PROVE D’AUTORE (PER MANO SINISTRA) (XV)

di Antimo Mascaretti

Girone infernale

Quando ci accingiamo ad entrare nello studio per tentare ogni volta una nuova pittura, dovremmo accorgerci che in un gesto così abitudinario, mentre allestiamo i preparativi del caso come preparare una tela all’imprimitura, tirarla al telaio, comporre i colori, etc. spingiamo a cozzare la nostra assurdità esistenziale, che fingiamo di ignorare proprio perché vivere ci sia ancora possibile, con l’assurdità del mondo fuori da quel nostro rifugio segreto. Quel mondo contemporaneo che, purtroppo, è assurdo ancora di più di quanto poteva apparire il mondo in altre epoche, in quanto oggi è del tutto privo di regole convenzionali incondizionatamente condivise. Senza renderci conto il più delle volte, giudichiamo i fatti, gli accadimenti più o meno sconcertanti, illogici, grotteschi, violenti in maniera impensabile, privi totalmente di ragione, attraverso un moralismo stantio, fastidioso, anodino, quel moralismo del giornalistume che ci affligge con i martellanti palinsesti, sempre uguali, dei notiziari, o i gli elzeviri dei ben pagati, grassi, conformisti commentatori degli avvenimenti attraverso le colonne dei giornali così detto “di opinione” Attraverso quel moralismo angusto si vorrebbe di nuovo trasfondere nell’anima persa contemporanea, dedita alla violenza primitiva del sopravvivere a tutti i costi in un mondo enormemente dispendioso, motivazioni facenti riferimento a vetuste categorie di valori. L’ intero ordine convenzionale della società fa cardine attorno a questo paradosso che incoscientemente, per la ripetitività ossessiva di quei giudizi panici, ansiosi, ansiogeni, è diventato il nostro piccolo sdrucito canovaccio etico, ridicolo a pensarci, assurdamente inadeguato e tragico. Così capita che prendiamo per buono, per utile, un conformismo morale che ha preso il posto di una morale autentica e quel metro minimo dovrebbe essere utile a farci comprendere i tanti accadimenti illogici, non collegati tra loro, casuali, che costituiscono il mondo. Insomma, una vera assurdità. Noi nello studio, davanti ad uno spazio bianco o nero o di qualunque altro colore si prediliga, pronti ad una pratica in molti aspetti, a sua volta, convenzionale e anacronistica, e fuori una incontrollabile congerie di barbari, di violenti primitivi civilizzati, addestrati ad uccidere, a depredare, a corrompere, a truffare in mille modi che costituiscono la “società civile” come si suol dire, quella società che costituisce il mondo, una insignificante pallina abitata da mostruosi esseri, nell’immensità dello spazio astronomico. Per i pittori di altre epoche, dipingere era un mestiere ardito, in un mondo però codificato, cioè provvisto di codici, di regole, che non c’era neppure bisogno di accettare, essendo regole formative nelle quali si viveva fin dalla nascita. Una netta distinzione, arbitraria quanto si vuole ma chiara, tra il Bene ed il Male. Quando io parlo del mondo nei termini di cui sopra, mi riferisco ovviamente al mondo occidentale che nell’ultimo secolo ha subito stravolgimenti tali da risultare di certo l’assetto sociale potenzialmente più distruttivo ed inutile, del pianeta. Un mondo a dismisura, senza alcuna finalità. Per fortuna e per sorte, molti altri uomini vivono in società dove la tradizione antica è sentita ancora come legge morale. La loro assurdità esistenziale, per questo motivo, è certo meno tragica, mentre noi, in occidente, siamo condannati alla notizia ipocrita e al giornalistume morale. Come allora dipingere? Cosa dipingere? Il nostro fallimento, mi appare la risposta più logica. Ma proviamo ad esplorare la possibilità di altri credibili soggetti. Se sia possibile cioè ancora ipotizzare un contrasto alla corruzione, alla convenzione, che non rimanga però tutto all’interno della convenzione stessa. Addomesticato. Una sorta di innocua valvola di sfogo per controllare la pressione. Per constatare il punto senza ritorno di un’arte senza ombra di spiritualità, che è di fatto l’arte occidentale, bisogna visitare almeno una fiera dell’arte. Una qualunque, tanto sono tutte uguali. Certamente, visitare Art Basel è indubbiamente il luogo dove si può avere in qualche ora di paziente girovagare, la panoramica più vasta della simbologia del disumano. Il satanismo della stupidità serpeggiante. Per farsi un’idea è sufficiente tuttavia anche la fiera di Bologna. Arrivati a desiderare di uscire fuori quanto prima, si può comprendere perché “non possiamo, non vogliamo, non possiamo” confonderci, disperderci in quella catastrofe.

