Senza titolo (Ovvero: Volo aereo notturno) (XVIII) Romanzo

di Antimo Mascaretti

Un uomo di cui con somma meraviglia da parte mia, riconosco fisionomia ed abito, siede sullo stipite di una casa, anche la sua postura mi è nota: in un momento di grande malessere ho realizzato quel ritratto un anno fa, con il titolo: “Così tra tanto oblio ci coglie il tempo…” non ho mai compreso il motivo che mi ha spinto a farlo, solo ora che l’uomo è là davanti a noi, seminascosto dal buio della notte e sembra stia ancora posando per me, tanto è identica la sua postura, mi appare chiaro che doveva trattarsi di un Angelo.

Non ho detto parola dei miei pensieri a Gisela, ma ho riconosciuto l’uomo e mi aspetto che qualcosa accada in questa via, giacché non posso credere che tutto questo stia avvenendo per caso.

Arrivati a due, tre metri, l’Angelo di nome Angelo, come avremmo poi appreso, interrompe la sua seduta e allontana quasi con impazienza, alle sue spalle la sedia di paglia su cui fino ad un attimo fa sedeva, si alza in piedi e mi apostrofa:

“ Il mio nome è Angelo e non è irrilevante, come ti è noto. Non sono qui per mio capriccioso volere (di solito mi occupo di cose ben più serie), è stato il Professore a pregarmi di rendermi utile per questa occasione. Il Professore comunque, manterrà la promessa fatta”.

“Perché dalla mia impaziente fantasia sei qui, ora, se è lecito chiedere?”

“Per ricordarti il tuo vero compito che non è propriamente quello di passeggiare a vuoto nella notte”.

“Non so più da tempo, qual è il mio compito”.

“Infatti, da tutto questo verrà un monito ed una vera lezione”.

“Qui, in questa Via dei morti, ci fu un tempo, un cambiamento ed un distacco definitivo, necessario”.

“Il cambiamento nello stato d’animo di Erhlich, avvenne dopo che aveva disposto tutto ciò che aveva potuto recuperare del suo lavoro, non lontano da qui. Maria lo ha aiutato nel suo intento. Nella fossa di calce viva, le opere furono subito inghiottite dall’acqua di calce e ribollirono a lungo, mentre l’anima di Teufel si andava placando”.

“Quindi la nostra ricerca è vana…”

“Precisamente. E’ quanto il Professore desiderava tu sapessi”.

“Il vostro viaggio sembra proprio essere giunto al termine, non trovi?” –mi guarda intanto con malizia –

Annuisco senza dire parola, anche Gisela tace, al mio fianco.

Angelo o come realmente si chiami quella mia figura necessaria, scompare pian piano sul fondo mattone di una casa, all’apparenza identico al fondo della tela sulla quale l’ho dipinto. In alto, lo stesso blu scuro del cielo appena ingioiellato da qualche astro.

Prima di sparire del tutto alla nostra vista, l’uomo molto piccolo di statura, un nano, sarebbe più esatto dire, getta sul marciapiede antistante un biglietto azzurro.

Gisela rapida lo raccoglie, c’è scritto soltanto: Dorotheergasse 17, Wien, 10 novembre 1969.

“Che vorrà dire quella scritta?”

Torniamo lentamente verso casa, il nostro stato d’animo è mutato, troviamo rifugio nel silenzio.

Gisela inizia a consultare in rete alcuni giornali austriaci, per conoscere avvenimenti rilevanti, eventualmente accaduti in quella data, nella capitale. Non sembra, ad una prima lettura, che sia accaduto alcunché di rilevante quel 10 novembre, poi, un piccolo trafiletto, che in un primo momento le era sfuggito, attira la sua attenzione:

“In una famosa casa d’aste si è verificato un incendio, per fortuna di modeste dimensioni, qualche ora prima che un’importante nucleo di opere venisse disperso. Se non prontamente domato, l’incendio avrebbe causato danni molto ingenti, per il gran numero di valori artistici presenti in quella seduta d’asta. Nell’incidente è andata distrutta una sola opera, si tratta di un dipinto “vidi una porta aperta nel cielo…” -1940- di un artista anonimo, ma sicuramente tedesco, attivo nella prima metà del Novecento.

Purtroppo nel sinistro è morto un uomo, i cui resti sono stati trovati sopra quanto rimaneva della tela perduta. L’identità di quell’uomo è fino ad ora, rimasta sconosciuta”.

“Si, ed è evidente che è stato lui stesso a dar fuoco alla sua tela per evitare che fosse venduta all’asta” –Dico a voce alta con rammarico-

“E’ probabile che il quadro sia rimasto per anni al sicuro, nascosto in qualche collezione privata, quindi passato di proprietà, gli eredi, come spesso accade, avranno pensato bene di affidarlo alla casa d’aste per disfarsene al miglior prezzo”

“Povero Teufel, è rimasto fedele al suo intento sino alla fine”

“Non vedremo mai quei quadri, mai più” –Gisela si mostra visibilmente dispiaciuta-

“Devo dire mi sono molto affezionata a quel pittore sfortunato come ad un amico in disgrazia”.

Non commento quest’ultima affermazione, ma per me questa ricerca ha avuto un prezzo altissimo, per la crisi, irreversibile temo, che mi ha regalato.

Abbiamo festeggiato in un noto ristorante del centro la fine di questa avventura.

La malinconia è seduta, fedele compagna, con noi davanti alla tovaglia impeccabilmente candida. Un ultimi brindisi con un forte vino meridionale e poi, si torna a casa a preparare i bagagli. Gisela ha il suo pullman per Roma molto presto domani mattina, quindi un volo la ricondurrà alla vita tranquilla a senza scosse di Monaco.

Io tornerò al mio studio, ai miei quadri, con paure accresciute, con nuovi interrogativi ai quali non so dare risposta.

E’ ormai molto tardi. Nel palazzo non si odono più rumori sia pure attutiti. Anche per noi, visibilmente stanchi, è giunto il momento di recarci a letto.

Con un suono che appare più intenso, per il silenzio della notte, il campanello ci scuote: “Chi può essere a quest’ora della notte?”

Mi accingo ad aprire, non prima però, di aver accertato l’identità del visitatore inopportuno.

“Buona sera, forse dovrei meglio dire: ”buona notte!”- il Professor Aleppe, in abito nero è ritto davanti al portone, ora appare molto più alto di statura.

“Posso salutare, come dire…i partenti, ed insieme mantenere una promessa fatta?”

Mi scosto dallo specchi della porta per permettergli di entrare.

“Ieri sera, qualche ora fa, abbiamo incontrato il suo emissario” – sottolineo con sarcasmo voluto, l’ultima parola –

“Una sua vecchia conoscenza, mi pare…” –ridacchia il professore-

“Dovrebbe dire il suo emissario, quello che lei ha evocato”.

“Sì, può darsi”.

“Bene, andiamo avanti per gradi” – il Professore si mostra allegro e del tutto a suo agio, si siede su una poltrona al centro della stanza –

Lei vuole, mi risulta, conoscere particolari molto significativi che la riguardano e che non cessano di angosciarlo, vedrò di esaudire i suoi desideri, tuttavia mi auguro vivamente che la lezione, la vera lezione per lei, sia stata nel modo giusto, compresa”.

Con abilità, nelle sue mani affiorano lame di tarocchi di grandi dimensioni:

“Vediamo… per il destino di A.M., ecco, è già pronto un importante contratto, pluriennale…con Harry Lavosian, gallerista internazionale che lei certamente conoscerà”

“Nella sede di Roma, una delle sue gallerie, un’importante selezione di suoi nuovi lavori sarà presentata, tra un anno, dal Professor Vittorio Capracapra, studioso insigne, amante della bellezza seducente…un mio adepto fidato, intendiamoci… con incarichi di minor conto, più che altro mi servo di lui per creare confusione, funzione nella quale ha un talento spiccatissimo, potrei dire naturale.

Le opere saranno ingrandimenti di fiori rari, dove, per via dell’estrema vicinanza del punto di osservazione, i fiori saranno spariti, si evidenzieranno solo chiazze di colori trasparenti e linee arabescate”.

“Una sorta di carta da parati moderna, anzi, contemporanea” –mi viene da osservare –

“Sì, precisamente. Ma il Professor Capracapra parlerà a lungo di “nuova sensibilità metafisica” di abilità tecniche che “richiamano le perfezioni armoniche dello studiolo di Federico, qui, ad Urbino” e di altre amenità, come è nel suo logorroico ed erudito stile, etc.”

“E le mie vecchie opere? Quale sarà il loro destino?”

“Le tenga pure per ricordo, sono tornate innocue ora, non abbia alcun timore al riguardo, tanto accadrà che, dopo il successo da Lavosian, nessuno avrà l’ardire di richiederle al mercato, perché invece, tutti da allora, vorranno possedere le nuove tele, esposte fianco a fianco ed in verticale, finché lo spazio lo consente”.

Restiamo tutti in silenzio.

“Ho portato però con me, un regalo…per chiudere in bellezza, un regalo che, per la verità, è sempre stato qui.

Un lavoro di Teufel potranno alfine vederlo prima della partenza!”

Il Professore si dirige deciso verso il trumeau, apre la libreria e toglie rapidamente tutti i volumi, poi rimuove le tavole di appoggio, ed infine distacca la vecchia fodera rossa un po’ stinta, facendo attenzione che un lato rimanga ben fissato al legno.

Come all’apertura di un piccolo sipario, la tavola di fondo rivela un quadro dai colori lividi e sinistri.

“Si tratta –enfatizza il professore – de ” L’ Apocalisse con mostri e grida di pianto”, del 1939, un’opera veramente compiuta e mirabile, non trovate?”

Il lavoro è di un’intensità che posso solo definire terribile. E’ come se tutto il dolore del mondo, dell’universo, delle galassie tutte, fosse concentrato in quella tavola di modeste proporzioni.

“Naturalmente –continua il Professore – “fate conto che avete solo dormito, quando sono apparse queste visioni”, dice così il poeta, no? Dimenticherete domani, appena lasciata questa casa”.

“L’opera la abbandoneremo al suo destino, di nuovo celata dietro la fodera rossa.

Passerà del tempo ancora…chissà, forse correranno secoli e secoli, prima che qualcuno casualmente la scopra e deciderà di riportarla alla luce e alla conoscenza, e allora…

“Apocalypsis Jesu Christi, quam dedir illi Desud palam facere servis suis, quae oportet fieri cito et significavit mittens per Angelum suum servo suo Iohanni…”

Finis

Colophon

Un’opera per essere di vera immaginazione, deve servirsi del reale. In ossequio a questa norma, mi sono servito per le lettere attribuite a Teufel, di brani di lettere, dello stesso periodo storico, di Walter Benjamin. Inoltre, con licenza audace e estrema, ho attribuito al mio pittore, quasi per intero, il contenuto di una lettera, scritta a Guglielmo Bianchi da Lucia Rodocanachi, dalla sua residenza di Arzignano, aggiungendo una parte iniziale che ho invece desunto da un’altra lettera di Guglielmo Bianchi alla stessa Rodocanachi. La figura di Teufel, prende a prestito aspetti della vita reale del pittore Heinrich Maria Davringhausen che, assieme a Carlo Mense, anch’egli pittore, soggiornò, per alcuni periodi degli anni antecedenti la prima guerra mondiale, ad Ascona e sul Monte Verità.

Sul Monte verità si trovarono, a più riprese negli anni, personaggi interessanti dell’inizio Novecento, artisti, politici. anarchici e libertari. Del gruppo fondatore e teorizzatore di un nuovo modo di esistere vanno ricordati: Henri Oedenkoven, Karl e Gustav Graser, Ida Hofmann, sua sorella Jenny, Lotte Hattemer, Ferdinand Brune. Nessuno ovviamente, si sognò mai di inventare un inchiostro simpatico.

Rudolf Von Laban e Mary Wigman, come è noto, sono stati tra i più importanti precursori della danza moderna. Soggiornarono anch’essi ad Ascona per diverse estati.

L’episodio del martello d’argento ideato dall’architetto Paul Ludwing Troost e donato ad Hitler, spezzatosi il 15 ottobre 1933, in occasione della posa della prima pietra della “Haus der Deutschen Kunst”, l’ho trovato nelle memorie di Albert Speer, architetto preferito e successivamente ministro del Reich.

Per il clima di persecuzione e sopraffazione che vide gli ebrei in particolare, quali vittime inermi dopo il 1933, mi sono avvalso delle notizie riportate nelle memorie di Victor Klemperer e dell’opera “Kristallnacht” di Martin Gilbert, dove sono riportati episodi, piccoli e grandi, che hanno per protagonisti persone comuni.

Mi ha giovato non poco consultare l’immensa opera di Egon Von Petersdorff “Demonologia”.

Infine, riferimenti a persone reali, critici, galleristi, artisti, sono del tutto incidentali, gli intenti comunque benevoli e scherzosi, ciò nonostante, per quella licenza a tutti chiedo venia.

06/08/2018, Antimo Mascaretti

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