Senza titolo (Ovvero: Volo aereo notturno) (I) Romanzo

di Antimo Mascaretti

If we shadows have offended,

Think but this, and is mended,

That you have but slumber’d here,

While these visions did appear…

(W. Shakespeare – A midsummer night’s dream)

Oggi, venticinque febbraio inizio a scrivere, dopo non poche esitazioni e rinvii, questo libro destinato peraltro ad un unico lettore. Me stesso.

Sono persuaso che il vortice della mia esistenza inghiotte da molto tempo, considerazioni circa l’incongruità della stessa, insieme ad una infinita, quotidiana elencazione di prove di impotenza assoluta e di portata ed estensione universale nei riguardi del male che, senza ombra di dubbio, domina il mondo, intere galassie, gli universi tutti, quelli ipotizzabili e gli altri inimmaginabili per grandezza, distanza, possibilità.

Come è ben noto, argomenti di siffatta specie non sono, evidentemente per incantamento diabolico, di interesse diffuso. Sono un pittore che si avvia ormai a compiere sessantaquattro anni. Sono, e posso affermarlo non senza ragione, un pittore “segreto”, un pittore che si muove nel deserto asfissiante dell’indifferenza dei più, se non addirittura nell’ostilità aperta e dichiarata. La mia pittura, indifferente ad ogni considerazione estranea alla sua necessità, pretende ugualmente di esplorare l’area indefinita e oscura di quanto appare incomprensibile, alla ricerca di quella verità che alla fine, illumini in maniera esaustiva.

Dirò che la mia pittura insegue, con sfiducia crescente in verità, la possibile soluzione dell’enigma, ciò che da sola, una volta compresa, dovrebbe spiegare perché hanno senso e sono accettabili le stesse idee del male, del dolore, della malattia, della vecchiaia, fenomeni oltremodo ripugnanti, ingiustificabili in ogni caso, a meno di non essere posseduti nostro malgrado, dal demone più invasivo e cinico, che abilmente si agghinda degli orpelli delle cosiddette fedi religiose, che pretendono di aiutare a vivere, esaltando ciò che ci opprime e affanna, come presunte prove da dover superare, prove che un Dio incomprensibile, un Dio creatore, tutta bontà, ci imporrebbe per rendere il nostro vivere, insignificante altrimenti, un percorso di raggiunta autoconsapevolezza spirituale, attraverso la continua afflizione di disgrazie e sofferenze di ogni sorta.

Certamente, valutata alla luce di quanto sopra esposto, l’inventiva umana ha del portentoso! In ogni caso, l’esistenza di un Dio, dimostrata o non dimostrabile, non sembra mutare né condizionare l’insorgere continuo delle considerazioni che, di volta in volta, riassumerò nelle pagine che seguono e che sono mie assidue compagne e frequentatrici.

Quando si inizia a riordinare i propri appunti, sparsi in diversi quaderni, nell’intento di accorparli, riordinarli e renderli leggibili secondo una logica interna che ci guida, si è portati a pensare un titolo che possa essere di immediata comprensione e ad un tempo, non generi aspettative destinate in seguito a deludere chi, per ipotesi, avesse deciso di avventurarsi a leggere ciò che abbiamo scritto.

Quel titolo, accattivante e veritiero quanto basta, non mi è stato possibile trovarlo e dunque, ho preso la decisione di andare avanti con lo scritto, incurante dell’assenza del titolo, sperando in cuor mio, in una illuminazione sentimentale che supplisca improvvisa e con semplicità, a quell’imbarazzante vuoto momentaneo del frontespizio.

Scrivere è certamente attività non facile, ugualmente si può dire del praticare un’arte, quando ciò ancora significhi pensare all’arte alla maniera degli artisti che mai si sarebbero accontentati delle sciocchezze spacciate per arte che oggi capita tanto sovente di osservare. Imboccare però questo sentiero di nostalgie e idealistiche visioni anch’esse non veritiere alla fine, ci porterebbe lontano dal vero argomento che in queste pagine si vuole narrare.

