TECNICHE DI RISVEGLIO PER ATHENA (III)

di Antimo Mascaretti

( continua…)

Una parola chiave per l’arte contemporanea sembra ancora essere: “sperimentare”…

Si. Sperimentare è stato imperativo categorico non tanto nella pittura modernista dove pure timidamente inizia un distacco dalla tecnica accademica che comprende anche tutto il periodo del primo impressionismo, (molti invece mostrano di credere che l’impressionismo sia stato il movimento che ha iniziato la rivoluzione dell’arte moderna, mentre invece è stato il movimento che ha concluso un epoca artistica), quanto in particolare per tutte le avanguardie storiche, allorché la ricerca del “nuovo” portava di conseguenza al progressivo abbandono dei mezzi tradizionali integrandoli con oggetti e altro materiale preso dalla realtà come nel collage. L’ abbandono altresì della prospettiva e dello stesso supporto, ha portato la pittura ad invadere lo spazio o a fondersi in sintesi plastiche con esso come nel futurismo ad esempio di Boccioni e di balla.

Nel tempo, sperimentare è diventato il verbo della nuova accademia, un manierismo stucchevole delle finte avanguardie che da almeno settanta anni ci perseguitano e che sono perfettamente controllate dal mercato e dalla finanza. Oggi, come tutto, anche lo sperimentare sopravvive senza originalità. Forse la pittura è il campo dove lo si nota meno perché ormai è la pittura che diventando “cattiva pittura” appare esperimento di un qualcosa di nuovo ed è invece un regresso senza scampo. Ma vede, per formare un buon artigiano, ad esempio un falegname, occorre iniziare da piccoli, dovremmo fare altrettanto se si volesse avere oggi uno scultore del marmo o un pittore che conosce a fondo le tecniche pittoriche, il dramma è che tutto questo non è ritenuto più necessario…

Oggi, più che sperimentare ci si arrabatta, la presunzione ha preso il posto, grazie anche alle teorizzazioni dei grandi maestri del nulla, della specializzazione. I grandi teorici purtroppo, non hanno mai preso in mano uno scalpello o un pennello e come dire, non sanno quello che dicono. “E’ la contemporaneità ragazzo, e non puoi farci niente!”

E’ possibile spiegare” una pittura? Questa dovrebbe essere la funzione della critica, crede sia efficace una lettura critica per “entrare” in una pittura?

Ho molte riserve al riguardo. Una lettura analitica dell’opera d’arte è ovviamente, sempre possibile, ma gli esempi che abbiamo sono raramente aderenti al dettato dell’opera e spaziano in elucubrazioni di letteratura erudita.

Il critico o l’interprete se si vuole, di un dipinto arricchisce i testi con citazioni e rimandi che hanno la duplice funzione e di trovare puntelli alle proprie tesi e di dare notorietà al proprio assunto con una esibizione di cultura adeguata, non solo artistica.

Questo genere di testi a mio avviso, pur nella divulgazione, rappresentano una maniera dannosa di avvicinarsi alla comprensione di un dipinto o ad una qualsiasi opera d’arte. Spesso si tratta di pregevoli testi letterari ma fuorvianti, finiscono per mettere in ombra l’essenziale di un’opera, che non si ammanta di letteratura.

Quando si capirà che vedere un quadro non è propriamente la stessa cosa che leggere un saggio o un romanzo?

La nostra letteratura critica del passato era certamente migliore per qualità ed acutezza interpretativa. L’esigenza di adeguare ad un livello di comprensione il più vasto possibile la lettura di un’opera, ha avviato quella letteratura di genere che non amo affatto.

Spesso anche i cataloghi redatti in occasione di mostre, mostrano quella deleteria maniera. Si parla di tutto meno che dell’essenza della pittura che si vorrebbe far comprendere.

Non reputo necessario per comprendere un dipinto accumulare notizie biografiche, rimandi stilistici e raffronti con altri autori ed opere. Forse più utile sarebbe tentare di illustrare la poetica di un artista, il suo progetto, il modo di intendere la propria arte. Ma oggi gli artisti preferiscono sorvolare sulle ragioni del loro operare, forse perché molto spesso non ci sono ragioni…

Per la pittura è più importante il desiderio o il ricordo?

Ciò che abbiamo vissuto o ciò che avremmo voluto vivere?

Queste domande autorizzano risposte diverse, a secondo del temperamento dell’artista. Io personalmente trovo, ma badi bene, soltanto ad una rilettura ad opera finita, che nel mio caso agisce molto il ricordo che affiora qua e là in immagini liriche.

Il desiderio è sempre in definitiva una forma che si spera sia adeguata e controllata.

Vivere da artista cosa vuol dire per lei?

Esiste una filosofia particolare di vita per l’artista?

Questi sono vecchi miti. Una retorica anch’essa letteraria, che stenta ad abbandonarci allorché trattiamo di arte e di artisti, ciò è quasi sempre demerito della stampa dove “ignoranti” in senso perfettamente etimologico di queste cose, alimentano gli aspetti come dire “goliardici” e provocatori di certi sedicenti artisti contemporanei evitando così di entrare in merito alle opere. Avrà notato che sulla stampa e in televisione in particolare, nessun “non specialista” ora parlare d’arte, ciò che vuol dire? Semplicemente che nessuno ci capisce un c… e non ama ammetterlo pubblicamente. Sul tema della “vita d’artista” oggi, rimando alla seconda parte di questo piccolo dialogo.

Pittura e filosofia, due aspetti della conoscenza…

Un rapporto costante da secoli unisce le due discipline.

Fu durante il primo anno delle scuole superiori che scoprii la passione per la filosofia. Per molto tempo ha creduto, un po’ ingenuamente, che mi avrebbe fornito risposte esaurienti alle domande che già mi affollavano la mente dalla prima adolescenza, domande sul senso dell’esistenza, sul dolore, il male, la morte. La pittura, il fare pittura venne più tardi.

Da quei tempi, la filosofia mi è stata compagna in perfetto equilibrio con la pittura: due diversi modi di accostarsi a l sapere che nulla può però quale antidoto a quelle domande.

Imparai presto che le risposte non sarebbero state certe e definitive, mi abituai alla nostra pochezza e limitatezza, ma l’insoddisfazione crebbe sempre più. Da qualche anno lascio che sia la vita con le sue esperienze a rispondere. Analogamente ho dovuto ammettere che anche nell’arte mi sono state più utili le mie esperienze empiriche piuttosto che le teorizzazioni filosofiche attorno all’estetica: l’essere pittore, il fare, piuttosto che l’astrattezza delle posizioni teoriche che spesso mancano il bersaglio proprio per la lontananza irrimediabile dell’esperienza reale.

Ho continuato naturalmente lo studio filosofico e in particolare le problematiche dell’estetica, ma a leggere alcune teorie critiche degli ultimi anni, mi viene spesso da pensare: “A me non succede quanto qui si vorrebbe sostenere”, e la mia posizione teorica è molto severa in merito. La mia filosofia estetica è impregnata di colore e profumo di trementina, ogni astrattezza si perde di fronte all’atto concreto del fare.

(continua)

27/03/2017, Antimo Mascaretti

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