Senza titolo (Ovvero: Volo aereo notturno) (II) Romanzo

di Antimo Mascaretti

Uguali si è soltanto (o si dovrebbe essere), nei diritti e nei doveri, ideali pensati per la propria esistenza civile, in tutto il resto, la natura degli uomini è così varia da restare sbalorditi, più spesso disgustati. L’uomo è certamente l’essere più ignobile tra quelli esistenti ed esistiti, l’unico per di più, capace di stupidità volontaria.

Si arriva quasi senza accorgersi ad una età in cui iniziare una nuova opera è possibile solo tra mille titubanze. Mi assale il dubbio che tutto ciò che dovevo dire sia già contenuto nei miei quadri e che ora qualunque lavoro sia un di più, un compiacimento scusabile ma del tutto superfluo. Questa sensazione, sono persuaso, non è sempre vera, è noto che opere mirabili sono nate in età matura, tuttavia non mi riesce facile scacciare quel pensiero ogni volta che in studio metto mano alla lunga preparazione di una nuova tela. Gli stessi temi, anzi l’unico tema, che è al fondo di questo stesso testo, ogni giorno rifiorisce nei miei ultimi cicli e non potrebbe essere diversamente. Tutto è impastato di silenzio e profonda partecipazione. Faccio fatica a liberarmi dal rumore inutile del mondo, un cancro inestirpabile di banalità, malafede, faziosità, con una buona dose, sempre presente, di idiozia. Scrivo allora all’alba, ai primo chiarore di luce livida in inverno, ed allegra già ora che la primavera è imminente.

Senza titolo dunque, non vuol dire senza tema. Ad ogni alba nuova, il pensiero rincorre improvvise apparizioni come un gatto il moscone, ricordi, commenti notturni a fatti di cronaca che ancora non si sono dispersi nel nulla del risveglio, visioni. C’è chi vive senza tener conto del tempo se non negli aspetti più pratici della suddivisione del giorno tra ore lavorative e il resto, in sostanza, la vita spesso si ripete in una sequenza infinita. L’ universo, in cui tutto questo viene racchiuso, appare immutabile. Chi ha l’ardire di praticare un’arte non può non registrare nei propri motivi ispirativi la temperie del mondo che pure vorremmo tenere distante. E’ uno sforzo immane, distruttivo. Anche se dipingessi solo innocui paesaggi, essi rivelerebbero tutti i drammi, personali e quelli avvertiti nell’aria, del tempo in cui sono stati realizzati.

Non posso tuttavia sottrarmi a questa chiamata, registrare i tanti sommovimenti tellurici spirituali e materiali che infestano la vita degli uomini con regolarità diabolica. Mi torna in mente la voce di certi idioti detrattori: “Morandi in fondo, non ha dipinto che bottiglie!” L’ affermazione non è neppure vera in sé, ma se anche fosse vera, viene da dire: “Sì, ma quelle bottiglie rivelano i drammi di un’anima più che dei teleri di sei metri quadri di pittura!”. Mi vengono in mente i miei stati d’animo all’inizio della mia avventura artistica. I valori erano ancora quelli della prima metà del secolo XX. Oggi, da qualche tempo, mi trovo a dipingere, controcorrente, insistite simbologie mortuarie e potrei dire, quasi senza accorgermi, di essere stato testimone della progressiva sparizione di antichi, consolidati valori e modi di vivere. Non ho avuto la tentazione di essere osservatore e profeta di quanto sarebbe accaduto di lì a poco come un Pasolini o altri grandi interpreti di una nefasta metamorfosi sociale e comportamentale. Io, per educazione direi, ho un senso repulsivo verso il reale fin dalla prima infanzia. La vita mi appariva allora senza senso e niente ha mai mutato quella convinzione. Così mi sono limitato a ricreare un mondo, nelle mie pitture, allo stesso modo di come capitava di sentirlo nell’anima, senza alcun giudizio morale che mi sembrerebbe oggi (ma anche allora, in verità), francamente ridicolo. Negli ultimi cicli di pitture, oltre ad una insistita e aumentata numericamente, moltitudine di insetti, mi viene a far visita il topo, che è spettatore del silenzio dei miei personaggi molto spesso. Ho bisogno di dipingerlo, non posso esimermi, così quel simbolo così disprezzato, abitatore di fogne e lordure, sovente vicino alle trasformazioni della morte, transita sui mobili e armadi, nel buio del fondo della tela.

