Senza titolo (Ovvero: Volo aereo notturno) (IV) Romanzo

di Antimo Mascaretti

Ho finalmente ritrovato la carta. Era nella scatola color marrone, come ben ricordavo. Ora l’ho qui davanti a me, ma nella scatola ho ritrovato anche un involucro legato accuratamente con un nastro scuro. Avevo dimenticato quelle carte o forse le avevo cancellate dalla mente, per il modo in cui ne ero venuto in possesso, che non può certo dirsi molto corretto.

Molti anni fa avevo organizzato una esposizione di miei lavori a Monaco, in una galleria gestita da un’anziana signora che, mi accorsi poi mentre ero suo ospite, certamente aveva avuto in simpatia duratura, tanto da lasciarlo ancora trapelare nei dialoghi, il movimento nazionalsocialista, come per altro, in molti a quei tempi. Ci furono frequenti incomprensioni fin dall’inizio del nostro rapporto. Tutto andò avanti unicamente per gli impegni già stipulati, non certo, almeno da parte mia, per il piacere di trovarmi in quella che era diventata pian piano, una situazione incresciosa. Alla fine dell’esposizione, i quadri furono accatastati in un ripostiglio abbastanza capiente, in attesa dell’imballo per la spedizione di rientro in Italia.

La spedizione sarebbe stata organizzata dalla galleria nei giorni successivi, mentre io mi sono accomiatato il giorno stesso della chiusura della mostra, subito dopo aver aiutato un inserviente a riporre tutte le opere nel ripostiglio, operazione necessaria, perché il giorno successivo si doveva allestire una nuova esposizione, e le pareti dovevano assolutamente essere liberate al più presto.

Nel riporre un grande telaio in ripostiglio, mi accorsi che qualcosa era stato occultato tra il telaio e la tela, sporgeva al di fuori del legno per almeno cinque centimetri. All’apparenza sembrava una busta ripiegata, molto voluminosa, il colore era molto simile a quello della tela sul retro, intendo la parte non preparata dall’abituale imprimitura. Senza farmi notare, detti rapidamente un’occhiata al contenuto in un momento in cui ero rimasto solo nel ripostiglio. Si trattava all’apparenza, di un cospicuo numero di vecchie lettere e non conoscendo il tedesco, potei capire sul momento soltanto il periodo in cui erano state scritte dalle date evidenziate sui fogli in alto a destra. Rimasi affascinato dalla grafia, si trattava di lettere di tempi molto remoti, dal 1913 fino alla fine del secondo conflitto mondiale. Senza pensarci troppo, decisi di tenermi l’involucro senza pormi troppe domande su chi avesse riposto quelle lettere dietro il mio telaio, e meno che mai, sul perché lo avesse fatto. Una cosa era evidente: ero io il destinatario del pacchetto e non avevo voglia di mettere a parte la signora gallerista del mio ritrovamento.

Questo ritrovamento era per me in quel momento, una sorta di risarcimento morale per quante indelicatezze avevo dovuto subire per tutto il tempo della durata dell’esposizione, da parte dell’anziana signora, che non perdeva in più occasioni di manifestarmi una antipatia marcata, non aspettando che il momento in cui me ne sarei andato.

Il ritrovamento era stata una curiosità che in parte aveva mitigato il mio stato d’animo negativo, ponendo vaghi interrogativi e improbabili interpretazioni.

Appena a casa, feci tradurre le lettere e il caso mi introdusse nella vita non facile (ma è una mia supposizione in realtà), e certamente avventurosa, di Ehrlich Teufel, pittore tedesco del Novecento.

Mentre scendevo, per l’ultima volta mi auguravo, le scale del palazzo dove era ubicata la galleria, aggrappato alla ringhiera di ghisa nera, avevo la sensazione che quel posto, pur non sapendo come, avrebbe segnato più di quanto mi augurassi la mia esistenza. Mentre ricordo tutto questo, torno ad avvertire la medesima sensazione.

Ehrlich Teufel è, meglio dire è stato, a leggere le lettere, un artista, un pittore in apparenza scomparso da ogni cronaca, mai esistito, a giudicare dai testi di storia dell’arte del Novecento. Io stesso sarei orientato a dar credito a questa ultima ipotesi, se quanto poi è accaduto, non mi smentisse, per l’eco che ancora vibra nell’anima, ogni giorno.

Rileggo le lettere (nella traduzione), ogni mattina, le esamino minuziosamente. La loro comparsa, anzi ricomparsa, mi spinge a modificare le mie abitudini di provetto misantropo, abitudini che da anni sono il mio modo di suddividere le giornate, tutte dedicate al lavoro.

