Senza titolo (Ovvero: Volo aereo notturno) (III) Romanzo

di Antimo Mascaretti

Non posso che andare per direzioni vaghe e diverse ogni volta, là dove la mia pittura mi costringe. La mia ambizione si adatta a rendere al meglio ciò che necessita vedere la luce, così si prodiga all’infinito, come la mia mano.

C’è un vento improvviso che smuove le carte sul tavolo, agita l’anima, quel che viene alla luce ha “necessità” propria, irrefrenabile, io mi limito a prestare tecnica e visione alla necessità. Dunque, l’insoddisfazione è un momento di rabbia e di fallimento su una materia da plasmare all’infinito, un deserto dove vagare senza punti di riferimento. Potrà sembrare curioso, forse bizzarro, (se si guarda anche solo col pensiero il nucleo centrale delle mie opere), ciò che mi accingo a scrivere: ebbene, è vero, sono stato sempre mosso all’azione dalla bellezza, così intensamente da spingermi tra i demoni che dominano di continuo i miei soggetti.

Sì, la bellezza. In ogni sua manifestazione, la bellezza mi fa visita quotidianamente, nelle sue incarnazioni fortuite, nelle sue infinite e sorprendenti epifanie, nelle lussuose metamorfosi infinitesime. Una sorta di continua “annunciazione”, una chiamata alla responsabilità di dover prestare lo sguardo alla luce senza precauzioni, cui non ci si può sottrarre. Spiegare tutto questo non mi è possibile, sono dolente, ugualmente sarebbe vano qualora vi riuscissi, perciò andiamo avanti.

In che modo dalla bellezza si giunge alle soglie dell’Ade? Ai demoni scalpitanti? Non è dato domandarlo, tanto meno rispondere.

Frugo nella pattumiera delle anime, spesso rimangono lampi di dolore ad illuminare il quadro, una luce sinistra che chi guarda vorrebbe non aver mai conosciuto, e che tuttavia riconosce, divenendo per reazione, ostile. Il quadro lo interroga spietatamente, non gli lascia scampo, lo rivela come mai avrebbe desiderato. E la bellezza del momento, da cui tutto ha inizio, dove è finita? La bellezza delle forme armoniche, promessa di divinità, diventa materia, materia deforme, riuscendo appena a fermare l’immagine del peccato, la disarmonia eterna della Bestia.

Il poeta vorrebbe poter scrivere le parole più elevate e si lancia invece in una sequela di immonde bestemmie ma, e questo è il punto cruciale, quella necessità fotografa l’uomo che è accanto a noi ogni giorno, l’uomo che vive quell’inferno. Quella necessità ci riguarda.

Quelle grida scomposte, quella litania di imprecazioni senza risposta, sono l’essenza di ciò che riusciamo a comprendere del vivere, finisce per riassumere il nostro stesso essere. Mi andrebbe di parlare, anche da solo, sulla bellezza e a lungo, ma anche questo monologo mi porterebbe lontano.

Riordino il mio studio nei momenti di pausa del lavoro. Catalogo i più recenti lavori un paio di volte al mese. Negli ultimi tempi mi occupo di queste faccende con maggiore cura, perché tutto possa essere più comprensibile, dopo. Perché mi occupo di catalogare? In realtà, non ho un vero motivo concreto, anche questa è diventata una delle tante abitudini del tutto prive di necessità.

Il sole torna a percorrere traiettorie di polvere nelle stanze dello studio, filtrando tra gli scuri delle finestre serrate, attraversa il silenzio, accompagnando un canto di uccelli che al mattino dei mesi invernali scompare, così che non c’è bisogno di interrogarsi sulle stagioni che scorrono e su quale sia quella presente. L’indice del mutamento è il canto, con precisione cronometrica ritorna al momento opportuno e rallegra, non si sa mai bene perché. Per tutto il resto, oggetti, mobili, quadri appoggiati al muro, accatastati alle pareti, non c’è destino di un cambiamento. Tutto è, per quanto possibile, identico a come era nei primi giorni in cui occupai queste stanze con ottimismo. Qui ho dipinto per moltissimi anni senza preoccuparmi di successi ed insuccessi, senza sconvolgimenti, felice di poter tenere il mondo fuori almeno da questo luogo, lontano dai balconi ricoperti di fiori. In questo luogo ho cercato i motivi della paura, della necessita del male. Risposte filosofiche penosamente insufficienti mi hanno spinto a registrare i miei soli sogni, le premonizioni, le profezie stregate che riguardano lo sprofondare passivo dell’Occidente, cornice al cadere silenzioso del mio corpo nella vecchiaia, nel dolore insanabile del constatarne la fragilità e l’insicurezza che le è compagna. Comunicare sembra essere l’ossessione di questo primo decennio del nuovo secolo. Nessuno sembra accorgersi di quanto il mostrarsi continuo su un palcoscenico virtuale, con le proprie insufficienze, non sia che un’operazione insulsa che finisce, attraverso una finta recita da attori non professionisti, per rendere ogni aspetto della vita ridicolo. I sentimenti scontati, gli amori melensi e penosi, persino il dolore uguale nelle sue manifestazioni plateali, assume una volgarità insopportabile, la volgarità dell’imitazione. Mi chiedo se scrivere non sia anch’esso un modo di correre il rischio di quel genere di volgarità, temo di cadere nell’ovvietà, di non riuscire a fermare che vaghe sensazioni avvelenate dall’imprecisione. Io tuttavia mi dico, scrivo per me (e in questa illusione mi nascondo), e non mi importa delle reazioni altrui, non cercate né respinte.