Quando non scrivo vuol dire che è il momento di riprendere a dipingere ma, come ho già detto, non trovo grandi differenze nelle due attività espressive.

La pineta tutta, che è davanti casa, si avvia a morire. Non solo il pino schiantato dalla furia del vento. L’ indifferenza di molti decenni, la mancata manutenzione, si è rivelata in occasione della bufera e molti sono stati i danni riportati dalle piante. Ora, da qualche giorno, con fastidio assisto al taglio della sega che continua per ore a decimare quegli antichi compagni silenziosi che erano già piante adulte quando io non ero che un bambino e mi riposavo all’ombra delle loro chiome d’estate, nel profumo di resina e cicale allegre. Tutto è destinato a morire. Già, ma non è facile affatto accettare nella sua pienezza un concetto quasi banale come questo, almeno per me.

Perché? Perché tutto deve finire e il mondo è un trionfo continuo, un successo dopo l’altro, della malvagità e della sofferenza infinita? Nessuna spiegazione filosofica o religiosa mi ha mai soddisfatto, così ho cominciato a cercare delle risposte attraverso l’arte, che da molti secoli, testimonia che le domande sono sempre le stesse e le risposte sempre così misere e insufficienti. Ho sempre meno desiderio di uscire dal mio studio. Agorafobia e misantropia sono all’ultimo stadio da anni. In considerazione delle vicissitudini accadute, credo di aver utilizzato al meglio il tempo dedicato al lavoro. Nessuna distrazione, nessun cedimento, solo alcuni momenti inevitabili, di scoramento. I soliti pensieri sul perché di tanta fatica mal ripagata e l’enigma di vedere di continuo il male in azione.

Fino a pochi anni addietro, non sono mancati i dubbi su quel che era il frutto del mio lavoro tenace. Oggi, sono persuaso che la pittura non figurativa per un Occidente che vanta così altissimi risultati nei secoli, sia stata uno dei cedimenti più nefasti, una nuova Babele, un indizio netto di uno sgretolamento ancora non rivelatosi in tutte le sue incalcolabili conseguenze, qualche anno ancora, e il dramma, anche in questo ambito, sarà indecentemente evidente, ma non potremo più opporre nulla. Io ho finora lavorato nella coscienza che non bisogna pensare al passato come qualcosa che può ripetersi, non ci sono stati e non ci saranno “eterni ritorni”, ma non ho neppure preso sul serio il delirio del moderno a tutti i costi, che è una forma contorta e occulta di stupidità. Ciò che è arte contemporanea, aniconica, ma direi anche priva di senso, è accettata universalmente. E’ insieme investimento e una buona alternativa a ciò che un tempo era carta da parati, il resto sono teorizzazioni di logorroici che debbono pure campare dopo tutto. Segno tangibile dell’esigenza di riempire un vuoto, attraversando un enigma sempre più indecifrabile.

Stiamo aspettando tutti, rassegnati, ma che cosa si aspetta? Ignoriamo la risposta. Perché ho iniziato con queste noiose riflessioni sull’arte? C’è da avere pazienza perché esse mi saranno utili, come pure i riferimenti al mio lavoro, per tentare di spiegare l’inspiegabile, per un richiamo traverso ad accadimenti che aprono voragini profonde ed improvvise nel mio spirito e che vado a narrare.

