Senza titolo (Ovvero: Volo aereo notturno) (X) Romanzo

di Antimo Mascaretti

In attesa di Gisela, perlustro per curiosità l’appartamento, trovando quello che dovrebbe essere l’archivio di Maria, ma che di fatto, è una stanza ingombra al punto che a mala pena si apre la porta, di fogli sparsi, libri, oggetti che sembrano costumi di danza, realizzati a mano e in materiali inusuali, qualcuno anche di carta, vestiti strambi, tuniche grezze di cotone leggero, cappelli dipinti anch’essi a mano, e con colori accesissimi. Senza un contenitore, ma anzi, sparse qua e là (a volte usate come segnalibro), vi sono foto in bianco e nero, molto vecchie e ormai ingiallite e dove il tempo trascorso a mala pena lascia intravedere le fisionomie di persone ormai frantumatesi in cenere. Le date: 1913, 1915, anni venti, e poi via via verso anni più recenti, si attraversa il dramma della guerra, le delusioni del dopo.

Le foto raffigurano quella che senza dubbio è la zia della nostra gentile ospite, da sola, o insieme ad altre persone sorridenti, persone a me sconosciute il cui sorriso rimane velato di freddezza definitiva.

Sul retro di alcune foto vi sono scritti dei nomi, forse Gisela ha memoria storica di alcuni di questi personaggi che sembrano artisti, persone importanti nella cultura tedesca di quei tempi.

Trovo tra i fogli sparsi, quelli che sembrano scritti per realizzare balletti, trovo descritte coreografie, e disegnati, movimenti del corpo. Il mio scarsissimo tedesco non mi consente di conoscere di più.

Inutile insistere da solo. Per di più, molti scritti sono autografi, scritti con una calligrafia sottile che rende ostica la lettura finanche a chi è di madre lingua tedesca. Aspettare l’arrivo di Gisela appare indispensabile.

Per fortuna che ho avuto la sua disponibilità, penso quasi con allegria.

La sera primaverile si è diffusa senza rumore in questa via del centro ormai priva di attività e completamente avvolta dal buio, ho l’impressione di essere in compagnia ma non si odono uccelli notturni. Sono uscito a mangiare qualcosa. Intanto, verso borgo mercatale, mi cattura la memoria di altri tempi, di altre soste in questa città che non può fare a meno di avvolgerti di cieli stellati ricchi di cultura di secoli e di un passato sontuoso.

Da giovane, avrei avuto piacere di abitare in questo luogo. Già allora mi piaceva vivere con un certo distacco dal mondo che era, ed è rimasto, incomprensibile per me.

Qui forse la vita mi avrebbe dimenticato facilmente ai margini, tra i libri, le argute conversazioni, le bellezze perpetue. Qui, la mia passione per l’arte avrebbe trovato il suo sfogo, la mia misantropia (allora latente), il suo giusto teatro.

Oggi avverto quel tanto di disarmonia con questi luoghi, come prova chi, dopo averli abbandonati da tempo immemorabile, vi torna contro la sua volontà. Tra queste mura e ciò che sono diventato c’è una distanza non misurabile a parole. Se fosse possibile, per incantamento, incontrare di nuovo, in una primavera di quaranta anni fa, la prima donna che ho amato, non sarebbe lo stesso? Non proverei lo stesso disagio nello specchiarmi, così come sono ora, nel rivedermi in ciò che è rimasto giovane nel ricordo, sorridente, pieno di avvenire, in una serata che sa di fiori e di sogni, profumi e fascinazioni immaginate più che vissute?

Ora siamo arrivati a conoscere la verità. La verità del professore. Forse.

Come potremmo far finta di ignorare in cosa, alla fine, tutto il vivere, le sue illusioni si racchiude?

L’ombra del grande palazzo taglia la vasta piazza. Come falene a sciami si alzano i giovani sorrisi sensuali ed accattivanti, gli scherzi rumorosi, sciocchi e crudeli.

