PROVE D’AUTORE (PER MANO SINISTRA) (XX)

di Antimo Mascaretti

L’arte che verrà.

Lettura critica di un capitolo del libro “teorie dell’arte” di J. Jiménez (sedici anni dopo la pubblicazione).

Sono passati ben sedici anni dall’edizione spagnola di questo “saggio”, come l’autore lo definisce, diretto oltre che agli specialisti, anche agli artisti quali naturali protagonisti dell’arte. Ho riletto con particolare attenzione l’ultimo capitolo intitolato appunto: “l’arte che verrà” per valutarne le conclusioni a distanza di tanto tempo.

Purtroppo, il testo appare animato da una sorta d’esaltazione nei riguardi della grande rivoluzione informatica, esaltazione che non mi sento certo di sostenere almeno da un punto di vista della creazione artistica, allo stato delle cose.

Nessuno può naturalmente negare che ciò che è avvenuto e sta avvenendo sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno, in fatto di progresso informatico, ha radicalmente mutato molti aspetti della nostra esistenza e quella di milioni di uomini al mondo. Tuttavia, una maggiore facilità d’accesso all’informazione, l’onnipresente e costante estetizzazione di ogni aspetto anche minimo dell’esistenza, non ha prodotto per quanto riguarda l’arte i risultati auspicati dall’autore quasi due decenni fa.

I potentissimi mezzi di trasmissione dati e i meccanismi di produzione hanno aumentato a dismisura il carattere dell’omogeneità, della serialità e dell’indistinzione. L’arte che avrebbe dovuto con la sua azione innovatrice, rispondere proprio in opposizione, al destino di una omologazione globale crescente, nelle opere prodotte di fatto si è invece adattata ad un conformismo desolante.

“La contaminazione” tra le arti e tra i vecchi generi, con altre esperienze determinate e favorite dai nuovi strumenti possibili messi a disposizione dalla tecnologia, è ormai prassi comune e generalizzata, ma non ha prodotto, anzi, non si pone neppure come obiettivo l’intento di produrre “nuova bellezza”. Per altro, le parole “bellezza” e “spirito” in verità, pur nell’accezione moderna di stratificazione di significati diversi, non sono mai presenti in questo capitolo del lavoro di Jiménez:

“…Stiamo avanzando sempre più verso la fine irreversibile della funzione artistica concepita in termini di maestria, di destrezza in connessione con l’artigianato. L’arte del nostro tempo ottiene già tutto l’ossigeno che le serve dal dialogo con la tecnologia, grazie alla sua capacità di appropriarsi della formidabile potenza di rappresentazione che questa possiede e, allo stesso tempo, di mettere in questione le sue derive negative, antiumane”.

Già in questa affermazione, è possibile individuare una precisa presa di posizione di natura ideologica, che richiama il solito ottimismo scientista.

Un “innamoramento” che deprime e relega l’arte a “rappresentazione” generica senza altra specificazione, ignorando ciò che dell’arte è ed è sempre stato l’aspetto più rilevante, cioè la capacità di conoscenza che, sia pure con mezzi diversi dalla ragione, l’arte esprime.

E’ questo l’aspetto che ci distanzia in maniera determinante dall’arte contemporanea che è null’altro che pseudocritica di un sistema, esercitata però in una logica completamente interna e controllata dallo stesso sistema. Una opposizione fittizia che può esistere solo se si accetta di mangiare nel piatto lauto fornito dallo stesso sistema verso il quale si finge di opporsi, critica apparente e senza senso, che risulta perciò completamente depotenziata, blanda e conformista, utile solo alle manifestazioni onanistico-culturali dei radical schic. Che si sentono in tali manifestazioni “terribilmente intelligenti” tra una tartina ed un’altra.

L’autore del saggio sembra ottimisticamente credere che la semplice moltiplicata possibilità di produzione e diffusione di immagini esprima il nucleo essenziale dell’arte del nostro tempo senza bisogno di altro. Sappiamo bene, ed è evidente, quanto questa cieca fiducia sia rimasta, in quasi un ventennio, ben lontana dal vero.

Nella visione in prospettiva di neo-illuministi quali il Prof. Jiménez, si evidenzia la possibilità di enormi progressi per opera della tecnologia, dai quali l’uomo non potrà che essere rigenerato in positivo.

Questo modo di porsi teorico, trasforma il concetto d’arte in maniera da porlo agli antipodi da ciò che esso ha sempre significato per l’essere umano e confesso, non riesco a capire il senso di un’arte quale quella preconizzata nel finale di questo testo.