Nel mio studio al buio, le opere sono immerse nel silenzio immutabile. Mi hanno insegnato che non è importante il commento, ma l’aver colto il momento con il suo contenuto di emozione. Deve essere così anche per ciò che vado narrando.

L’operazione viene così ad assumere un valore “taciuto”, importante per le sorti del mondo e nello stesso tempo insignificante all’apparenza, una azione del tutto irrilevante, come si dice sia l’atto del pregare dei reclusi e delle recluse in conventi inaccessibili. Può darsi, d’altra parte la commistione col potere e il denaro non dona di più, se non in superficie. Vizi imperdonabili, abituano alla pienezza di sé, ma non insegnano a morire.

Nell’alba faccio fatica a intendere le parole dei miei fantasmi che in questa ora benedetta diventano irrefrenabili, in attesa della luce. L’alba è il momento segreto per i filosofi e si sa, tutti diventano filosofi nel mare della rassegnazione impotente, in un ospedale per esempio, oppure in un ospizio, cantiere di relitti in disarmo destinati alla demolizione senza pieta, o nelle sale d’aspetto di una stazione ferroviaria o un aeroporto di notte, gli equivalenti moderni di una sosta di fronte ad un camino crepitante, di una stazione di posta per un cambio di cavalli.

Nella vicinanza fortuita, nell’accostarsi delle ellissi esistenziali mi vengono parole adatte alla circostanza, le parole della domenica, distaccate, rasserenanti. Può capitare, che i più giovani assumano un ghigno sornione, rivelazione di incredulità, alle lezioni di filosofia vana, ed è giusto così.

D’altro canto nella giovinezza, in salute (la giovinezza del corpo così mitizzata), magari anche ricchi di risorse economiche, e dunque di possibili scelte, (ché altro non è la ricchezza materiale), e non è poi poco, tutti sono propensi alla gratuità del vizio, dal più innocuo al più deleterio e letale, tutti si adagiano nella spensieratezza indulgente. Lo status di vecchio non fa di noi dei buoni filosofi, altre importanti qualità occorrerebbero, se i filosofi fossero poi necessari ed importanti, qualità che nulla hanno a che fare con l’età, così un pittore che si interroghi sul suo fare non può contare affatto sulla circostanza che il solo pensarci, garantisca una creazione di buona pittura.

Anche la pittura, ho imparato negli anni, è una pretesa di sanità a tutti i costi, una variante del dissennato comportamento di massa nei luoghi di cura, dove la salute è “un diritto”, non una felice circostanza casuale, che ci è dato di solito, per tempi troppo brevi, tra intervalli più o meno lunghi. Certo la sanità che riguarda l’elevazione dello spirito è pretesa senza dubbio più audace e destinata, in percentuali ancora più corpose, a rimanere inesaudita.

Per l’assenza improvvisa di uno stato di salute del tutto fortuito, si cerca un responsabile, un colpevole, come per ogni fatto normale o perverso che accade nella nostra vita, priva del tutto di logica. Si cerca una concatenazione di cause ed effetti, con in più il colpevole; come se poi, tutto potesse tornare nell’apparente armonia dell’attesa, in un mondo peggiore in ogni aspetto, del più tetro girone infernale.

Pensare a quello che è il nostro agire e vivere sono cose ben diverse, il pensare di agire, mi ricorda l’essenza dell’arte che, va ricordato, è quanto di più lontano dal semplice fluire della vita biologica. L’arte finisce per essere il miracolo possibile (come potrebbe scaturire da un vero miracolo, l’artificio dell’arte?), oppure non è nient’altro che letteratura, cioè intrattenimento colto, l’incanto delle parole per adulti e bambini, nel migliore dei casi. Chi afferma di non credere ai miracoli, non sta prestando troppa attenzione all’equilibrio, impossibile all’apparenza, del proprio esistere, così immerso nelle possibili male sorti, immaginabili, ipotizzabili. Il male assoluto porta sempre al pensiero di Dio, non come erroneamente si potrebbe credere, il bene assoluto, perché questo bene è sconosciuto all’uomo, al contrario del male, come ugualmente la bellezza assoluta.