Sono persino tentato di uscire di nuovo per avere notizie. Uscire nell’arena dei leoni che è diventato il mondo civilizzato. Sono in preda da qualche tempo, ad una curiosità malsana e me ne rendo conto. Un dubbio l’ho di certo, ed è che temo di sbagliare muovendomi in una direzione o nell’altra, tra l’approfondire la faccenda o lasciar perdere definitivamente. Non mi resta che prendere una decisione e vada come vada, andare a verificare.

Sono sempre stato convinto che in ogni artista sia vivo un istinto di necessaria protezione per il proprio lavoro, nello stesso tempo è altrettanto vivo il desiderio che esso non finisca ignorato, nel nulla, senza storia e senza memoria. Teufel sembra animato invece nei suoi scritti, almeno da una certa data, solo dal timore di non riuscire ad occultare nella maniera più sicura quanto aveva dipinto. Perché? Che cosa lo spingeva a seguire costantemente questo proposito, che è quanto meno una stranezza, condannandosi per di più, all’oblio?

All’epoca del rientro in Italia, mi ero affannato inutilmente a cercare notizie di Teufel. Attraverso amici che stabilmente risiedono in Germania, avevo cercato di conoscere qualcosa di più del suo lavoro, più delle scarne notizie che lui stesso fornisce nelle sue lettere, ma ogni traccia si è interrotta in un nulla di fatto e avevo deciso di abbandonare ulteriori indagini. Dell’autore non si conosceva nulla e delle sue opere nessuna traccia. Nessun dipinto, attribuito a questo pittore, era conservato in musei e raccolte pubbliche in Germania o altrove.

In questi anni avevo pensato che il disastro, le distruzioni delle fasi finali della guerra, avessero occultato per sempre assieme a documenti d’archivio, anche molte pitture, in particolare di quegli autori meno noti, le cui opere non erano state messe al riparo per tempo dagli eventi bellici. Neppure in internet trovo notizie del mio pittore, segno che ancora oggi, a quasi quaranta anni dalla mia prima ricerca, non sono emersi fatti nuovi. Evidentemente, nessuna opera è mai stata ritrovata. Mi sono persuaso (quasi persuaso…), che da questo piccolo mistero non si esce, ma non c’è modo di uscire neppure da questo pensiero insistente che mi visita ogni mattina.

E’ probabile che Teufel, se è mai esistito, avesse buoni motivi per agire in quel modo, per nascondersi e non lasciare alcuna traccia di sé, la vita lo ha poi aiutato nell’intento, con la drammaticità degli eventi. E se le opere fossero nascoste invece, dietro uno pseudonimo?

In questo caso sarebbe ancor più arduo ritrovarle.

Penso sia molto difficile occultare ogni piccola traccia di un’esistenza se non favoriti da particolari circostanze, cosa mi può far ragionevolmente pensare che io, a così distanza di anni, possa riuscire dove in apparenza tutti hanno fallito?

Rileggo ancora le sue lettere, ogni mattino.

Nella crisi determinata dalla creazione del mio ultimo ciclo di pitture in ordine di tempo, che ho titolato: “Strappati al dilagare del nulla”, senza deliberatamente risolvere l’ambiguità di senso della parola “strappati” che a seconda dell’accentazione può risolversi o in un imperativo categorico, un’esortazione magari a se stessi, oppure alludere ad un recupero fortuito, alla riesumazione di reliquie dell’esistenza, che sarebbero dunque, il vero soggetto del ciclo, trascorro molto tempo assorto un pensieri, solo casualmente concatenati.

La crisi è esplosa fin dai primi lavori. Con un terribile frastuono che ha scosso la mia anima si è annunciata.

E’ venuta meno la certezza che tra tanti rischi, aveva resistito incurante di tutto. La certezza della necessità della mia figurazione. Non conosco più il significato di quella maniera di operare che fino a ieri mi sembrava naturale esigenza, e che dagli anni ’70 in poi, non mi ha mai più abbandonato. Oggi è venuto meno il senso di ciò che ha caratterizzato il centro della mia esistenza. Ho attraversato, da testimone, i terremoti che hanno scosso la pittura nella seconda parte del Novecento, senza mai dubbi, fino ad oggi, in cui mi sento l’ombra di me stesso.

Un sentimento di disperata “inadeguatezza” della figura mi accompagna durante la pittura di ogni singolo quadro di questo ciclo, la realtà è esplosa in mille frammenti senza significato o spiegazione possibile, aberrazioni irrazionali diventano il soggetto della pittura, ma non della mia pittura, che non potrebbe adeguatamente illuminarle. Se questo è vero, la pittura, la mia pittura viene a perdere qualsiasi necessità, riducendosi a parcellizzazione inesatta e inadeguata di una visione incongrua, non la raffigurazione di un inferno terreno, ma poco più che un passatempo per invecchiati solitari.