L’arte che abbiamo avuto modo di vedere in questi vent’anni, prodotta attraverso la manipolazione di immagini, dalla contaminazione di parole, suoni, profumi, azioni, riflessioni cervellotiche, manca totalmente, persino nelle intenzioni degli stessi artisti, quegli artisti “nuovi” di cui Jiménez parla, di vere motivazioni nello spirito, di modo che si scopre come “non necessaria”, nell’intimo dell’umano, e rimane nella migliore ipotesi, e nei risultati più rilevanti, finzione, per di più precaria, temporanea, gioco abile in tre dimensioni e null’altro. Certo la rivoluzione tecnologica continuerà e magari nascerà il Michelangelo del futuro, ma senza un legame stretto tra l’esistenza dell’individuo, le sue angosce, la sua vera realtà, il gioco resterà gioco, pur in varianti molteplici nell’infinita spettacolarizzazione della ripetizione di vecchie idee vestite a nuovo.

La rivoluzione informatica in atto e le innovazioni che verranno, di per sé, come è già accaduto con la fotografia prima e poi con il cinema, (che non hanno prodotto opere che siano eccelse, se non in un numero esiguo di casi, e non per frutto della sola tecnica utilizzata!),non basterà per rispondere all’esigenza ineliminabile nell’uomo, di un desiderio di conoscenza al di fuori dell’esperienza scientifica, conoscenza ottenuta attraverso il tentativo di comprensione del mistero della bellezza cristallizzato nella creazione artistica. L’arte che Jiménez ipotizza e sembra auspicare, finirà per sommergerci come già sta accadendo purtroppo, di inutili immagini e lavori cerebrali, testimonianze minori di una povertà inventiva crescente in misura inversamente proporzionale alle capacità messe a disposizione della tecnica. Immagini già ridondanti, sparate in continuazione dai media per finalità non estetiche, quotidianamente.

A me pare, analizzando le molte opere prodotte, che di fronte ad un mutamento e un progresso pressoché quotidiano dell’innovazione tecnologica, assistiamo di converso ad una “regressione” dello spirito dell’uomo.

Due in particolare sono i punti più discutibili nelle argomentazioni di Jiménez:

Il primo riguarda la sottovalutazione “ingenua” dell’omologazione dei gusti, dei comportamenti, già denunciata nel suo nascere, negli anni ’60 del secolo scorso, da scrittori ed artisti come e in maggior misura Pasolini, che in questi ultimi decenni è cresciuta di pari passo con l’innovazione informatica e tecnica, utilizzata massicciamente dal mercato. Strumenti d’innovazione, in teoria “liberi”, sono invece, molto manipolati con finalità di consumo e finiscono per avere un forte condizionamento nella scelta dei modelli di vita e di comportamento dei consumatori.

Lo stesso autore sembra vagamente avvertirne il pericolo quando afferma:

“…nelle nostre società, all’individuo viene fornito già strutturato il proprio “modo di sentire”, e quindi anche di pensare e di conoscere. La vita viene stilizzata grazie ai flussi incessanti di rappresentazione che, come una catena senza fine, producono le tre grandi vie contemporanee non artistiche di esperienza estetica: il design, in tutte le sue manifestazioni, la pubblicità e i mezzi di comunicazione di massa. “

Ora se abitudini e sistemi di vita e di consumo sono forniti “a monte” di ogni possibile elaborazione di opposizione, come sperare che l’arte che intanto si è sempre più legata come sistema, ad una organizzazione ferrea di mercato, possa attraverso gli stessi mezzi, operare in una prospettiva liberatoria impensabile nella società di massa in cui viviamo?

Ciò che le più recenti indagini sociologiche ci presentano è invece, un uomo che lungi da aspirare a consapevolezza e liberazione spirituale e di pensiero, si presenta sempre più prigioniero d’abitudini di consumo e di vita, appresi inconsciamente, automaticamente, da modelli costantemente suggeriti attraverso una massiccia diffusione di immagini finalizzate allo scopo.

Un uomo disorientato, che è tuttora vittima di esclusioni di classe e marginalizzazione in momenti di crisi economica sempre più estesi nel tempo, in maniera e forse di più, seppure con modalità diversissime, di quanto avveniva nel secolo scorso, il secolo dei fascismi e delle dittature di massa comuniste.