Il male è la materia stessa del vivere, presente in ogni essere vivente, in ogni aspetto infinitesimo della metamorfosi biologica, il male è insufficienza insanabile, abissale in natura, ma nell’essere più evoluto è anche spesso, ripugnante intenzionalità.

Il miracolo è attributo possibile di Dio, se l’idea di Dio è obsoleta, accade che nulla ha più importanza, non è vero?

L’assenza di importanza vera, non declamatoria e retorica, di ogni qualsiasi fatto o atto, sia pure il più atroce, descrive la nostra società contemporanea perfettamente (ma penso sia stato così anche per altre epoche), un luogo infernale, dove ancora ci si interroga sull’idea di Dio, una ipotesi palesemente imbarazzante.

Oggi che c’è una “App” per tutto e che il nostro primo desiderio è essere eternamente connessi in rete, con una ghirlanda interminabile di pessime foto, di facce da coglioni adulti e bambini, sempre in pose improbabili che ostentano felicità inesistenti, viaggi nei posti più astrusi, in un tentativo di essere un po’ meno merde di quel che si è nella vita di ogni giorno, mi chiedo se ci sia una “ app.” anche per stilare il proprio testamento…

Sono certo che qualcuno ha pensato a predisporre un modello elettronico da scaricare, ma mi convinco sia più sicuro restare nel tradizionale olografo, ed evitare indesiderate impugnazioni a futura memoria, sì, meglio la vecchia stilografica dal colore blu laccato.

Se stilare il testamento è buona pratica e raccomandabile anzi, a chiunque, nel caso di un artista, che in ogni caso lavora “sub specie aeternitatis”, è azione irrinunciabile e ancor più indispensabile, quando dovessero affiorare dubbi sul futuro del proprio lavoro, nel caso che la notorietà dello stesso fosse alquanto limitata e magari si arresti ad uno sparuto gruppetto di amatori appassionati.

Dormo poche ore per notte. Dell’antica abitudine di lavorare nel silenzio delle propizie ore notturne, mi rimane solo la mancanza di sonno. Dormo non più di cinque ore per notte.

Di solito rivedo in televisione vecchi film, con predilezione per quelli in bianco e nero, nel frattempo, mi arrovello in continuazione fino ad abbandonarmi ad un sonno bituminoso che mi inghiotte in magnifiche, allettanti visioni, incontri privi di riscontri temporali, apparizioni e dialoghi senza l’aiuto necessario della logica, per svegliarmi infine, con un tetro umore che di solito perdura per l’intera giornata. Da qualche mese, l’idea di stilare un testamento è pensiero fisso al risveglio.

Preparare le direttive generali per il destino di ciò che per me fu importante in vita, ma anche stilare le norme comportamentali da seguire, in caso si determini una situazione in cui mi fosse impedita la possibilità di decidere autonomamente sulla fine, in tutti gli aspetti, non ultimi quelli relativi alle esequie.

Ogni volta però, ho finito per abbandonare l’idea, più che altro per pigrizia, fino a che, qualche giorno fa, mi sono messo a cercare nel caos inestricabile dello studio, la più bella carta intestata che abbia mai posseduto, di un raro lavoro tipografico, che mi appariva la più idonea per occasioni di questo tipo, si tratta in definitiva, di una sorta di strana “annunciazione” a posteriori!

La carta, su cui ho fatto stampare il mio nome successivamente, la comprai all’inizio degli anni ’80, in una veloce visita a Fabriano (città della carta, come recita il motto su un cartello stradale), ed in effetti, comprai una risma di carta detta “infiorata”, per la presenza nell’impasto di petali di fiori, tra i più rari delle primavere dell’entroterra marchigiano.

Il nome lo feci stampare in una grafia vagamente jugendstil. Non mi capitarono però, molte occasioni per usare una carta di quel tipo, certamente importante, ed era proprio l’affiorare dei petali che, in ogni occasione me la facevano giudicare fuori luogo, nella normale corrispondenza con critici e galleristi. E’ capitato così, che l’ultima volta che ho avuto occasione di aprire quella scatola decorata, con al centro lo stemma dell’antico Comune di Fabriano, è stato almeno trenta o più anni fa. Da allora, la sapevo riposta in uno stipite, sotto una delle librerie presenti nel mio studio, tra centinaia di fogli di appunti, disegni, ricevute di pagamento, promemoria di carte di credito, oggetti di quelli che non si sa mai dove sistemare. Non riesco mai a buttare via nulla dal mio studio, distaccarmi anche dal più piccolo pezzo di carta ormai inutilizzabile, costituisce per me un piccolo trauma, una perdita definitiva di un infinitesimo grumo di vita.

(continua)

17/04/2018, Antimo Mascaretti

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