ci riguarda e non ci interessa. La nostra pittura ambisce ad essere pittura di valori, di conoscenza, perché è il momento di non temere più queste parole in disuso, riferite all’arte

Ma certo, quei valori non potranno che essere l’opposto di ciò che finora abbiamo visto trionfare. La nostra arte è elitaria, difficile, diretta indifferentemente ai pochi o molti non importa, che vogliano intenderla. L’arte non ha funzione didattica programmata. Non nasce e non serve per il turismo di mandrie senza orientamento, per professori in gita. La nostra pittura esalta il compito assoluto ed inimitabile del genio, come è sempre stato nella pittura dei secoli d’oro. La nostra pittura recupera i valori della nostra tradizione, della nostra terra, come è naturale, ma non per farne sciocca, insipida e leziosa accademia, ma lievito efficace per nuovi fermenti e ribellioni. Coltiviamo i valori della bellezza, della cultura autentica, della raffinatezza formale e tecnica, per esprimere però, la realtà nei suoi molteplici aspetti, la vita nel suo magmatico ribollire, per coltivare l’immaginazione, la visione profetica. Non importano le differenze stilistiche che sono anzi, esaltate. Importa l’adesione concreta ad un’arte che sia consapevolezza quotidiana di un modo di esprimerci libero, non un passatempo insignificante e marginale. La pittura deve tornare a far tremare i culi molli di papi, politici inetti, imprenditori arroganti e le dita lunghe e polite di chi esercita il potere osceno e vomitevole della speculazione ad ogni livello.

Non sono ammesse scorciatoie e furberie ridicole. L’arte non è e non deve essere un pretesto per curare narcisismi, ipertrofie patologiche dell’io.

Non è appropriato dunque, parlare di predilezione di questo o quel mezzo espressivo, ne importano i materiali usati, l’importante è nello spirito che muove la realizzazione, nell’autenticità del sentire.

Esaltiamo quanto più possibile lo stile, conquista ardua, assolutamente individuale.

Esecriamo il fare collettivo, la palude di un’arte priva di identità programmata, le opere a quattro mani, le ammucchiate equivoche e senza senso, l’orribile meticciato artistico che imbratta i muri e ottunde le menti dei giovani lasciati in pasto al Moloch mercato mentre si illudono in cuor loro di essere “resistenti, ultimi combattenti all’opposizione”.

Non ci curiamo della mistica dell’assoluta comunicazione non significante, dell’uso idiota della Rete. Non avendo la presunzione di verità ideologiche, non sentendo infatuazioni di sorta per una tecnologia irrilevante sul piano dell’esistenza dello spirito, né condividendo realtà economiche orripilanti nelle conseguenze, esaltiamo le diversità culturali senza la smania di una obbligatoria integrazione ed omologazione, anzi, all’opposto, siamo per una sana diversità di modi di vita, di organizzazioni familiari, di economie nuove e rivoluzionarie, di amori liberi e disordinati quanto più si può, di credenze, e tradizioni millenarie.

La pittura è un’arma eccellente. Usiamola per distruggere un finto modernismo asfittico, saccente, noioso persino come design, che riesce ormai solo ad inebetire.

La pittura autentica richiede impegno, studio, conoscenza profonda e varia. Non è impresa facile, né adatta a tutti. Non può accontentarsi di una parodia della realtà che tanti notiziari televisivi, asserviti al potere, approntano maldestramente. Quella caricatura del vero secondo la vulgata anodina e perbenista, che confonde e mescola assieme volgarità, cinismo, gossip, delitti e autoassoluzioni indulgenti, penose e continue, di una fallita, improbabile socialdemocrazia infondata e paralitica. Mielose impunite disuguaglianze, spudorate sopraffazioni, insicurezza personale ed universale, violenza belluina da trogloditi di ritorno, accoglienza criminale, urbi et orbi, della feccia del mondo, insieme a festa della mamma, festa del papà, festa del nonno, festa dell’angusta coglioneria neo-borghese di un buonismo ipnotico, ributtante, comodo, da fiction televisiva, è quello che ci si offre. Tutta la stupidità immaginabile e merdosa di italica matrice in generazioni acefale come appaiono dopo l’ultimo restyling: vuoto mentale immutato e sempre a perdere. Potrà ancora resistere la pittura, l’arte, a questo tzunami di scemenza? Certamente altri, i nostri antagonisti, i moderni a tutti i costi, gli specialisti del copia-incolla, probabilmente continueranno a lungo con le loro trovatine penose ed inutili, misere e puerili. Che dire? Che fare? Per quei prodotti dell’insignificanza astuta, occorreranno potenti e capienti discariche in un futuro non lontano.

Questo “manifesto” 2018, è rivolto a tutti gli artisti e a tutti i pittori in particolare, che da tempo sentono l’insoddisfazione di praticare un’arte che da una parte non si solleva in rilevanza sociale da una qualunque attività marginale senza una precisa utilità, una professione (definizione paradossale e assurda), che ritenere morta sarebbe ben appropriato, e dall’altra, osservano, con amarezza, l’arte oggetto di continua speculazione al pari di un qualunque titolo di borsa valori. La fine della pittura, la sua tomba definitiva, è essere per divenire un bene rifugio per occultare danaro.

L’efficacia che questo manifesto potrà avere, dipende unicamente dalle forme di reazione a questo stato di cose che ciascun pittore o artista deciderà, dopo una profonda riflessione sul senso della propria arte nell’attuale contesto sociale. Ma è bene non illudersi troppo.

Emilio Villa ebbe a scrivere: “ma io credo che bisogna scrivere e dipingere in pectore, in ore, in aenigmate, in symbolo, in speculo, in vacuo…le sole strade verso l’apertura, i soli strumenti di scandaglio”. Nella condizione odierna, mi sento di condividere l’affermazione di Villa, in tutto, eccetto per quel “in vacuo”, essendo nostra, al contrario, l’esigenza impellente di una esatta, direi quasi matematica pittura, dolorosamente sentimentale e dunque filosofica, cioè coraggiosamente, anticonformisticamente radicata di nuovo nella latrina, nel pantano dell’umana desolata condizione. La consapevolezza dell’infelicità metafisica della solitudine dell’uomo richiede durezza di carattere, grandiose visioni, senza per questo dimenticare la sottile poesia, pur breve e assai scarna, quell’illusione di armonie e bellezze che l’esser vivi dispensa in un pugno di giornate perfette.

(Continua)

08/01/2018, Antimo Mascaretti

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