Senza titolo (Ovvero: Volo aereo notturno) (XI) Romanzo

di Antimo Mascaretti

Ora che ho la gomma arabica nel quantitativo che mi occorre, tutto può essere approntato e disposto. In verità, mi manca sufficiente fiducia, il mio carattere naturalmente scettico non si placa davanti ad un tentativo come quello che sto per iniziare.

Un senso critico indomabile mi mette nell’orecchio la pulce che male ho fatto a confidarmi e fidarmi per di più, della soluzione del Gildo, “negromante et occultista”, come recita la sua targa all’ingresso dello studio. Mi forzo ad andare avanti. A questo punto cosa può accadere? Mal che vada non accadrà nulla e saremo daccapo.

In bagno, nascostamente da Gisela, inumidisco la prima lettera, la più distante nel tempo. Una vale l’altra a pensarci, per una prova che continua a non ispirarmi particolare fiducia. E’ questo il motivo per cui sto tentando da solo l’esperimento, non mi va di sopportare lo sguardo di riprovazione di Gisela in caso di fallimento.

Senza toccare la lettera, agisco con lo spruzzatore una seconda volta. Ora la carta è sufficientemente umida, ma non si verifica neppure il più impercettibile cambiamento. Lascio la lettera in piano sul tavolino accanto al lavabo. Ho messo dei giornali a protezione del mobile, non potendo prevedere gli effetti di quell’intruglio, ci mancherebbe solo che causasse dei danni!

Aspetto ancora che trascorra qualche minuto, ma gli spazi bianchi se possibile, si mostrano ancora più bianchi di prima. Uscendo dal bagno non nascondo una forte delusione ma evito di parlarne con Gisela, non avrei spiegazioni plausibili da dare a giustificazione del mio comportamento. Dopo quanto ho potuto constatare, ritengo perfettamente inutile spruzzare tutte le lettere, ripongo le altre in un cassetto della mia camera. Non so cos’altro tentare.

Il campanello d’ingresso mi scuote da pensieri oziosi.

“Mi scusi se sono invadente” –il professore si annuncia con fare cerimonioso-

“Come procedono le ricerche?” – L’aria ironica nella sua voce, mi spinge subito a pensare che sappia più cose che potrebbero interessarmi di quanto voglia farmi credere, ma poi penso che la signora Martine non avrebbe potuto ragguagliarlo sull’oggetto della nostra ricerca, ignorando lei stessa i dettagli, si tratta con ogni probabilità di curiosità senile.

“Si accomodi pure professore, non stia sulla soglia, le nostre ricerche continuano sia pure senza successo, come può vedere dalle carte sparse ovunque!”

“Il bandolo della matassa, bisogna trovare il bandolo…”

“Già professore, però a volte non è così agevole”

“Chiedo scusa, potrei usufruire del vostro bagno? Avrei una certa urgenza”.

“Si figuri professore, faccia con comodo… L’appartamento lo conosce, sa dove si trova” –nel dire questa frase però, ripenso alla lettera di fianco al lavabo, non so bene perché, ma la cosa mi infastidisce-

Certamente attirerà l’attenzione del professore che appare molto più curioso di quanto a prima vista potesse sembrare, meglio prepararsi una spiegazione plausibile che smorzi le sue curiosità.

Con mia sorpresa però, il professore uscendo dal bagno, non chiede nulla, anzi non mi rivolge neppure uno sguardo e con un pretesto chiarissimo si affretta a togliere il disturbo.

“Mi raccomando, ricordate di mirare al bandolo…a volte è tutto sotto gli occhi, per chi sa guardare” – con questa frase chiude il portone di casa dietro di sé, io e Gisela ci guardiamo con la stessa aria interrogativa.

Istintivamente mi precipito in bagno, cerco con lo sguardo la lettera che è rimasta esattamente dove l’ho lasciata, noto però che una scrittura azzurra ha preso il posto degli spazi bianchi, chiamo Gisela con concitazione, e porgendole la lettera, le chiedo di tradurre i brani riaffiorati alle sollecitazioni dell’intruglio.

Gisela è sbalordita quanto me e stenta a riprendere il controllo, la voce è ancora tremante quando comincia a tradurre a voce alta:

Vede bene Signorina, mi accingo ad usare il suo inchiostro. Devo dire che l’idea che sia solo lei a poter leggere ciò che scrivo mi dona una libertà che rassicura.

Tornando all’esperienza di Monte Verità, è stato come trovare finalmente ciò che desideravamo (Carlo ed io, intendo), ma anche gli altri artisti che sono stati amici e compagni di lotta e di sentimento. Cosa è in fondo “Espressionismo” se non desiderio di una maniera di vivere totalmente diversa, più libera, anche sessualmente, una rottura radicale che si afferma con una vita contro ciò che oggi si chiama vita?

Zeitgeist…Sì, lo spirito del tempo, è incarnato nell’espressionismo, è il desiderio delirante forse, di una libertà totale, assoluta, dal mondo della borghesia, dalla massiccia industrializzazione, è il desiderio di una vita vissuta in semplicità quasi primitiva, con alimenti semplici e vegetali, con abiti altrettanto semplici e funzionali creati da noi stessi. Espressionismo è desiderio realizzato di relazioni senza convenevoli e belle maniera, senza un buon gusto riprovevole. Tutto questo, abbiamo potuto trovarlo, nella viva realtà, al Monte Verità.

Poter vedere inoltre, la grande danza di Laban e delle sue meravigliose ballerine, vedere lei stessa danzare nuda sotto la luce lunare, è stato un sogno da cui ancora stento a risvegliarmi. I principi di quella nuova maniera di danzare ed intendere la danza mi hanno spinto verso una pittura onirica, come la danza della strega della signorina Wigman. Questa pittura mi sta portando molto lontano, e chissà cosa accadrà, se nulla si porrà come ostacolo costringendomi ad interromperla, negli anni a venire.