Si è continuamente dimenticati. Come illudersi che quanto facciamo possa durare? Avevo pensato in un primo momento, di elencare ogni manifestazione del male, della sofferenza, della vecchiaia, della morte, interminabili elenchi che comprendessero una vasta parte del mondo a me noto, attraverso storie, notizie, informazioni, dicerie.

Mi sono però, subito reso conto che quegli almanacchi dell’azione diabolica avrebbero assunto una tale mole da impiegare memorie infinite di computer o spazi immensi, dove riunire sterminate raccolte ipotetiche di documenti, luoghi maledetti della coscienza umana. E perché limitarsi all’umano? Naturalmente ho rinunciato a comporre quegli elenchi che avrebbero finito per assorbire tutto il mio tempo residuo di vita, nella loro inutilità, semplici cronache fragili e di nessun insegnamento. L’esperienza personale di ognuno è ben sufficiente per capire la vastità del penitenziario vita nel quale siamo rinchiusi e condannati. Rassegniamoci a realizzare ciò che è il nostro compito. Questo è l’essenziale. Il nostro compito…per riuscire in questo intento occorre tempo, molto sacrificio, una buona dose di fortuna, molta e duratura salute. Naturalmente prima occorre individuare il compito cui si è chiamati, in maniera chiara.

Una volta individuato, e non è affatto facile, perché io parlo del vero compito, non di una semplice occupazione, realizzare quanto dobbiamo significherà attraversare molte difficoltà e limitazioni di ogni tipo. Bisogna avere perseveranza nel sottoporsi con pazienza al volere imperioso del destino…ma parlare del destino non è come parlare di Dio?

La sensazione di remare contro corrente in ogni impresa della vita, è certamente un’esperienza comune a molti se non a tutti gli uomini, ed è quella sensazione che appunto, in tanti conosciamo, che autorizza ad ipotizzare un destino. Anche ciò di cui parlo può darsi però, sia solo una fantasia e null’altro.

Negli ultimi tempi, ho realizzato due cicli di pittura, ciascuno composto di molte opere, cicli che non posso definire certamente conclusi. Questi due cicli ancor più dei miei precedenti, sono una interrogazione ossessiva sulla fine e sul senso dell’esistenza. Per molti sono opere noiosissime, lo so bene, ma esse fanno parte di quel compito a cui più sopra alludevo. Così, mentre in altre occasioni avevo desiderio di esporre i miei lavori per poter notare le sensazioni dei visitatori durante l’osservazione dei quadri in mostra, oggi ho perso del tutto quel desiderio che di primo acchito potrebbe definirsi naturale per un pittore e che invece non è che il retaggio di un altro di quei comportamenti ereditati, per così dire, con la professione; soltanto vecchie abitudini consolidate, quando i tempi erano molto diversi e le speranze nutrite da molti sogni. Anni in cui il modo di guardare all’arte e i ruoli degli agenti nell’arte erano altra cosa, non so bene se migliori o peggiori. La verità è che, disprezzando l’umanità intera, in astratto come genere, ed in particolare valutando cioè, le singole persone, diventa difficile persino immaginare un pubblico per le mie opere senza provare fastidio, e così, anche per la pittura posso dire che lavoro per me stesso, in analogia con lo scrivere, aggiungendo: per strenua testimonianza (ma ciò non vale per la pittura di ogni epoca?). Sono convinto che non è questo il tempo in cui un lavoro come il mio possa essere apprezzato in profondità. Può darsi che non ci sia mai un tempo definito per l’opera d’arte, ma senza dubbio, sono altresì convinto che non posso essere d’aiuto a molti con ciò che dipingo, strappando i miei soggetti a fatica, alla disperazione del dilagare del nulla.

