RIFLESSIONI SULL’ESTETICA DELLE ARTI VISIVE

di Lidia Borella

Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, la storia del pensiero sull’arte registra una svolta importante: nasce l’Estetica come specifica disciplina filosofica.

Prima di allora l’Estetica non esisteva come definizione e come campo riconosciuto dalla filosofia, anche se si era già venuta configurando una variegata pluralità di concezioni e teorie che, fin dalla poetica aristotelica, avevano attraversato tutta la storia del pensiero sulle arti.

L’Estetica apre le porte alla modernità perché annuncia e fonda l’idea di un’autonomia dell’arte, di una propria specificità.

Nell’idea classica la bellezza di un’opera d’arte si misurava sul grado di perfezione con cui riproduceva un modello reale (figura, oggetto o paesaggio) e il valore dell’artista era stabilito dallo stile con cui rappresentava la realtà.

Il primo passo verso una diversa visione dell’opera d’arte, non più intesa solo come artificio dell’imitazione, è concepire l’artista come creatore: l’opera è creata dall’artista così come la realtà dei fenomeni è creata dalla natura, l’arte può riflettere la natura, ma è un mondo parallelo che ha leggi diverse da quelle naturali.

Occorrerà, però, attendere le avanguardie del primo Novecento perché l’arte si distacchi definitivamente da un referente reale.

Questo principio mette l’accento non più sul rapporto tra l’opera e il mondo, ma sul rapporto d’espressione: quello che collega opera e artista.

L’opera d’arte diventa una totalità autosufficiente, che vive di vita propria e la cui bellezza non è legata a un fine utile: l’opera è considerata come esistente per se stessa, quindi l’opera si giustifica da sé; il criterio con cui deve essere creata non è più il principio di imitazione, ma il principio di coerenza interna: la totalità diventa bella se tutte le parti che la costituiscono sono armonizzate tra loro.

Per ogni artista la composizione è il “momento inevitabile”, essenziale e primario; comporre significa mettere assieme due o più figure, due o più colori, coordinandoli, stabilendo cioè tra di loro dei rapporti in modo che l’uno regga l’altro. In un’opera non è possibile togliere o aggiungere il più piccolo particolare senza rompere quell’armonioso equilibrio di forme e colori, condizione indispensabile a ogni buona composizione per dare all’opera una forma grafica gradevole (equilibrio estetico) e valida per esprimere un contenuto.

Comporre non è solo un mettere insieme in rapporti di armonia ed equilibrio, bisogna anche costituire un insieme legando gli elementi della composizione, occorre formare un insieme di parti coerenti e concordi, un complesso unitario omogeneo e solidale.

Con l’avvento dell’Informale il materiale compositivo non si rivolge più ad alcun principio ordinatore, l’equilibrio lascia definitivamente il posto alla materia; attraverso il rifiuto della forma e di ogni ordine compositivo, l’arte rinuncia alla sua secolare idea di dare ordine al caos, di imporre un equilibrio al convulso divenire delle cose del mondo.

La sentenza definitiva contro “l’armonia della composizione” coincide con l’avvento del Postmodernismo, negli ultimi cinquant’anni, inoltre, sono sopraggiunte delle inedite tecnologie dell’immagine, del suono, della spazialità e della comunicazione: i nuovi media non si sono aggiunti semplicemente a quelli già esistenti, ma hanno creato un vasto campo di perturbazioni e di interferenze che ha sconvolto le identità e gli assetti tradizionali dell’artistico e dell’estetico.

Ogni nuova tecnica dà luogo a un nuovo processo formale, apre cioè una serie di possibilità che gli artisti sono chiamati a esplorare e percorrere.

Il passaggio dalle tecniche alle tecnologie nella produzione artistica costituisce una vera e propria mutazione, anche se ai tempi accelerati dell’innovazione non corrisponde forse un’adeguata e tempestiva elaborazione filosofica ed estetica.

Se si considera la storia della pittura, dall’Impressionismo in poi, si può vedere che è dominata dalla presenza della fotografia e si riassume nello sforzo di individuare delle modalità e delle qualità dell’immagine non realizzabili attraverso la fotografia.

Il grande servizio reso dalla fotografia è anche quello di aver liberato il quadro da ogni compito imitativo e convenzionale: l’idea di poter elevare tutto al di sopra del reale era meravigliosa per la sua freschezza.

Mario Costa, professore di estetica e studioso delle Avanguardie storiche, nel libro “L’estetica dei media” afferma che nell’arte contemporanea esiste una situazione paradossale: mentre l’immagine, grazie alle risorse dell’elettronica e all’intervento di numerose altre tecnologie si trova in una fase di fascinazione e di splendore, l’arte figurativa, luogo storicamente privilegiato della ricerca sull’immagine, retrocede.

La paradossalità di tutto questo appare ancora più evidente se si pensa ai contraccolpi che la prima immagine tecnologica: la fotografia, ha provocato nella produzione artistica e all’enorme e varia influenza che essa ha esercitato dall’Impressionismo in poi.

Se è vero che anche di fronte alla fotografia il mondo dell’arte ha reagito con ostilità e inquietudine, è altresì vero che ha dato nuova linfa e sviluppo alle avanguardie infatti l’intera storia delle avanguardie non è concepibile se non a partire dal fatto dell’esistenza della possibilità della riproduzione fotografica della realtà.

Nasce quindi spontanea una domanda: se la nascita della fotografia ha dato slancio ed incredibile sviluppo a nuove forme pittoriche, liberandole dal peso di documento del reale, l’attuale avvento dei nuovi media cosa ha portato o cosa porterà nella pittura?

Lidiart

01/06/2017, Lidia Borella

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