L’arte, la pittura, non è un problema di forma. La pittura appare a mio parere, una questione etica, e constatata l’impossibilità di un’etica laica, “cittadina”, meglio “giacobina”, che pretenda ancora di originare i valori fondamentali (confondendoli con le norme del vivere civile e dunque, quelle regole o pretesi valori sarebbero null’altro che una debole costruzione di tipo ideologico), dallo stesso assetto sociale o forma di governo, ben poco rimane quale riferimento certo e credibile sul piano morale. Noi non ignoriamo pertanto di vivere, nonostante i simulacri di una morale ipocrita da tempo defunta, in un mondo di belve scatenate. E’ allora possibile ancora un’arte che si allontani drasticamente dal convenzionale, da quelle forme asfittiche, così rinsecchite, così inadeguate da ispirare solo repulsione definitiva? E’ questione aperta. Su cosa confidare? Su chi? Nel conformismo di masse ruminanti consumo inutile a caro prezzo? Nei ridicoli esperti onnipresenti nei media e assegnatori arbitrari di valori estetici, nonché “tengo famiglia” anzi spesso più di una, mercenari spudorati e inattendibili? Non scherziamo. Noi sosteniamo un’arte radicale, irridente, ma non semplicistica o peggio fumettistica, un’arte violenta nelle buone intenzioni di sovvertimento contro tanta insignificanza formale e sostanziale. Altrimenti è mille volte preferibile tacere, gettare la spugna davanti a ciò che da quasi ottanta anni ci si mostra col nome davvero improprio, di “arte”.

La luce che un tempo ha rappresentato l’aspirazione alla trascendenza è sempre più spesso sostituita nelle opere da illuminazioni artificiali: qualche decennio fa imperversava il neon, oggi le lampade led. Tutte impietosamente fanno luce sul nulla, sull’assenza, sull’ammissione implicita di una impossibilità a dipingere da presupposti fallati di un modernismo esiccato al sole nero di una infelice razionalità divinizzata, fatta idolo paradossale.

Io non mi “occupo” di pittura. Mi limito a dipingere. Professo da cinquanta anni ormai, quell’antica arte, bistrattata, desueta, attualissima, vitale, che è la pittura. E’ vero, molto spesso faccio riferimento alla pittura nelle mie divagazioni di natura filosofica, teologica, ma solo ad uno sciocco, ad uno sprovveduto ciò potrebbe apparire bizzarro, o improprio, perché l’antica arte della pittura tutto questo comprende: Filosofia, mistica, teologia, gnoseologia, e tanto altro ancora fino alla dismisura. Ma quando la mia riflessione ha per oggetto la pittura è segno che è quello il momento in cui l’incanto necessario per dipingere è perduto, è assente. Si scrive di ciò che non c’è, di ciò che esiste soltanto, almeno momentaneamente, nella nostra scrittura segreta che solo per un caso fortuito è accessibile a qualche altro solitario, eccentrico, raro lettore di argomenti così sfuggenti da far sentire impotenti, annientati. Chi non ritiene sia il caso di inoltrarsi per questi rovelli insolubili, è bene che si fermi. Le mie dissertazioni, che ho molte volte scritto, sono paragonabili a “lezioni” tenute ad un pubblico assente, senza un preciso scopo, ma attorno e in difesa della pittura intesa come arte elitaria, ardua, impossibile. Un’arte che al contrario di quanto si potrebbe credere nell’attuale infelice inflazione di petits maitres, ha ben pochi sinceri praticanti. E’ opportuno parlarne? Per delimitare il vasto deserto dell’assenza, in attesa di un felice auspicato ritorno, certamente.

