PROVE D’AUTORE (PER MANO SINISTRA) (XIII)

di Antimo Mascaretti

Attorno al Tractatus logico-Philosophicus di Wittgenstein e le “tre vie” (parte seconda).

Purtroppo, ma forse non a caso, molti artisti temendo in cuor loro il cortocircuito della coscienza davanti al nero dell’indicibile, hanno preferito perdersi seguendo volentieri il richiamo delle sirene di uno sperimentalismo inutile e sterile che ha ridotto l’espressione artistica ad un gioco di apparenti casualità ludiche, o indagini non essenziali, irrilevanti, concernenti i mezzi stessi dell’espressione d’arte, quasi in risposta ad un bisogno di legittimazione. Discorsi ed opere, per nulla rispondenti al bisogno di assoluto che caratterizza l’essere umano. La considerazione pascaliana: “…Et quand cela serait vrai, nous n’estimons pas que toute la philosophie vaille una heure de paine”, rivolta alla filosofia esercitata senza “la mistica del cuore”, varrebbe molto di più nel campo dell’espressione artistica dove, un gran numero di folli cerca a tutti i costi una originalità evanescente, consistente essenzialmente in trovate puerili, ricercate a lungo, in luogo di quella profondità rischiosa e maledetta dello spirito, cui si è palesemente rinunciato e programmaticamente.

Il restare ancorati alla realtà del dolore e dell’incomprensibilità dell’esistere è buon antidoto a quelle fughe verso una creazione artistica di paccottiglia, che riesce a mala pena ad “ornare” un esistere sperduto in un oceano di fatti (la realtà conoscibile del mondo), indipendenti tra loro, come se un azione di ornamento potesse bastare, all’animo esigente dell’uomo, di chi vorrebbe appropriarsi a tutti i costi della conoscenza ultima!

Ora, a tutti noi è chiaro che non siamo soltanto ciò che il metodo logico matematico circa la dicibilità del mondo, ci condurrebbe a pensare. Noi sappiamo attraverso la riflessione, il rovello sul nostro essere non puramente animato da sentimento animale, come attraverso le continue domande che insorgono alla nostra intelligenza, che altro intuiamo di noi, in quella coscienza bisognosa di assoluto nel corso della vita, e la stessa insorgenza del desiderio di rappresentare (che spinge all’esperienza creativa, artistica), e ugualmente lo stesso desiderio di vedere la vita e la realtà come una misteriosa creazione divina (desiderio della via mistica), ci dice che probabilmente, il bianco rigore del Tractatus si ferma all’imperfezione dello strumento logico applicato, alla limitatezza di un metodo inteso a rendere dicibili i fatti costitutivi del mondo, come unica possibilità concessa alla logica di spiegare quel groviglio di accadimenti. Come Wittgenstein si ritirò, sconfitto da quello stesso scontro con l’impietosa verità del metodo per dire la realtà, spesso anche noi saremmo indotti a desistere per arrivare alla stessa conclusione dell’autore del Tractatus che:” su ciò di cui non si può parlare bisogna tacere”. Ma anche se la nostra speculazione sull’esistenza, sul Bene ed il Male, su una possibile metafisica, etc. si riducesse, coerentemente al metodo, al mutismo, rimarrebbe comunque il desiderio che è il presupposto della conoscenza, di ogni conoscenza e dunque anche di quella non logica, conoscenza estetica o mistica. E’ solo la riflessione sul nostro essere individuale che riammette come possibile, ancorché non dicibile attraverso il metodo della logica applicata al linguaggio, tutta una dimensione nuova e immensa, spazi inesplorati ed insondati dell’essere di cui non possiamo argomentare, ma che non cessa di ispirare il desiderio per tentativi arditi di conoscenze diverse da quelle ottenute con la metodologia delle scienze naturali. Così io avverto come incontestabile la possibilità di una estetica fondata sull’esistenza anziché su universali di tipo platonico. L’ origine dell’estetica che mi interessa per la mia arte, la individuo in quell’oscuro tracciare scene di caccia, di vita e di azione, presente nelle grotte di Altamira e Lascaux.

Coniugare razionalismo e arte è stata azione quanto mai vana, col risultato di opere attorno alle quali ben poco si può dire nel senso di conoscenza del vero, della realtà dei fatti. La freddezza della razionalità applicata all’esperienza artistica è glaciale. Nulla o ben poco di vivo e di umano si riscontra in simili lavori, mentre ci dovrebbe far riflettere in profondità, la differente percezione che si prova di fronte alle stupefacenti applicazioni matematiche della decorazione islamica, ispirate a coniugare l’essenza della divinità e la bellezza dei segni e dei rapporti armonici delle invenzioni illustranti lo stesso mistero divino mentre si rivela in quelle armonie. Anche quelle esperienze artistiche racchiudono una sintesi eccelsa, quell’amalgama di razionalità, mistica ed arte. Di fronte a tanta stupefacente e suggestiva bellezza, la pochezza di esperienze dell’arte moderna e contemporanea in Occidente, è veramente deprimente e disarmante.