Parigi, 1913

Restiamo in silenzio. Gisela ha letto i brani in lingua tedesca, a voce alta, la voce ancora risuona nella stanza come se fosse stato lo stesso Teufel a leggere, subito dopo traduce nell’emozione, poi il silenzio torna di nuovo.

Forse il bandolo della matassa è stato trovato.

Ni muovo rapido nella stanza per andare a prendere le altre lettere riposte nel cassetto. I miei passi sono l’unico rumore, Gisela è ancora impietrita dall’emozione provata, ho fretta di leggere gli altri spazi bianchi, capire cosa è accaduto negli anni, sapere di più.

Mi accingo diligentemente a spruzzare ad una ad una le lettere e subito dopo l’operazione, le dispongo sul pavimento della stanza. Gisela appare molto stanca, assiste muta a tutto il mio rituale e alla fine, si siede in un angolo accanto alla finestra. Aspettiamo.

Un’ora è già trascorsa e non è accaduto nulla. Non ricordo il tempo trascorso dopo aver irrorato di liquido la lettera che avevo lasciato in bagno, ma certamente era trascorso molto meno tempo di adesso, come si spiega allora che le lettere non mutano aspetto, che la scrittura azzurra non compare?

Restiamo inebetiti a guardare fissamente il pavimento. Nulla, non accade nulla.

“Il professore…” –Gisela inizia a parlare con il suo marcato accento tedesco-

“Il professore è stato in bagno…” – Ho avuto anch’io la stessa idea ma mi viene da dire:

“Cosa vai a pensare? Credi sul serio che c’entri qualcosa in questa storia?

“Sarebbe sorprendente, per non dire di più”.

“Non so, eppure è stato in bagno, sarà un caso, ma la lettera ha rivelato il suo segreto solo dopo che il professore se n’è andato”.

“Può essere una coincidenza buffa” –così dicendo mi accingo a bagnare di nuovo i fogli-

“Forse occorre un po’ più di liquido, voglio provare di nuovo…”

Tutto è come prima.

Senza spiegazioni plausibili, ci ritiriamo nelle nostre stanze, meglio dormirci sopra, lasciare che la notte porti consiglio, come si suol dire.

Non so se Gisela riesca ora a dormire, io sono sveglio, ripenso a quanto è accaduto momento per momento, alla ricerca di un particolare che sembra sfuggirmi.

Sono nei pressi del portone del professore e indugio sul pianerottolo dalle prime luci dell’alba.

Nella notte mi è parso chiaro che il professore deve aver messo in atto uno stratagemma che ha consentito che potessimo leggere la lettera per intero. Cosa ha fatto e perché è quanto mi riprometto di sapere dalla viva voce del professore.

Ecco perché sono qui e aspetto.

Una parte della mattinata è trascorsa, ma contrariamente alle sue abitudini, il professore non è uscito.

Nessun rumore arriva dal suo appartamento, sembra proprio non esserci nessuno.

Chissà mi chiedo, se il professore vive solo.

Dalla porta di fronte un rumore, una girata di chiavi, il signor Parenti che abita sullo stesso piano del professore fa per uscire:

“Cerca per caso il professore? Ha già provato a suonare? – mi guarda interrogativo-

“Sì, anzi mi chiedevo se fosse in casa”

“Non credo sa, ieri sera, ed era molto tardi, sentendo rumori di passi mi sono affacciato alla finestra, sa, di questi tempi è meglio esser vigili, e appunto, ho visto il professore andar via in auto con due uomini che lo accompagnavano, due figure alte, vestite di nero, aveva con sé due valige o dei pacchi ingombranti, non so bene, credo dunque che sia partito improvvisamente”.

Parenti scende le scale con molta fretta mentre io risalgo, demoralizzato, verso il nostro appartamento dove la marea di carte sembra crescere a dismisura col passare del tempo.

Gisela si è appena alzata e prepara la colazione anche per me.

“Il professore è partito” –le comunico con disappunto-

“Chissà perché me lo sentivo!” –risponde con sarcasmo-

“E ora?”

“Non ci resta che continuare le nostre ricerche e lasciare stare le lettere per il momento”

Ad una ad una, raccolgo le lettere raggrinzite ed ormai asciutte, il loro aspetto è invecchiato ulteriormente, le ripongo nel cassetto dove dormivano ieri sera. Intanto, tra un sorso di caffè e qualche biscotto, cerco di fare il punto della situazione.

Squilla il mio telefono: “Ciao, sono Carlo Michelotti” –si tratta di un amico curatore di mostre di arte contemporanea-

“Ti ricordi quel lavoro che mi hai mandato per esporlo nella collettiva che ho curato un paio di mesi fa?”

“E’ accaduto un fatto molto bizzarro, ne puoi trovare una sintesi migliore di quella che potrei farti io ora, nel Giornale, nel supplemento culturale, con il titolo: “Realtà ed illusione dell’arte” –quando l’illusione si trasforma drammaticamente nel vero- “E’ un articolo di Federico Righetti che senz’altro conoscerai…”

“Meglio che lo leggi direttamente così puoi farti un’idea, ma ti assicuro che il tuo quadro sembra, dopo l’articolo, essere diventato come stregato ed ammalia i visitatori in maniera sorprendente”.

Il mio pensiero va immediatamente a Teufel, al suo enigma, ma disinvolto riesco a dire:

“Bene! Finalmente vorrei dire…i miei dieci estimatori sono dunque destinati ad aumentare di numero…”

“Più tardi mi godrò l’articolo di Righetti, grazie per avermi avvertito”

(continua)

18/06/2018, Antimo Mascaretti

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