TECNICHE DI RISVEGLIO PER ATHENA (VI)

di Antimo Mascaretti

( continua…)

Perché gli artisti oggi non entrano volentieri in questo ordine di questioni?

Non saprei, mi verrebbe spontaneo dire per i più, per ignoranza. Gli artisti oggi non hanno “mestiere” in genere e neanche genio, anzi si vantano della loro mancanza di genio. Per lo più sono degli sprovveduti che seguono i cattivi maestri al servizio dell’effimero. D’altra parte, per certi “lavoretti” ormai consunti di finta avanguardia che argomenti usare? Capisco bene perché a difenderli lascino quelli che notoriamente sono dei mercenari, a costoro cosa vuole che interessino le questioni su cui noi dibattiamo? La verità è che per la maggior parte dei sedicenti “artisti” che girano per il mondo, l’arte da tempo (almeno da Duchamp, non ha più a che fare con lo spirito e senza spirito si sa, tutto diventa lecito ma anche del tutto inutile. Si arriva ad un’arte fatta di sperimentazioni a vuoto, un’arte monocorde che racconta solo la disperazione di chi non ha più destino. In altri termini di chi ha la consapevolezza di essere solo e nudo.

Arte –non arte…tornare su certi sentieri può essere ancora utile?

Per alcuni è molto importante la consapevolezza del proprio ruolo. E’ molto rilevante aver coscienza che si lavora nella direzione giusta e non a tentoni come ciechi nel buio.

E’ possibile in sintesi, sia pure approssimativa, indicare ciò che v’è di rilevante negli ultimi settanta anni nell’arte?

Si tenta con difficoltà da parte di importanti storici dell’arte di fare il punto della situazione, in una offerta che è diventata abnorme e che vede convivere praticamente ogni ordine di ricerca. Mi sembra però che sia un’impresa disperata che tutto sommato, può interessare solo la storia dell’arte senza più alcun giudizio di valore artistico.

A fonte di milioni di opere è nel contempo scomparso il significato di valore artistico senza che quella perdita sia stata colmata da qualcosa che non sia un girare logorroico a vuoto. Così abbiamo una nuova immensa babele artistica nella quale tutto viene accolto e tutto viene manipolato, anche in maniera scoperta, dal mercato finanziario. Nessuno oppone più resistenza, segno che la resa ormai è totale.

Il mercato è il vertice del triangolo verso cui tutto il sistema si muove. Perduta la famosa “aura” di Benjamin, l’opera d’arte ha acquisito il “valore” economico ARBITRARIO che il sistema convenzionalmente riconosce e che tuttavia è determinante, essendo l’unico valore reale rimasto in riferimento ad una data opera.

Qui, nel mercato dell’arte, ciò che avviene sovente nella trattazione di comuni titoli di borsa e cioè una sopravvalutazione dovuta non ad una analisi corretta ed oggettiva delle potenzialità espresse dall’impresa, bensì dai giochi al rialzo della finanza speculativa è, si può dire la regola, perché l’arbitrarietà è totale.

Il valore economico presunto attribuito determina “l’esistenza “dell’opera in quanto oggetto di pregio artistico. La trattazione delle opere è identica ad una qualunque tipologia di merce, dove però il valore è dato da qualità intrinseche al prodotto che si auspicano documentabili. Ad ogni modo nella trattazione dei titoli di borsa non c’è posto per disquisire di valori spirituali, di ciò che è l’arte etc. non si capisce perché invece nella trattazione di oggetti definiti “d’arte” (del tutto arbitrariamente va detto, a meno che non si vogliano prendere per buone le chiacchiere dei presunti esperti purtroppo tutti indistintamente “prezzolati”), si dovrebbe ricorrere a simili argomentazioni.

Perché dunque continuare?

A questa domanda ciascuno può rispondere con una propria motivazione. In tanti anni dedicati alla pittura mi sono fatto un’idea di ciò che vuol dire per me dipingere. Non le dirò la mia convinzione, a che servirebbe? Posso invece dire che dipingere mi ha accompagnato, a partire dagli anni di studio universitario, costantemente nella vita. Ho caparbiamente usato questa via di conoscenza che richiede molta disciplina perché purtroppo si è perso quello che fino ai pittori dell’800 veniva definito” il mestiere” un insieme di qualità tecniche che si apprendono con facilità da ragazzi e che oggi invece, ciascuno deve ritrovare attraverso una ricerca solitaria e difficile. (Ma molti artisti non ne sentono affatto il bisogno).

Come giudica il grande successo apparente dell’arte come “gioco di ruolo”?

Come può ben capire, il mio interesse per questi argomenti è fondamentalmente dettato dal mio essere pittore, dalla mia esigenza di chiarezza assoluta.

Non mi interessa, perché mi è del tutto estranea, la circolarità accademica di teorie ed ipotesi che nulla alla fine, cambiano in concreto nel fare arte. Direi che la mia esigenza prima di tutto di pensiero, mi ha spinto alla ricerca di punti certi a cui legare il mio modo di essere artista.

Non penso affatto, credo anzi che sia un errore madornale, arrendersi ad un pensiero per il quale qualunque opera, proprio perché non esistono verità incontrovertibili, va accettata e non discussa come per i fautori di un “pensiero debole” che certo è tale perché insipido e probabilmente per i cervelli che lo hanno pensato e ancora lo propongono. Dopo questa premessa, vediamo di fissare alcuni aspetti fondamentali su questi temi.