Mi capita di cadere in preda al panico di notte, quando la mia anima esce dal riserbo e si avventura per quei luoghi dello spirito che il giorno impedisce di praticare in maniera proficua. Scrivere queste pagine, a volte la stessa idea di scrivere poche righe e procedere in una avventura spregiudicata, aumenta la mia paura. La paura si tiene a bada, sia pure non certo in maniera agevole, quando si riesce nell’incantamento di cercare distrazioni a se stessi. Guardare con decisione il buio del destino ed essere conseguente, spietatamente conseguente, spaventa chiunque e getta nella disperazione senza vie d’uscita. Il mondo che ci circonda tutti, a guardar bene, è il medesimo di sempre, ma la luce è calata d’improvviso e il contorno di ogni oggetto è fatto in modo da mostrare l’esatta forma in maniera diversa, inusuale. E’ persino minaccioso, irritante, insolente, beffardo. La paura è la totale assenza di certezze non supportata più da nenie di illusioni. E’ accorgersi che l’intero universo è privo di voci amiche, anzi privo di vita durevole e non miseramente effimera, povero di qualunque alba rigeneratrice. Dalla paura di questo genere non si può più uscire. E’ un luogo definitivo.

Da poco è l’alba. Dove trovare qualcosa per cui affrontare il nuovo giorno? Non saprei. Per questo motivo è meglio lasciare le finestre serrate e restare nella notte artificiale di una stanza, in uno studio popolato da ombre cangianti che un tempo furono “ispirazioni”. Le energie, e non mi riferisco ovviamente alle energie fisiche che a volte al contrario, rimangono intatte a dispetto degli anni, si affievoliscono nel tentativo sempre più infruttuoso, di capire ciò che ci nasconde il nucleo dell’esistenza che sembra perdersi in banalità, in vuoti rituali privi di significato. Quando ciò accade, si inizia quel periodo composto da un pugno di anni che non ha per confini che la viscosità indistinta della “morchia”, così si definisce con termine dialettale, “la posa” nel fondo della bottiglia d’olio d’oliva grezzo. Alla stessa maniera, il filtrato di una intera esistenza finisce per inficiare la limpidezza illusoria che ci eravamo augurati per i momenti del nostro declino. Il sapore amaro della morchia rovina anche il più calibrato e celestiale degli olii, il migliore di qualsivoglia spremitura. Con l’amaro che mai ci abbandona, apriamo gli occhi ogni mattina al sole del giorno, sulle piogge tetre d’autunno, in modo alternato e indifferentemente, su un paesaggio invernale o estivo.

Non c’ è più levità, meno che mai allegria, ma solo consapevolezza che l’effimero della vita che pure è la vita stessa, è giunto alla sua consunzione totale e non resta nulla, nulla a cui appigliarsi sul serio, nulla che sia una giustificazione, almeno un pretesto credibile per continuare nella commedia quotidiana.

Non dipingo da tempo più di qualche ora al giorno. La pittura è lenta perché la fede è gracile e ormai, niente più che un atto di disperata volontà di perdurare a cercare, di continuare l’indagine. Non mi sono mai illuso che il mio lavoro artistico potesse suscitare entusiasmi di massa, però devo dire che a lungo, ho sperato che tutto quello che ho finora realizzato in tanti anni, venisse almeno preso in considerazione, fosse in una parola, indagato attraverso un esame critico adeguato alla complessità dei diversi aspetti che una pittura che avanza per “cicli”, ha la pretesa di evidenziare in tante diverse fantasmagorie.

Non mi auguravo certamente l’indifferenza che invece, pare io finora abbia avuto quale premio assoluto.

Ho rinunciato a cercare di comprenderne i motivi, ed in fondo, non sarebbe gran che diversa la mia anima oggi, se le vicende avessero preso una via diversa negli anni trascorsi.

Dopo una notte di gran vento e momenti di vera tempesta, un vecchio pino antistante il mio studio ha perso in uno schianto poderoso, l’intera chioma, destinandosi in tal modo a morire. L’indifferenza è l’unico sentimento che registro nella comunità, che peraltro riserva lo stesso atteggiamento nei riguardi di ogni cosa, ed è per questo motivo, che io la considero da tempo perduta come l’intero Paese, e l’intero Occidente, capace ormai solo di finti atteggiamenti sentimentali, ridicoli e sopra le righe, che pescano nel cinismo di fondo di ogni abitante.

L’epoca della condivisione quasi obbligatoria è quella delle più desolanti, affollate solitudini.

Il vecchio pino condannato dal vento, si avvia ad essere un vuoto ulteriore nel mio mondo, dove la solitudine è ancora una scelta e non ancora una condanna odiosa. Arriva un momento in cui si è stanchi di chiedere attenzione. Così, a volte si insinua progressivamente, oppure mi assale, il desiderio di non contattare più nessuno allo scopo di far vivere il mio lavoro che, mi rendo conto, dal mio atteggiamento sarà probabilmente condannato all’oblio ancor prima che alla notorietà.