Ciò pone il problema della libertà come centrale argomento prima di ogni speranza immotivata di cambiamento dovuto ai progressi scientifici ed informatici.

A mio modo di vedere, l’uomo in una società organizzata che pone l’economia speculativa quale regola cardine dell’esistenza, non potrà che avere una parvenza di libertà, una finta libertà manipolata al fine di condizionare e non per liberare lo spirito.

In definitiva Jiménez pone il problema dello sviluppo dell’arte a venire (che è ormai in atto), in nuove e diverse creazioni basate unicamente sulle nuove possibilità tecniche fornite da scienza e tecnologia informatica, e queste mi pare sia una illusione molto pericolosa.

Il mezzo rimane mezzo e non altro. Importante è salvaguardare le nuove generazioni dalle manipolazioni occulte a scopo unicamente mercantile o peggio, per condizionamenti di tipo politico. La salvaguardia delle nuove generazioni, le più esposte in situazioni come l’attuale, non può però avvenire attraverso uno strumento censorio che invece, alcuni politici mostrano di guardare con favore. Occorre al contrario, puntare sulla creazione, mediante la cultura e la scuola, di un solido spirito critico. Certo, per questo obiettivo l’attuale scuola pubblica mi pare del tutto inadeguata.

Il secondo punto dolente riguarda proprio nello specifico ciò che si intende per arte.

Jiménez è necessariamente molto vago su questo punto capitale, e se nel capitolo precedente a questo preso in esame, critica opportunamente gli aspetti in cui l’arte si presenta in questa fase storica, finisce poi per perdersi in un vago concetto d’arte quale strumento unificatore ed educatore, un mezzo che si vorrebbe d’emancipazione delle masse di consumatori attratti da presunti godimenti estetici.

Se non si è in grado di definire e comprendere ciò che l’arte è sul piano dei valori dello spirito, se tutto si fonda sulla “possibilità” di creazione di altre e più potenti immagini e strumenti del comunicare, si deve accettare l’idea di istituzioni e musei usati come discariche.

L’arte contemporanea finisce per essere una diversa maniera di spettacolarizzazione per consentire a masse imponenti di uomini “distratti”, l’uso del tempo sempre più ristretto, non adibito alla produzione senza necessità, produzione caratteristica e sempre più drammatica di un’epoca in cui il consumatore sta sparendo sempre di più per strati sempre crescenti di povertà, mentre i produttori si moltiplicano.

La cerebralità delle proposte, l’uniformità delle stesse, la noia che generano, fanno notare i limiti di un’arte così concepita, alla base della quale si evince un solido e “tradizionale” mercato di una qualsiasi merce, con attribuzione di un valore simbolico arbitrario e autoritario.

L’esperienza dell’arte non può che essere oggi come sempre, che individuale, e necessita studio, elevazione, sensibilità e sentimento. Necessita altresì di solitudine, e qui l’autore concorda stranamente e in contrasto con quanto sostenuto in tutto il capitolo, dove si pone costantemente l’accento degli effetti della nuova arte su grandi moltitudini di uomini “nuovi”, resi tali dalle innovazioni tecnologiche.

L’analisi concreta della realtà odierna e ciò che invece si vorrebbe, debbono restare momenti distinti, ma più importante è capire che l’esperienza artistica autentica presuppone appunto una concezione dell’arte che, come quella del passato, sia all’altezza della capacità di creare nuova bellezza e anche nuove definizioni di bellezza, e di permetterne il godimento come chiave d’accesso a verità altrimenti irraggiungibili. Il godimento presunto di un’arte che è tale solo nominalmente, non suscita in me alcun entusiasmo e neppure curiosità.

La creazione non può essere, neppure oggi o in un prossimo futuro, pur nell’epoca della rivoluzione informatica, una semplice manipolazione di mezzi tecnici a disposizione, a meno di rinunciare all’arte, in tutto quello che nei secoli ha significato. Se ci “accontenteremo” di questi giochi pirotecnici di tipo informatico, avremo un costante impoverimento spirituale che getterà l’uomo in una dimensione ancora più grottesca e disperata.

Mai, di fronte a progressi rimarchevoli della scienza e della tecnologia, si era visto un essere umano così disorientato, “disumanizzato” e in preda ad una sorta di infelicità e disperazione collettiva, a livello planetario, come oggi. Ciò è purtroppo molto spesso messo in evidenza da episodi sintomatici di vita sociale e cronaca nera.

(continua)

14/03/2018, Antimo Mascaretti

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