Nella mia personale esperienza, dopo pochi anni di suggestione all’interno di un informale decisamente tardo, fu la mia insoddisfazione a spingermi a ripercorrere a ritroso la mie scelte ed in tal modo iniziai un nuovo rapporto con la tradizione artistica italiana ed europea. Sempre l’insoddisfazione mi fece constatare con amarezza, l’insorgere di continui manierismi nelle esperienze artistiche nate a partire dal secondo dopoguerra. La mia anima fu subito satura da tanto inutile ripiegarsi in se stessi, senza saper prendere le distanze opportune dalle nefaste influenze provenienti d’oltre oceano. Niente mi è stato sempre più estraneo e direi anche più ripugnante, della concezione dell’esistenza e del mondo anglosassone. La mia pittura non si potrà mai conciliare con quel modo di concepire la vita, l’economia, i valori, la cultura. La mia riflessione sulla necessità della coesistenza nell’arte delle tre vie, quella razionale, quella mistica, e quella propriamente artistica, negli ultimi anni si è fatta più insistente, fino ad oggi, dove il primato della razionalità appare al contrario, assoluto, monotono, quasi violento.

Non solo è necessario uscire dalla gabbia di vetro che una concezione della modernità male intesa erige di continuo attorno alla nostra libertà di sentimento, ma occorre anche avere coscienza delle tante strade senza uscita finora praticate, se si vuole tentare ancora di dipingere in maniera significante. Spesso osserviamo che c’è molto di irrazionale negli accadimenti della vita. In un primo momento siamo portati a pensare alla follia che serpeggia nel mondo e non alla inadeguatezza dello strumento attraverso il quale misuriamo e giudichiamo i fatti. Per Wittgenstein, nell’ambito della logica non v’è altro per allargare la propria visione, però lo stesso Wittgenstein lascia aperta la possibilità teorica di tentativi tendenti a superare quell’angustia di azione, fermandosi però davanti alla soglia del misticismo. Ed è in questa direzione che si innesta la possibilità di una espressione artistica come altra forma di conoscenza. Anche se la parola “conoscenza” è bene che rimanga appannaggio delle risultanze delle scienze naturali, per evitare fraintendimenti. Questa problematica mi pare venire in superfice ugualmente, osservando ad esempio, le diverse coniugazioni del monoteismo in materia di espressione artistica, sia pure attraverso argomentazioni di tipo teologico.

Educato nella tradizione più ortodossa cattolica apostolica romana, ho impiegato decenni per persuadermi che quella via religiosa che appare ai miei occhi così morta irrimediabilmente in piccole e grandi ipocrisie, così antitetica al mio essere e ai suoi bisogni, non fosse l’unico modo per affrontare la via mistica, così importante per quell’amalgama necessario alle tre vie per l’arte. Come si concilia una simile poetica con le interpretazioni del mondo? In altre parole, quale pittura è quella che tiene conto di una simile concezione ardita?

In prima istanza c’è il rifiuto dell’accademia, della leziosa ripetitività, sia pure di stilemi efficaci. Una pittura che ambisce ad essere strumento di conoscenza non può arrestarsi ad una interpretazione standardizzata della molteplicità dei fatti che pure, abbiamo accettato, costituiscono il mondo, oggetto privilegiato delle scienze naturali.

Nella pittura che vogliamo, che vorremmo, deve trapelare anche il tentativo dell’andare audacemente oltre ciò che nell’espressione artistica non può apparire che limite inaccettabile, con in più, un costante guardare al mistero che alimenta la nostra anima insaziabile. Il nostro soggetto è tutto questo insieme. La nostra pittura tenterà di fermare in un universale a-logico, quell’amalgama triadico.

Naturalmente io parlo della mia esperienza di pittore, ma per chi ha bene inteso il mio riferimento a Gaudì, avrà altrettanto chiaro che non si tratta di un problema di mezzi espressivi o di materiali utilizzati. Queste problematiche tecniche sono insignificanti per una visione complessiva quale quella che io propongo. Il problema dello spazio, della prospettiva, per la pittura, come altresì quello del tempo, appartenenti essenzialmente alla componente razionale diventano altra cosa in rapporto all’espressione artistica come altresì in rapporto al mistero divino.

La pittura si avvarrà come meglio è necessario, e di volta in volta, di concezioni attinenti alla logica matematica e ugualmente le violerà con disinvoltura in altre circostanze secondo le esigenze proprie dell’artista creatore.