Intorno agli anni ’70 del secolo scorso, il critico bolognese Francesco Arcangeli tenne un memorabile corso di lezioni all’Università di Bologna dal titolo: Dal romanticismo all’informale”, mettendo in evidenza il significato profondo della pittura inglese del periodo romantico nelle figure in particolare di Turner e Constable. Turner in specifico, era ancora poco conosciuto in Italia, né la sua pittura era ancora valutata in maniera adeguata, forse neppure in Inghilterra.

Con l’aiuto delle immagini (allora di adoperavano le diapositive), Arcangeli stabiliva nelle sue lezioni un nesso certo, una continuità di intenti spirituali tra quei pittori dell’età romantica ed altri, attivi nel periodo appena successivo alla fine del secondo conflitto mondiale sia in Europa sia negli Stati uniti, riuniti nella pittura definita “informale” nel vecchio continente ed “espressionismo astratto” o “ action painting” nel nuovo, naturalmente con le necessarie schematizzazioni che, in questo contesto, non tengono conto delle diverse personalità degli artisti. Un periodo della pittura estremamente importante per capire la progressiva decadenza e sul quale tornerò a parlare, che portò successivamente ad altre esperienze di sperimentazione in ogni direzione, ma a mio modo di vedere, quel filo rosso individuato da Arcangeli e ripreso poi da altri critici e storici dell’arte, continua ancora sia pure impercettibilmente, a legare artisti a noi contemporanei, pur nel mutamento drammatico di una natura che non cessa però di riflettere i terribili stati d’animo di angoscia e disorientamento, anzi il senso di impotenza e di insignificanza dell’uomo è se possibile, addirittura aumentato nella nostra epoca, ed è altresì cresciuta l’ansia e l’angoscia esistenziale.

In sostanza la pittura (la mia analisi si limita a questo mezzo espressivo), ha tentato ogni possibile innovazione formale senza però riuscire a trovare una risposta adeguata e all’altezza dei numerosi stati d’animo come quelli appena descritti. In un’epoca di dissoluzione e di macerie morali e spirituali quale la nostra, il tentativo di trovare una “adeguata” maniera per esprimere le sensazioni che questo degrado suggerisce si può dire finora fallito nella gran parte degli artisti.

Esistono naturalmente buoni pittori e molte opere sono importanti punti fermi, ma la tendenza generale è di confusione e di fiacchezza di risultati. Ogni forma espressiva si ripete stancamente, tra un mero dilettantismo e una rincorsa del “nuovo”, concetto che esige un approfondimento.

Non più praticabile inoltre appare la via di una rinnovata “avanguardia” che sia antesignana di un nuovo modo di guardare il mondo e la vita, tentativi di questo genere sono rimasti “impigliati” nella solida tela di ragno stesa dal mercato e dall’industria culturale, che hanno sovvertito intenti e poetiche degli artisti coinvolti, “appiattendoli” in semplici firme e quotazioni.

Rompere con una determinata organizzazione sociale consolidata non appare nelle potenzialità di quanti si propongono come nascente avanguardia o postavanguardia, e sono in realtà, soltanto alla ricerca di un’effimera notorietà. Se sia ancora possibile “cambiare il mondo” attraverso una qualche rivoluzione culturale che si svincoli dalle trappole dell’esistente è un interrogativo che per ora, non mi pare abbia avuto risposte adeguate. Ma su certi termini come “nuovo”, “moderno”, “rottura” occorre necessariamente approfondire e fare chiarezza.

Nello stato attuale, la pittura più rilevante è quella espressa da poche personalità, in genere in posizione critica e quindi di isolamento, nel contesto di una società che si serve delle manifestazioni spirituali adeguatamente “depotenziate” con la banalizzazione sistematica, alla stregua di passatempi civili e “sentimentali” per lo più innocui.

Se tutto non è che un gioco per annoiati, potremmo dire con una buona dose di approssimazione alla verità, che la pittura e l’arte in genere, hanno rinunciato all’idea di un mutamento possibile del mondo, dichiarando di fatto, la loro omologazione e dunque la loro autoliquidazione.

Ma per meglio comprendere lo stallo attuale che io amo definire “grande notturno” nel quale ci siamo inoltrati da tempo e che appare una trappola intellettuale ed esistenziale senza via d’uscita, occorre ripercorrere in sintesi il progressivo succedersi in logica sequenza, di categorie quali modernismo, avanguardia, postmoderno, etc. Concetti ed idee che queste categorie contengono, sono ulteriori espressioni del nihilismo e falliti tentativi di superamento dello stesso.

Vediamo nella sostanza cosa si racchiude nei termini sopra indicati e spesso abusati, attorno ai quali verte il dibattito estetico e culturale in genere almeno negli ultimi quaranta anni.

Viviamo indubbiamente una costante caduta di senso per quanto riguarda l’arte e non solo.

A mio avviso, l’origine di questa caduta è tutta nel distacco, nefasto per le conseguenze, da una concezione della pittura e dell’arte tradizionale che per secoli ha generato “creazioni assolute”. Non toccati da un’idea di evoluzione formale di stili ed espressioni, gli artisti hanno convissuto senza contrasti e rotture, tanto che ancora oggi, non si possono analizzare le diverse personalità artistiche in una visione storica di evoluzione progressiva, senza una palese forzatura.

L’idea dell’arte come un susseguirsi di necessarie evoluzioni formali nell’idea di un “progresso”, non apparteneva a quei tempi lontani.

Si può senza dubbio affermare che l’arte di quei secoli fu arte metaforica e simbolica per eccellenza.

Il “modernismo” è una definizione di uno stile artistico e culturale molto vaga. Per alcuni addirittura data dalla metà del XV secolo, per altri da Boudelaire e all’incirca dalla seconda metà dell’Ottocento. