TECNICHE DI RISVEGLIO PER ATHENA (II)

di Antimo Mascaretti

il titolo che si legge in alto è lo stesso di un mio testo pubblicato in soli 50 esemplari fuori commercio e dato in omaggio durante una mostra. Vorrei permetterne la lettura ad un pubblico più vasto come gli amici del sito, naturalmente a puntate.

SECONDA PARTE

Per chi dovesse mostrare curiosità nei confronti della mia pittura, dirò che una presentazione adeguata dovrebbe percorrere dettagliatamente un’esperienza che finora si è protratta per oltre quarantasette anni. Si intuisce agilmente che ciò non sarebbe possibile in un lavoro di poche pagine, e per di più, senza poter visionare direttamente le opere. Tenterò allora di rispondere brevemente a domande riguardanti l’arte, il mio lavoro, il mio pensiero, domande che potrebbero venire in mente, per ipotesi, ad un eventuale visitatore di una mia esposizione o a chi tentasse di capire le ragioni della mia esperienza artistica non convenzionale. Nell’argomentare questo “dialogo” ipotetico vedrò di mettere in evidenza mali antichi e nuovi che affliggono lo stato dell’arte, in generale ed in particolare, in ogni Paese e qui, nelle “colonie”, suggerendo possibili rimedi per neutralizzare la narcosi che paralizza le arti e non solo quelle. La mia, è pittura di testimonianza rigorosa di chi continua a ritenere l’arte in genere e naturalmente la pittura, come un momento altamente spirituale, un momento di conoscenza profonda, essenziale per l’esistenza umana. Necessariamente ne deriva che non posso non oppormi in tutti i modi a ciò che col termine “arte” si tenta oggi di contrabbandare. La mia non è una posizione passatista e nostalgica, si tratta invece di una visione diversa dell’arte e della sua evoluzione che ho maturato con lo studio e l’osservazione di opere della tradizione, naturalmente opponendole idealmente a ciò che si ha modo di vedere oggi nelle mostre di arte contemporanea e all’ideologia che, spesso in maniera grottesca, le giustifica.

Si appartiene al secolo in cui ci si forma, così io riesco a sentire di poter appartenere totalmente e solamente al secolo XX. La mia idea dell’arte e della pittura presuppone una antica civiltà che nel ‘900 ha manifestato tutti i segni di una inarrestabile decadenza. Oggi nel nuovo secolo, ciò che ha caratterizzato un tempo la civiltà dell’Occidente ha cessato di esistere. Noi che portiamo nell’anima i ricordi, sogni e qualcosa che una volta era valore, siamo già dei sopravvissuti (a prescindere dall’età), la maggior parte inconsapevoli.

Questa riflessione riguarda l’umanesimo che non è più. Se continuata finirebbe per essere sempre più vicina ad un necrologio ed io che odio i funerali, in particolar modo quelli dell’ateismo “cristiano cattolico romano” ai quali mi sono allenato nella mia infanzia di chierichetto forzato abbastanza per sentirne tutta la putredine morale, ho in uggia anche e forse più i necrologi: l’esaltazione ridicola di una carogna, in tutti i casi. La grande e demente invenzione dell’umanesimo fu l’apertura di credito senza garanzie in favore dell’essere più infido del globo terraqueo: l’uomo. La fiducia in quell’essere fu il più grande insulto al buon senso. Sono rimasto immune e spero lo sia anche la mia pittura, da quella ingenuità. La mia pittura mi auguro riesca sempre ad esprimere il giudizio inesorabilmente negativo che provo per gli appartenenti alla mia specie e spero che possa farlo con “l’universalità” che è una delle determinazioni essenziali della vera arte. L’universalità auspica comprensione al di là del tempo, ed è caratteristica precipua del mio disprezzo antiumanistico “necessario”.

Porto così, in ogni istante, l’angoscia e la disperazione, che sono l’essenza dello scorso secolo, le ideologie cristiane o marxiste, sono state su di me, fin dalla prima maturità, per fortuna inefficaci, probabilmente perché palesemente infondate, prendendo avvio da una idea costitutiva dell’uomo del tutto errata. La mia pittura spera di non essere noiosa come le chiacchiere erudite dei filosofi fiacchi. Per parlare del nulla non occorre Heidegger, è sufficiente una visita di un quarto d’ora in un cimitero.

La mia pittura è pagana, esalta ogni piacere effimero dell’esistenza che spesso occulta o lascia intuire, non ha l’egoismo supremo di pretendere ricompense ultraterrene; non illude, non consola anzi, per programma non vuole consolare.

Nel dipingere avverto di sfiorare un ordine superiore, ma è un continente oscuro per il quale non conosciamo più sentieri sicuri. Quella sensazione però, potrebbe essere soltanto una mia debolezza.

Quando non ci sono più regole “rispettate” (perché le società allo sfacelo hanno sempre codici enormi di regole “scritte”) né nella vita civile, né in guerra, si può ancora dipingere?

Certo, la mia pittura non intende allietare e probabilmente può essere compresa da un drappello sempre più sparuto di persone, i sopravvissuti appunto.

Per gli altri, le greggi di entusiasti del progresso, i tossici sfatti, gli alcolizzati di quindici anni, gli infelici del nostro tempo e di quelli che verranno, la mia arte non può offrire appigli o cure di sorta. Nell’inferno pur comodo e senza fiamme, la pittura non ha patria.

In verità non credo che posizioni quale la mia siano rare o velleitarie, è però oggettivamente arduo diffondere questo modo di sentire l’arte e l’esistenza in opposizione ad un conformismo dominante quanto demoralizzante, che “occupa” ogni spazio culturale pubblico e privato.

Il mercato e tutto il mondo che gira intorno ad esso, vale a dire la totalità o quasi degli addetti ai lavori compresi i teorici di supporto ideologico, comminano una concezione dell’arte confusa, direi meglio fumosa e volutamente vaga, ciò allo scopo di mettere in evidenza e privilegiare in ogni modo tutto ciò che viene da oltreoceano o da oltremanica, da Paesi che il mercato lo hanno, di può ben dire, “inventato” nella loro ideologia totalizzante non solo per quanto riguarda la sfera economica ma anche in riferimento alla loro visione globale dell’esistenza.

Certo qualche “briciola” (si parla pur sempre di qualche milione di dollari), arriva anche nelle tasche dei collezionisti dei Paesi colonizzati, in quei Paesi un tempo in grado di esprimere un’idea altissima dell’arte attraverso opere straordinarie. Tra quelle colonie v’è senza dubbio, anche quel che un tempo era “il bel Paese” che oltre ad aver dovuto archiviare doverosamente l’aggettivo “bel”, per una sequela di mostruosità e distruzioni irresponsabili, non ha saputo o potuto, negli ultimi cento anni, realizzare nulla o quasi nulla di grande in questo ambito ed in più, ciò che di grande è stato espresso da singole personalità, ha permesso che fosse relegato nell’insignificanza, quando per motivi ideologici e politici, quelle opere mal si adattavano o peggio rischiavano di mettere in ombra il “nuovo” importato dall’ideologia dei “liberatori”.

Pur tenendo in gran conto i percorsi artistici di alcuni grandi nomi che tutti conoscono, ritengo che sia stato fatto troppo poco per un Paese che nella storia dell’arte ha sempre avuto un ruolo di faro illuminante, ruolo che la nostra “colonia” ha purtroppo preferito abbandonare per quella “virtù” tipica di allinearsi in ogni occasione in nome di un innato conformismo redditizio. In tal modo la colonia è arrivata ad essere ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti. Figure di alto rilievo nel campo dell’arte del Novecento sono state “dimenticate”, messe da parte dai cosiddetti professori e storici dell’arte che nel dopoguerra furono ansiosi di rifarsi una verginità politico/culturale (un nome per tutti: Giulio Carlo Argan, il quale però sia pure tardivamente, ammise il danno di questo atteggiamento). L’ Europa ha iniziato ad essere allora, un continente senza passato e di conseguenza senza futuro. La stessa idea di una confederazione europea nata dalla paura di una possibile nuova egemonia di una nazione che per ben due volte aveva finito per gettare il mondo in una guerra, mostra oggi, a tanti anni di distanza, tutta l’insufficienza di una concezione rozza, vaga, retorica, favorita in questa inconsistenza costitutiva dalla potenza degli Stati Uniti, che di fatto, ha sempre temuto e teme la creazione di un vero unico continente europeo coeso politicamente, economicamente, militarmente.

L’Europa senza identità, fatta di “colonie” occupate sulle macerie del secondo conflitto mondiale, mostra purtroppo ogni giorno di più, la limitatezza di quella concezione, mostrando un Parlamento che spesso discute ad esempio, la lunghezza delle banane da importare, la composizione dei prosciutti, se il formaggio può essere lavorato o no can latte in polvere, ed altre decisioni storiche si simile grande rilievo…

Chi tuttavia professa un’arte, va detto subito, deve combattere con le armi della sua arte, con le proprie opere, per l’affermazione di un’idea alta e significativa di questa parola, confusa oggi con tutto o quasi tutto: sociologia, ecologia, psicologia, design, semplice coglioneria, etc.

Chi ha dunque da dire, provi a dirlo nel miglior modo che può, tenendo lo sguardo fisso sulla bussola ideale della nostra vera tradizione italiana ed europea, quella tradizione che a mala pena nelle scuole ancora si insegna con poche righe e mal scritte da “professori” che a loro volta, poco o nulla ne sanno.

Questo dialogo filosofico/estetico mi auguro riesca nell’intento di far riflettere quanti a vario titolo, sono sedotti dal fascino dell’arte e del suo enigma, in particolare gli artisti che purtroppo, ed in numero sempre crescente, preferiscono tacere su problematiche che li riguardano in prima persona, per poi magari rilasciare interviste poco credibili sulle loro presunte nuove “creazioni” (copiate spudoratamente da soluzioni vecchie di un secolo). Dopo quello che potremmo definire un “corollario geopolitico” quanto mai necessario, veniamo ora a tentare di rispondere a quesiti che potrebbero venire in mente ad un visitatore di una mia esposizione, o magari incontrato ad un convegno sull’arte d’oggi, un dialogo “filosofico” in soccorso al suo bisogno di approfondimento.

Ha ancora senso dipingere oggi?

Si, se si ha ancora capacità di un recupero “magico”, lo stesso che costringeva uomini a dipingere scene di vita e di caccia nel profondo delle grotte. Se, al contrario, dovesse essere nulla più di un “passatempo” per un sempre maggior numero di persone o un’espressione raffinata di una masturbazione condivisa di un nulla interiore, mi permetto di suggerire un’alternativa (benché nel far arte senza pretese non vi sia beninteso nulla di male), alternativa che è molto più degna per chi ha tempo da impiegare in giochi di fioretto: il lavoro al tombolo, pratica in via d’estinzione, che in più nella nostra regione le Marche, vanta altissime realizzazioni di un nobile artigianato che pochi sono ormai in grado di realizzare.

Una definizione della pittura può forse aiutare…

La pittura è linguaggio universale perché non ha bisogno di parole e dunque non teme diversità linguistiche.

La pittura può anche comunicare immediatamente ed in maniera potente la sua verità (anche se non sempre), quando però ha in sé una qualche verità da rivelare.

La pittura si serve normalmente dei colori tradizionali e moderni e delle tecniche da tempo conosciute ed affinate ma non esclude ovviamente innovazioni di materiali quando la verità dell’opera lo richieda.

Tutto il resto che oggi è impropriamente definito come “pittura” è qualcosa di molto vago. Spesso, per aggirare l’ostacolo di una definizione, si chiamano lavori non bene identificabili col termine: “opera d’arte”, cosa si intende per opera d’arte? Un opera che ricade di certo nell’ambito dell’estetica senza però permettere una definizione più appropriata.

Io ritengo al contrario, che sia indispensabile poter identificare con certezza le opere che raggiungono il livello della realizzazione artistica, quelle opere che certamente rimarranno, per la loro qualità (che comprende anche l’eccellenza tecnica) al di là del tempo che le ha viste nascere. La semplice esibizione di manufatti nei santuari dell’arte contemporanea, non è ovviamente sufficiente per garantire “la tenuta” nel tempo di quei lavori. Se è vero che ognuno è figlio del suo tempo, è anche vero che l’esistenza è più importante delle teorie estetiche del momento.

L’opera d’arte riuscita acquista un’esistenza al di là del tempo e raggiunge una valenza quanto più estesa e vicina all’universale tra gli uomini.

Chi ritiene, e sono molti purtroppo, di poter trovare una verità assoluta nelle elucubrazioni mentali molto lontane dalla vita, dalle passioni, dai sentimenti, attribuisce un’eccessiva importanza ai sottili sofismi che di fronte all’impatto del tempo finiscono per diventare un divertimento o poco più, magari anche un po’ sciocco.

L’esistenza è più importante della teoria in ogni caso, e ciò nell’analisi dell’origine delle opere d’arte viene spesso dimenticato. L’attribuire un valore “artistico” ad ogni opera che ricade nella sola sfera generica dell’estetico, ha finito per mettere in discussione il vero ruolo dell’arte che senza una definizione certa, è stata fagocitata dalla estetizzazione globale di ogni ambito del sociale con conseguente “inflazione di valore e progressiva ineluttabile decadenza.

20/03/2017, Antimo Mascaretti

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