Senza titolo (Ovvero: Volo aereo notturno) (XIV) Romanzo

di Antimo Mascaretti

Devo purtroppo declinare le offerte per eseguire dei ritratti che pure mi vengono proposte in questo periodo, come mai è accaduto negli anni passati.

Ho sparso la voce che ho smesso di dipingere e naturalmente, quello che realizzo lo tengo per me e non cedo nulla. Lasciar circolare quei dipinti vorrebbe dire esporli al dramma de loro destino.

Io, che ho sempre avuto il cruccio di allontanarmi troppo nella mia pittura dalla mimesis per ardite scelte formali, devo ora sopportare tutto il peso del reale nelle sue implicazioni luttuose e nefaste.

Berlin 1940

Chi pretende un’arte che sia conoscenza, aspira alla filosofia. Chi desidera ancora un’arte che esprima bellezza deve essere condotto nella confusione fino a che arrivi ad essere esaltatore dell’indeterminatezza, della sola forma senza più alcun senso.

Alla vecchia metafisica si sostituisce la nuova metafisica, non più slanci di spiritualità ma audacie di colore per puro effetto di compiacimento, la vanità narcisistica diventa il tuo dio.

“Questo non è che frutto del mio intervento” –mi sussurra all’orecchio una voce dal timbro senza particolare accento, e intanto sento ancor di più il freddo di chi la possiede.

“E’ stata la tua scelta a perderti, l’incertezza dimostrata nei confronti della nuova via, non hai saputo scegliere in tempo, anzi hai scelto di continuare un rapporto con la natura che non può che richiamare il divino anche quando raffigura l’inferno.

Questo per me è ovviamente insopportabile. La pena sarà dover assistere all’esplosione di aspetti della realtà nell’ingovernabile, l’apparente armonia che diventa disarmonia, insomma il caos, quel caos da te respinto su piano formale”.

“Sarebbe stato meglio di gran lunga, aderire a Dada ed ai movimenti che in ogni caso, ponevano l’accento sull’assurdità della condizione umana!”

“Così invece, in questa condizione di totale disincanto doloroso non c’è che la paralisi”.

Tutto è stato distrutto e l’unica consolazione è saperla al sicuro in Italia, per quanto oggi si possa essere al sicuro da qualche parte.

La maestosità dei nuovi idoli è stata umiliata, spazzata via, oggi non c’è che terrore e macerie ovunque e siamo in attesa del peggio, se mai cosa peggiore di questa può ancora accadere.

Vorrei anche io poter illudermi che l’idea di un nuovo mondo, di una nuova alba sarà l’inizio di un mutamento, ma la voce mi avverte che quanto avverrà, non sarà che un’altra tappa del suo trionfo, e mi ricorda quanto vado dipingendo ininterrottamente. Le distruzioni saranno tali che ora, non sono neppure immaginabili.

Berlin 1942

La nostra operazione è terminata, gli spazi azzurri delle varie lettere sparse sul pavimento si affievoliscono progressivamente, il bianco torna a dominare.

Sia io che Gisela siamo terribilmente stanchi, ma ancora in preda all’emozione.

Non abbiamo desiderio di altre sensazioni, il mondo dannato che attraverso la lettura di Gisela abbiamo potuto sfiorare, ci ha riempito di dolore insanabile. Il nostro è stato un ritorno dalla soglia dell’Ade.

Tutti sono ormai morti, ed il tempo della morte impone una pausa obbligata anche su ciò che cronologicamente non sarebbe, alla fine, che un pugno di anni.

Abbiamo avuto le risposte alle domande che ostinatamente ponevamo.

Non tutti i fili in verità, sono stati riallacciati, ma sappiamo quanto basta per avere frammenti di un’epoca che lasciano udire un coro, a tratti distinto, di esistenze travolte nelle loro speranze giovanili, nei desideri di una libertà irrimediabilmente lontana e forse mai possibile.

Maria Wirth che ha conservato i suoi preziosi reperti, con la sua meticolosità disordinata, ci ha dato una mano considerevole nell’impresa.

L’incantamento, dell’incantamento sul lavoro di Teufel (ed ora anche del mio), nulla sappiamo. Le opere che Teufel ha recuperato e non distrutto dove saranno?

“Possiamo essere comunque soddisfatti” –provo a dire –

Gisela ed io siamo nella penombra della stanza, la sera si è sparsa lentamente e non ci siamo accorti che tutto è quasi nascosto dal buio. Abbiamo lo stesso pensiero:

“Cosa è accaduto poi?”

“Cosa ne è stato di Teufel? Dove si è rifugiato negli ultimi anni di vita?”

Senza neppure dircelo a voce, abbiamo già deciso di restare ancora qualche giorno, per un’altra risposta.

Per me in più, vale l’impegno del professor Aleppe, che ha promesso di incontrarmi di nuovo. Ho necessità di conoscere il mio destino di pittore, se mai ancora ci saranno pitture da dipingere per me.