Quello dell’arte è un mondo muto, dove è solo possibile dialogare con i già morti piuttosto che con i morenti. Chi si reputa “un addetto ai lavori”, è di solito ancor più insopportabile di un pubblico di visitatori ignoranti e senza motivazione; in più, l’esistenza di una potente organizzazione dedita a far soldi, mi rende l’ambiente dell’arte disprezzabile oggi, molto di più di quanto non lo fosse ieri. Mi capita di constatare spesso che un semplice dialogo con gente di quella risma, acuisce il mio stato depressivo cronico. Non sopporto, questa è la verità, che si entri nel mio mondo senza essere invitati a farlo. Perché poi dovrei mai permettere questa invasione? Convinzioni consolidate negli anni, mi permettono di poter evitare infruttuosi confronti e discussioni. Quel genere di rituale è già oscenamente inutile in politica, per sentire la necessità di replicare la commedia nel mio mondo privato. La democrazia della chiacchiera mi ha stufato abbastanza.

Il punto essenziale sta nel fatto che per me, l’arte è un modo di intendere il mondo, una gnoseologia potrei dire, una maniera per sopportare la vita, un fatto in definitiva privato, direi intimo. L’arte parla per assoluti e non lascia spazio al commento insignificante e vivaddio, per fortuna! Le opinioni non contano, sono superflue in questo ambito più che altrove. Si è costretti al commercio quando, in un mondo che riconosce solo il valore della merce, occorre industriarsi ad inventarsene uno, qualora non ci sia, nella merce prodotta, per qualità intrinseca naturalmente, al fine di un utile.

Se ci si sottrae alla necessità dell’utile, si vede cadere la necessità del commercio.

Il valore commerciale dell’opera d’arte è di fatto così aleatorio e cangiante e l’arte così stupendamente inutile, che è come mettere in commercio bolle di sapone, aria di capri, alghe nutrienti di Atlantide.

Mi interrogo con frequenza sul mio lavoro, se sia all’altezza della mia ambizione di un tempo, ora ancor più cresciuta, quella stessa ambizione che non mi permetteva di dubitare di nulla. Mi chiedo se i risultati raggiunti giustifichino una durata delle opere nel tempo.

Domande che provocano una frenesia oscura; a volte mi sembra di aver tanto dissipato, indulgendo a prestare attenzione a cose marginali o a perdermi in impegni a me estranei, che però la vita mi ha messo di fronte senza alternative. Ananke crudele, la dea che piega pure gli dei.

Poi la freddezza e il distacco hanno di nuovo la meglio, allora, smania di fare, domande inutili, rimpianti, appaiono vani. Per il pittore non c’è che la pittura, anche quando la vita ci mette in scena in altri ruoli obbligati. Non bisogna prestare ascolto alle chiacchiere, alla ripetizione insistente delle informazioni quotidiane che tenta di gettarci addosso tutta la merda del mondo. Nella prospettiva dell’artista non c’è altro che morte, secoli che si ripetono e trascorrono uguali con il loro carico di maledizioni, stragi, assurdità, follie ineffabili, ideologie velenose.

Io sento ancora di dover lavorare su me stesso. La via dell’arte è un cammino di iniziazione che richiede umiltà. I soggetti sono un pretesto per parlare di me. Non c’è altro. In ciò che ho appena scritto tuttavia, c’è più di una interpretazione possibile, anzi infinite interpretazioni sono possibili, ma seguirle nel ragionamento richiederebbe centinaia di pagine. A chi non ha esperienza diretta inoltre, quelle pagine non direbbero alcunché.

Io ragiono naturalmente della mia esperienza. Del resto, di cosa potrei parlare? Gli insegnamenti più utili che ho avuto mi hanno condotto alla medesima conclusione.

Sospetto che non sono mai soddisfatto del mio lavoro perché non sono soddisfatto di me, eppure tra un pugno di anni (salvo scherzi della sorte, imprevedibili), tutto questo ciarlare ipotetico non sarà che “fame di vento”, come Qohelet mi sussurra di là dei tanti secoli trascorsi.

La mia ambizione perfezionista mi conduce per mano. Cosa potrebbe saziarne la fame? Quali risultati sarebbero finalmente da me stesso giudicati all’altezza? Tutto mi è oscuro. E’ sconfortante.

(continua)

09/04/2018, Antimo Mascaretti

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