Il mio dissertare ambisce al generale ma nasce dalla mia pittura, da un’esperienza dunque, individuale e unica. E’ un parlare contro la nebbia teoretica di una critica esangue, priva di fondamento, un parlare contro la difficoltà crescente di catturare i problemi che un pittore dovrebbe doverosamente porsi di continuo se ha l’ambizione per il suo lavoro di un risultato duraturo. Ad esempio, un problema costante in ogni ricerca è il rapporto che intercorre tra l’opera e la sua ricezione da parte di un pubblico, ma oggi è sempre la spia rossa dell’insoddisfazione a farci coscienti che molto di ciò che abbiamo davanti è inerte. L’arte contemporanea, totalmente priva di presupposti fondanti, finisce per essere una camera mortuaria infinita contenente tutti gli aborti di poveri ignoranti omologati in un ruolo ridicolo, in un contesto sociale devastato dall’assenza spirituale. Se non si ha ben chiaro questo concetto è persino inutile continuare ad interrogarsi sui significati e sui destini di simili operazioni insulse.

L’arte d’oggi manca di consapevolezza. Sopravvive ad una decadenza inarrestabile, in un mondo a parte, ai margini. Un fenomeno di cui si parla e raramente, solo in occasione di risultati eclatanti avvenuti nelle aste, risultati di valutazioni milionarie in dollari. Nulla più che un succedaneo del mercato dei titoli, delle valute, dell’oro. Giochi non spontanei e dunque dall’effetto studiato, vengono chiusi in teche di vetro a loro volta contenute in costruzioni museali di vetro, acciaio e nulla. Spazi immensi approntati per la passeggiatina domenicale di masse addomesticate al consumo drogato, per la loro dose di acculturazione uniforme e democratica. Tutto questo esprime una gigantesca presa per il culo dei neo-borghesi con al seguito la loro famiglia, composita, moglie, figlie, amanti, amanti delle figlie e delle mogli etc. consistente in quanto di più disprezzabile possa esistere, in quanto celato accuratamente. Secondo questa visione folle, l’artista sarebbe al servizio del mantenimento di un potere ormai senza più sussulti che tuttavia viaggia verso una catastrofe inevitabile. No. Non sono qui per parlare di quell’arte. Quell’arte e quel mondo che la esprime non mi interessano e sinceramente, mi auguro non interessi quei pochi artisti ancora rosi dal demone dell’insoddisfazione, la nostra unica dea. Nell’omologazione che rassicura il neo-piccolo borghese che un tempo annaspava tra la teologia marxista e quella, ipocrita, cattolica, alla fine uniformate nel consumismo ecumenico, urbi et orbi, globalizzato, ritenuto da tanti insensatamente una conquista (ma conquistare è anche contare le perdite alla fine dello scontro, azione dolorosa che oggi, è stata abbandonata in nome di un infondato ottimismo volgare, camorrista), l’arte di cui si riesce a parlare nei tristi strumenti mediatici che di quella citata volgarità, cinica, inumana sono l’emblema, è null’altro che kitsch, lussurioso possesso, pornografia ostentata del denaro. La corruzione certa anche dell’ultimo baluardo di umanità, l’estrema aspirazione alla trascendenza. Quelle bave di scoloriture da impotenti, vengono dette pittura, si insegnano e si additano ai giovani quali capolavori richiudenti in sé il cuore di questa maledizione totale che è il moderno, una discesa eterna di gradini del degrado che si rispecchia nei rifiuti, nella “monnezza”, ovunque presente in questo disgraziato paese, maxime nella Roma capitale, tra pallottole vaganti e delitti immondi. Segno che l’inferno non è, come erroneamente si era portati a credere, essenzialmente fuoco eterno né distesa di ghiaccio avvolgente sofferenze irredimibili, bensì discariche di rifiuti dolorosi, non riassorbibili in alcun modo nel ciclo vitale.