Nonostante questa dolorosa consapevolezza, ho poco interesse a tentare di mutare il destino dei miei quadri. Vivo in un mondo che mi è del tutto indifferente. Al di là delle persone a me care, il mondo intero mi appare come una piaga purulenta, un fetore universale dominato dal male e dal suo agente più spietato: la stupidità.

Mi scopro in forte contraddizione quando auspico una degna collocazione delle mie opere in un contesto che disprezzo, ma che può garantire un futuro duraturo alle mie opere unicamente attraverso una valutazione economica in qualsiasi modo assegnata. Il valore riconosciuto ovunque, senza eccezione.

Agorafobia è il nome di una patologia della quale riconosco in me i sintomi sempre più marcati.

Il desidero del silenzio non solo per il valore ben noto di consentire concentrazioni spirituali altrimenti impossibili, ma anche come speranza di non sentire la voce della banalità, mi prende sempre più spesso. L’informazione o ciò che così si definisce attraverso i media, è per me solo una minaccia che desidero evitare quanto più possibile. Sul piano dei desideri dunque, non sono poi molto distante da chi è vissuto in altre epoche, scioccamente considerate oggi, “oscure”.

In un’epoca di forsennato movimento. Io ho rivalutato con grande fatica l’immobilità della discrezione. Invidio nel bosco la maestà antica delle querce secolari che dal loro punto di osservazione non hanno bisogno d’altro per interpretare il mondo. Interpretare…è poi così necessario?

Fin da ragazzo mi sono persuaso che a muovere il mondo e la sua follia eterna è una forza malefica. Oggi tutto ciò mi appare ancor più evidente. Quella forza c’era già da millenni alla mia nascita e così sarà ancora per altri millenni quando io non ci sarò più. Cosa altro ancora si può interpretare? Il mondo è indifferente alle nostre vicissitudini e saremo soli, tutti indistintamente, con i nostri affanni nel momento della fine. La mia pittura ho sempre desiderato consistesse in una meditazione sulla fine. E’ molto probabile che a questo mio scriteriato proposito si debba l’ostilità che spesso ho dovuto e devo registrare. Non sono riuscito però, nel tempo, a trovare un soggetto diverso e più attraente che mi spingesse a dipingere, ed anzi, ho accentuato come una necessità, gli aspetti della vanitas nelle mie più recenti composizioni. Dato che il mio pensiero sulla necessità della fine è costante, a cosa mi occorre, si potrebbe obiettare, un testo scritto a ricordarmi ciò che non ho mai dimenticato? Non saprei dire. L’imperativo di una meditazione scritta mi è nato nell’animo e non sono riuscito a dissuadermi dal continuare in un tentativo che ha del ridicolo, lo riconosco senza ombra di dubbio.

Chi non ha l’ausilio di una fede religiosa deve trovare giustificazioni utili per consegnarsi al nulla. L’alternativa sarebbe il silenzio, ma anche la mosca rimasta chiusa nella teca di vetro si agita disperatamente prima di soccombere di inedia e di mancanza d’aria. A riflettere, scarsi sono gli argomenti che si possono definire cruciali per l’esistenza umana: l’invecchiare inevitabile, il dolore, la malattia, la progressiva degenerazione e perdita di sé, infine la morte. Come corollario generale: il male. Il male che avvertiamo così diffuso in ogni aspetto di tutto l’esistente. A tutto questo io ho, nel corso di tutta la mia vita, opposto il talismano della mia pittura. All’arte, alla rivelazione eterna della bellezza, ci si può accostare in vari modi, io ho avuto l’ardire di situarmi tra quanti, come medium, fanno appunto da tramite al formarsi di ciò che poi avrà l’onore di durare per sempre (pur nella consapevolezza che nulla dell’umano dura veramente “per sempre”). Si arriva inevitabilmente però, quando l’età oltrepassa il limite del senso di potenza assoluta che protegge i giovani, alla constatazione che ciò che abbiamo scelto come antidoto al veleno dell’esistenza, si rivela insufficiente e misero. Occorre conoscere il vero freddo. Accade quando si scopre la propria irreparabile solitudine di essere vivente. E’ utile, perché si comprende che la pretesa uguaglianza di tutti, oggi praticata ed affermata di continuo, è la più grande delle sciocche illusioni.

(continua)

03/04/2018, Antimo Mascaretti

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