Dunque potrebbe trattarsi alla fine, di un equivoco da dissipare. Ci presentiamo come pittori in pubblico, in cuor nostro come artisti, creatori, piccole divinità della rivelazione stupefacente che è l’uomo. In più, ci sentiamo sì pittori, perché è la pittura che ci caratterizza, ma non ci sentiamo pittori come coloro che combattiamo, di cui abbiamo ripulsa. Questi sentimenti (alla fine l’uomo è un rivelarsi sentimentale in ogni caso), non sono chiari all’apparenza di certo, non lo sono in chi la pittura la ama, la cerca, come un’espressione fantastica che consente un perdersi dalla noia in nuove forme non necessariamente presenti fino a ieri nel mondo, forme che il linguaggio logico, rigorosamente matematico, a rigore, non ci permette di nominare. L’equivoco sta in quella distanza, tra chi dipinge e si sente pittore storicamente, cioè inserito in un dato momento del divenire storico dei tanti fatti e avvenimenti, e chi invece, si definisce pittore, ma pensa alla pittura come verità sostanziale, nei confronti della quale poco ha senso la storia umana e delle cose. Noi cerchiamo di catturare quella verità che ci riguarda, ma non importa in che tempo della storia. Non una pittura rivoluzionaria si badi, perché il rivoluzionario è sempre un sovvertitore di assetti consolidati, mentre noi si tenta di strappare verità sull’uomo anche contro la storia, verità in forma di intuizioni universali, in forma di poesia. Siccome ciò è vero solo nel cuore di pochi, tra i tanti che si definiscono pittori, l’equivoco permane irrisolto e non è questione da poco. Ora come si sa, la pittura o quel che si pensa resti di quella pratica antica, si è disfatta, autoliquidata in una asserita impossibilità a sussistere se non in invenzioni continue, susseguenti in un procedere per dialettica negativa, resterebbe difficile a molti prendere coscienza che si è ragionato per decenni, su una falsa questione.

I tempi cambiano, si dice, si evolvono (ma curiosamente resta difficile guardare l’esistenza al di là delle forme esteriori del momento). Ma noi non vogliamo dipingere il momento, ma la verità sostanziale. Non il racconto dell’uomo nella sua forma storica-evolutiva (questo è compito di altre discipline, mi pare evidente), noi vogliamo dipingere la nudità dell’esistere che solo per alcuni aspetti marginali, superficiali, coincide con il momento, il nostro momento nella storia.

La pittura quella vera, non quella di chi si affanna per essere “contemporaneo” ai suoi tempi, e dunque non lo sarà fatalmente che per un irrisorio momento, ad una analisi che non sia quella pedante dell’erudito, del classificatore, insomma ad una analisi che non serva a far trascorrere il tempo degli intellettuali che si compiacciono di piaceri solitari, si rivela sempre pittura di verità poetica, di intuizione rivelata. Pochi centimetri di tela o pochi metri non importa, che dicono un universale sulla vita, sulla viltà o sul coraggio, sul sentimento, sulla paura, sulla morte e il risorgere quotidiano della nostra umanità. Chi guarda in un quadro la foggia degli abiti, le acconciature dei capelli, i gioielli, gli ambienti e gli arredamenti, i mezzi di locomozione? Solo l’erudito, il pedante, il notaio delle passioni raffreddate come lava esiccata, senza che quell’azione, quell’indagare, abbia valore men che marginale, se si guarda alla pittura dalla parte della verità che possiede e tiene fermamente. Ecco, è quella la pittura che vorremmo dipingere, è quello nel nostro cuore il vero, l’unico obiettivo che ci muove.

Se non avete una vostra raccolta di libri, una vostra libreria organizzata che è cresciuta con voi, che vi ha accompagnato lungo tutta la vita, entrate in una di quelle enormi cattedrali di libri e sfogliate a caso un catalogo, un testo di molti anni fa, che parli di pittura o meglio di pittori. Leggerete argomentazioni, polemiche, partecipazioni ad esposizioni, disquisizioni critiche, e di tutto quello che state leggendo vi capiterà di ammettere con voi stessi con sgomento, nulla più vi riguarda o aggiunge qualcosa di significativo al vostro esistere. Eppure il pedante, l’erudito dirà che quella è storia, storia dell’evoluzione dell’arte. Ma a noi interessa al contrario, la verità che è in Caravaggio come in Picasso, in Michelangelo come in Bacon e in altri centinaia di grandi artisti, quella verità che sentite raschiare la vostra pelle come cartavetro, bruciare le vostre interiora come acido muriatico, trapassarvi come una stilettata improvvisa inaspettata di un sicario che vi attendeva paziente, al varco. Noi pittori, in cuor nostro artisti, creatori inconfessati, vorremmo per le nostre opere, almeno per dieci o venti nostri lavori in un’intera vita, tutto questo, e sarebbe quanto di più si possa chiedere al destino per una pittura sentimentale.

(Continua)

22/01/2018, Antimo Mascaretti

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