Attorno a questa nefasta sensazione ruotano i miei giorni in studio ormai da un po’ di tempo, e la pittura, difficile e lenta, porta tracce evidenti delle incertezze che ingombrano la mia mente e delle attutite sensazioni e urgenze che un tempo, mi inducevano ad un lavoro forsennato, sublimazione di una passione, di un desiderio di conoscenza senza limiti, dell’avventura umana.

“Strappati al dilagare del nulla”, grido a me stesso ogni mattino, senza certezza alcuna che l’imperativo abbia un senso.

Per distogliere la mente da tante sensazioni orribili, da letali considerazioni, e tornare a prendere fiato, mi perdo nella lettura, per l’ennesimo volta, delle lettere di Teufel. Senza un preciso motivo, lo considero ormai mio compagno di sventura, fratello nella passione, nell’ambizione di render chiaro l’innominabile, l’oscurità del mondo, dell’anima, della natura, dell’esistenza.

23Aprile 1913

Gentilissima Signorina,

Come vede le scrivo subito appena arrivato a Parigi.

Io e Carlo, abbiamo ancora ben impressa nell’anima la nostra esperienza sul Monte Verità ed è così forte che non aspettiamo che il momento di poter tornare. Al Louvre e sul Grand Boulevard mi sono sentito a casa mia, alla fine, quasi più che al Kaiser-Friedrich-Museum o nelle strade di Berlino. Ultimamente (ero al Louvre molto spesso) non facevo che passeggiare fra le collezioni e mi fermavo continuamente davanti agli stessi quadri, che conoscevo già e mi sono impresso bene nella memoria, poiché ogni giorno li vedevo meglio. Non avevo mai potuto capire l’arte così facilmente. Per la prima volta mi sono fatto una chiara idea del rococò francese – di Fragonard, che è il più coraggioso e il più sensuale di questi pittori. Boucher, Watteau, Chardin e molti altri meno importanti riempiono le pareti, per un’altezza di due metri.

(qui inizia un grande spazio bianco)

Quanto avanti si spinge la spiritualità della donna chi lo può sapere? Che cosa sappiamo della donna? Ben poco come sappiamo poco della gioventù. Non abbiamo ancora sperimentato una civiltà della donna, come non conosciamo una civiltà della gioventù.

All’ opera ho visto il balletto più antiquato che si possa immaginare, dal punto di vista artistico non ci colpisce più, ma ho ammirato la disciplina individuale delle ballerine che nelle esecuzioni dell’Opera di Berlino non avevo mai notato come qui. Nel foyer ho visto le più belle toilettes – del resto a Parigi si dipingono anche le signore più distinte… Quanto lontano ciò che ho potuto vedere qui dalle cose che lei mi ha mostrato e che il suo Maestro esalta giustamente con orgoglio!

( altro spazio bianco…)

Spero di rivederla quanto prima, ho tanto da raccontarle ma preferisco farlo di persona, la saluto pertanto con cordialità (e le porgo i saluti di Carlo!)

Suo Ehrlich

Nel mio ultimo lavoro del ciclo “strappati al dilagare del nulla”, che ho titolato “Volo notturno” – ritrovo puntuali, come in molti recenti lavori, gli insetti di svariate specie, presenti come tante decorazioni innocue ed invece, sono evidenti raffigurazioni di segni premonitori che non riesco più a dominare. Appaiono allo stesso modo dei segni di invecchiamento, silenziosi, insidiosi, alla stessa maniera impercettibili, alterano le fisionomie, segnano per sempre e quasi con leggerezza, ma in maniera indelebile. Ogni volta qualcosa di minimo, una bazzecola, che pure muta tutto l’insieme.

Gli insetti attutiscono e contengono nell’unico modo possibile, i passi dei barbari, ciò che sta cambiando davanti agli occhi ciechi dei più, e che i media in maniera criminale ingigantiscono, diabolicamente, al fine di trasmettere in maniera sottile allarmismi vaghi passati per innocui, con sviolinate melense di cattivo romanticismo fuori dalla storia, così che gravi accadimenti, si ammantano di finta normalità e trascorrono in maniera scolorita e indolore.

Gli insetti sono i simboli che fioriscono mio malgrado, invadono i fondi delle opere, i margini, i risvolti, sono i bimbi decapitati, defraudati degli organi, uccisi per denaro o indifferenza, sono le donne, sempre più oltraggiate e sempre più nell’anonimato, le “normali” periferie impenetrabili ormai da tempo immemore ed in mano ad un nemico sconosciuto, criminalità, ignoranza, degradazione, emarginazione, violenza inaudita e senza motivo, e i criminali che fiancheggiano tutto questo, sono gli stessi che lanciano proclami, prediche di bontà, costoro si masturbano di solidarietà che, in parole semplici, altro non è che una ennesima speculazione innominabile.

(continua)

23/04/2018, Antimo Mascaretti

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