Ci dividiamo nuovamente i compiti: Gisela con il suo tedesco madre lingua, continuerà l’analisi dettagliata degli scritti che richiederebbero anni per essere tutti tradotti, io vorrei rintracciare, se ancora è possibile, qualche testimonianza sia pure indiretta, cercare vicini di casa di quel tempo, insomma, tracce dell’esistenza di Maria ad Urbino.

La mia crisi di identità, inseguendo la storia delle lettere, come era prevedibile si è acuita.

Ancora più di prima, tutto mi appare tragicamente, dolorosamente vano.

Di qualunque dramma, anche il più spaventoso, di qualunque esistenza, non rimane null’altro che un’ombra, un ectoplasma di fantasma. Dei clamori antichi, degli scontri furiosi, più nulla, solo un po’ di retorica, a volte. Però il dolore, quello resta.

Ma anche per il dolore vige la regola della durata dell’esistenza di chi, nonostante gli sforzi per allontanarlo, continua a provarlo. Quando anche l’ultima persona che mantiene vivo il ricordo sarà sparita, anche il dolore più lancinante avrà fine. Finirà nell’insignificanza di tutto, nell’indifferenza delle facce belluine dei nuovi nati, nella loro limitatezza senza confini, nella presunzione di cambiare gli eventi, nell’incapacità di capire veramente con la sola immaginazione. Occhi, amori, passioni, fedi politiche o religiose, odi inestinguibili e tenaci all’apparenza, tutto non sarà che nulla, come è sempre stato.

E l’arte? quell’arte nella cui ammaliante illusione ho vissuto? Non so rispondere. Ma quanti saranno stati finora gli artisti, a me sconosciuti, che sono stati travolti dalla sua difficile malìa?

Certamente milioni.

Sorrido tra me a quest’ultimo pensiero. E’ ormai notte, quando attraverso l’ombra del palazzo del Duca, l’antico freddo mi avvolge, pur nella serata di primavera.

Ecco ancora il freddo, quel freddo che bisogna aver provato per essere pronti a tutto.

L’aurora, qui ad Urbino, mi è estranea. Ho sognato da poco un incontro in un luogo sconosciuto. Seduto su un muro di pietre, un uomo piccolo di statura ma vestito con eleganza, mi parla, mentre cammino su una strada bianca di polvere sotto un sole cocente.

La lunga strada non è asfaltata, l’ora è quella del primo pomeriggio d’estate.

La strada presenta tornanti difficili anche per chi la percorre a piedi come me, il cuore aumenta il suo battito, nonostante io cerchi di respirare profondamente.

“Perché non si ferma un po’ all’ombra di questo pino marittimo?”

“Io è già un po’ di tempo che ne approfitto, e anche camminando, di volta in volta sono attratto dalla frescura che permettono le chiome dei suoi compagni, piantati lungo tutta la strada”.

“Il cinguettio, che in queste ore dirada, mi permette di pensare”.

“Deve tener presente che inevitabilmente la polvere macchierà il suo completo scuro”.

“Si fermi, mi dia retta!”

“Devo andare, ho molta fretta come sempre, posso sostare solo per qualche minuto”.

“E’ un vero peccato, ma io devo parlarle della sua passione per i quadri senza firma, opera di autori anonimi che si sono condannati alla dimenticanza, ma anche per le opere di quegli autori che la firma l’hanno pur apposta, ma che il leggere il loro nome oggi, non è sufficiente a diradare la nebbia sul loro destino”.

“Pensava anche lei mi pare, ieri sera, a quegli artisti”.

“Si infatti, e con molta amarezza”.

“E perché mai? Il loro compito consisteva nel dipingere, a quel compito hanno ottemperato, tutto il resto è solo sentimentalismo senile, finti miti di un’epoca decaduta inesorabilmente, che non vuole decidersi a morire”.

“Non sente, quando capita di prendere in mano uno di quei lavori, le vibrazioni che continuano, nonostante il buio? Ci sono opere superbe, inesorabilmente anonime, e con ciò? Sono forse meno superbe? Non se ne preoccupi dia retta, ogni lavoro, se riuscito beninteso, (e non in ogni caso, come oggi si tenta di far credere), è degno del suo museo che lo ospita o della raccolta che lo ha salvato o che prima o poi, lo salverà.

Grave sarebbe ed ingiusto, anzi beffardo, un tempo maligno che potesse per ventura, trascorrere inutilmente, senza cioè, far giustizia dei miseri giudizi che spesso vengono dati affrettatamente, per piaggeria, per conformismo, per danaro, per far piacere ad un potente. Ricordi sempre, il tempo dà e toglie”.

Il sogno mi è rimasto nella mente, una volta sveglio, con una nitidezza rara e una sua coerenza, che mi sembra quasi il ricordo di un film visto e riaffiorato alla memoria.

Ripensare quel sogno mi regala ogni volta, un po’ di conforto, una, quanto mai necessaria illusione.

Ma è meglio che mi organizzi, che inizi a chiedere notizie senza altri indugi, non possiamo restare ad Urbino ancora per molto tempo.

(continua)

09/07/2018, Antimo Mascaretti

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