La favola di una economia perniciosa ma spacciata per ineliminabile, né superabile, ci viene raccontata come una litania, quasi in ogni momento, per non permetterci di dimenticare che oggi, siamo null’altro che voci statistiche. E che arte volete che esprimano le voci statistiche? Appunto un’arte di chi non sa più vedere e meno che mai sentire in sé l’esistenza di qualcosa d’altro che non sia ossessione per il denaro, ossessione camorristica, primitiva, satanica. La disputa del vero e falso, emblematica, continua. Nessuno ha occhi per vedere, bensì troppo bisogni da soddisfare, tanta smania di possedere, per riaffermare, nell’evidente inutilità del tutto, la propria reclusa esistenza, di libero ergastolano della necessità. Creare arte per questo popolo di zombie? Di amebe primordiali sorprese quotidianamente in misfatti, delitti orribili, riprovevoli, sorprese con le mani nel sacco del loro putridume mentale, psicologico? No, certo. Non ho interesse a creare per questa gentaglia vittima dell’inconsapevolezza. Non mi piacciono gli insopportabili “scusisti” l’esercito dei postulanti perdoni, nei loro infiniti e finti pagherò, provvederò, mi redimerò, farò ammenda. Nelle loro promesse vane, inadeguate, mendaci. Escluso dunque, un pubblico per palese inadeguatezza, per stupidità epidemica, cancro inestirpabile dell’ignoranza collettiva di ritorno, all’artista rimane solo il suo mondo, non più comunicabile che a pochi sopravvissuti allo scatologico diluvio.

Quell’arte sopravvissuta alla grande onda di escrementi, al lordume morale, agli stronzi di una società senza anima, non potrà che essere segreta, nascosta all’invadenza del moderatismo malattia mortale inconfessabile dell’arrivismo dei figli di puttana, della prostituzione industrializzata e permeata in ogni agglomerato sociale. Quell’arte che prediligiamo non può confondersi con i prodotti del meretricio, buchi, tagli, strappi di manifesti, coglionate, ricami di merda su polistirolo e ruggine, barchette in circoli di carta, casette, scalette, piccoli animali manierati, cestelli di vimini, scarpette e scarponi barocchi, tavole imbandite di plastica, fiori e piante finte, pietre laviche colorate di malinconica uniformità monocromatica, bruciature su alluminio, facce da culo di marinaretti, paesaggetti tubercolotici, sporcature di colore mestruale su tavola, tela, masonite, garze inzuppate di niente, ma di niente della prima maniera…pupazzetti senza volto eseguiti in comitiva all’aerografo, etc. No. Non è più permesso confondersi con questi pagliacci ripetitivi, epigoni dello strafatto da tempo immemore, strafatti di barolo e cocaina, con le loro vigliaccherie arenate di chi è inchiodato, su tavola, ormai al modo di una troia da postribolo, senza speranza alcuna di salvezza, e però si atteggia a maestro di color che sanno! Guru del misticismo raffinato delle cacatine di mosca.

Non avvertite il silenzio che domina nell’anima esausta? Ripartiamo dalla nostra esistenza individuale, per noi il primo fatto costitutivo del mondo. La constatazione dell’esistenza sarà il ground zero da cui ripartire. L’arte è una via rischiosa dove si gioca ogni volta con regole sempre vecchie e però altrettanto inusitate e nuove, un luogo dove non è ammesso barare goffamente, pena il dannarsi continuo della puttana.

(Continua)

05/02/2018, Antimo Mascaretti

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