Gisela ha un abito teutonico ma di colore pastello che si intona al clima primaverile. Mi sorride scendendo da pullman che l’ha condotta da Roma. Volentieri l’aiuto a recuperare un pesante trolley.

“Come ti trovi nella casa di Martine?”

“Bene, in tua assenza ho anche accresciuto e non di poco, gli interrogativi, vagando tra i fogli, nel mare raggelato dell’inchiostro del passato che per altro, non sono riuscito a decifrare…”

“Senza il tuo tedesco, sento che sarei perduto”.

Gisela abbozza un sorriso ironico, la consapevolezza della sua utilità fa capolino nell’incresparsi delle labbra un po’ stanche.

“Dopo pranzo inizieremo la caccia, seppure ignoriamo ciò che andiamo cercando”.

Il ristorante è appartato ma in una via del centro. Gli avventori hanno sul lato destro, la vista su bei giardini curati dove le api lavorano alacremente. Mangiamo lasciandoci guidare amabilmente dall’abile cameriere verso un conto esorbitante senza dubbio. Intanto fissiamo dei punti di ricerca come un geometra nella misurazione di un terreno.

“Cosa veramente vorremmo trovare?” –azzardo –

“Primo: notizie di prima mano su Teufel, secondo: chiarire i rapporti tra il pittore e la nostra signora zia…”

“Potrà tutto questo, spiegare finalmente il mistero della scomparsa delle opere e persino delle note biografiche di Teufel?”

“E le lettere?”

Nell’elencare le domande mi assale uno scoramento che dissimulo come posso, il pensiero che tutto sia un po’ ridicolo però, mi rimane attaccato.

Come pensare di far luce, dopo tanti anni, su ciò che è stato abilmente, volutamente celato?

E poi noi due, in fondo due sprovveduti in questo genere di ricerche, suvvia, due dilettanti, con tempo da perdere…

“Non disperare” – Gisela mi riporta fuori dai miei pensieri segreti –

“Vedrai che certamente qualcosa verrà fuori, non resta che iniziare”

Ci avviamo verso la nostra abitazione provvisoria, l’avventura ci rende impazienti.

Il suono del mio cellulare interrompe la ricerca appena avviata.

“Mio caro” –Gildo Tomasi, sedicente mago et esorcista, s’insinua mellifluo nel lobo sinistro, quello dei mancini al telefono, con un incedere di rettile –

“A proposito di quel problemino che mi hai sottoposto e di cui vorresti una ben rapida soluzione, ho per te una ricetta, chiamiamola così, si tratta di un’indicazione per un preparato…Hai una penna a portata di mano?”

“Sì, certo”

“Allora fai attenzione ed inizia a scrivere”.

“Noce di galla 500, solfato di ferro 250, gomma arabica 250, acqua bollente consacrata 800; Gettare l’acqua bollente sulle noci di galla schiacciate, lasciare trascorrere ventiquattro ore, aggiungere quindi il solfato di ferro e la gomma arabica, di venerdì, fumigare con scorza orientale…”

“Inutile che ti spieghi dove ho tratto la formula che in realtà abitualmente ha un altro uso…però io credo possa riuscire a risolvere anche il tuo problema”.

“Ma come funziona? Intendo dire come devo agire?

“Procurati uno spruzzatore per profumi e spruzza uniformemente il preparato sulle parti che appaiono bianche, delle lettere, ma attenzione che il foglio non diventi troppo umido, non so bene cosa potrebbe succedere”.

“Un ultimo avvertimento: una volta terminata l’operazione, qualunque sia stato l’esito, distruggi nel fuoco la formula che ti ho dettato, non chiedermi perché o altre informazioni, credimi sulla parola, non è materia questa da trattarsi alla leggera, sappi solo che la formula appartiene alla Bestia…”

“Ho capito quanto basta” –interrompo il suo intercalare mellifluo e strisciante, sapientemente arricchito da pause-

“Farò come tu mi hai consigliato ed eseguirò con scrupolo ogni dettaglio” – un freddo improvviso mi percorre l’intero corpo appena terminata la conversazione telefonica-

La follia si spande a macchia d’olio, mi viene di pensare, dove ci sta portando tutto questo?

Fotografie e testi, fogli sparsi ingialliti, del colore naturale del tempo, grafia tedesca nervosa e spessa, tracciata con una stilografica che evidentemente era sorretta da mano non ferma, il materiale si rivela più ostico di quanto credevamo, persino Gisela fatica non poco a decifrare le parole. Dopo quattro ore di letture e traduzioni inevitabili per permettermi di condividere gli argomenti, abbiamo un mondo magico che si rivela da quella pila di scritti, strane presenze, bizzarri compagni di avventure di un’epoca perduta nell’eco delle cannonate che ingoiarono “la belle epoque” e anche quello strano sodalizio che ci si rivela d’incanto, ideali attualissimi, modi di vita rivoluzionari sperimentati sino alle ultime conseguenze, stentiamo a credere autentiche le date che leggiamo su quelle pagine, date di oltre un secolo. Ci guardiamo perplessi, dopo ogni lettura che Gisela effettua a voce alta, prima in tedesco, facendo poi seguire una puntigliosa traduzione letterale.

Delle vicissitudini e dicerie riguardanti quanto accadde attorno a Monte Verità, nei pressi di Ascona, ho sempre avuto conoscenze vaghe, ma ora, in virtù degli scritti che Maria ha puntualmente redatto e conservato, sembra di essere proprio su quella collina e condividere vita ed abitudini, danze e musica di quella strana compagnia eterogenea che per certi aspetti ha aperto l’arte contemporanea.

Gisela, mostrando grande riservatezza, non mi ha chiesto nulla, vedendomi trascrivere su un foglietto la strana ricetta dettata da Gildo Tomasi, ma ora, approfittando di una pausa del nostro lavoro abituale degli ultimi giorni, le spiego a cosa quella formula dovrebbe servire.

“Dove stiamo andando?” –mi guarda con preoccupazione evidente-

“Non temere” –cerco di rassicurarla-

“Non faremo nulla che possa toglierci il sonno di notte”

Gisela rimane muta e dopo un po’, decide di andare a letto mentre io rimango a sbirciare le innumerevoli fotografie che abbiamo finora raccolto, sparse ovunque nella stanza, in diversi spessi mucchi.

In realtà penso alla formula, ma non ho con me né gli ingredienti per comporre il preparato, né lo spruzzatore, dovrò pertanto attendere con pazienza l’apertura dei negozi.

Senza attendere Gisela, che non dà segni di risveglio alle nove di mattina, sono già in attesa dell’apertura dei negozi, almeno conto e spero di avere informazioni sui materiali.

La ricerca appare problematica. Non si trova la gomma arabica, la cosa che avrei pensato di trovare più facilmente in una città d’arte. Decido di affidarmi a qualche negozio on-line, questo vuol dire però, che l’esperimento è rimandato almeno fino all’arrivo della spedizione, un paio di giorni minimo.

Le ricerche intanto continuano, dovrò pur decidere in che modo procurarmi l’acqua consacrata, rubarla in chiesa? Sembra sia cosa inevitabile.

Cerchiamo di accelerare con la disamina dei materiali, non possiamo abusare dell’ospitalità a lungo, anche se la signora Martine non ha fissato limiti alla nostra permanenza.

Trovo una foto di gruppo tra le tante, non saprei dire perché mi ha colpito. Sul retro, in corrispondenza di ciascuna figura, è segnato un nome, c’è anche Teufel, così posso, per la prima volta, conoscerne l’aspetto fisico. Appare in compagnia di un altro pittore, Carlo Mense, pittore di una qualche notorietà e valore, poi ci sono molti altri: “Schule fur Lebenskunst”, così c’è scritto, Ida Hofmann, Von Laban, Suzanne Perrottet, Henri Oedenkoven.

Dopo appena due giorni, il corriere ha, giusto ora, consegnato il mio pacchetto. Sigillato accuratamente, è qui davanti a me, sul tavolo in bellavista.

(continua)

11/06/2018, Antimo Mascaretti

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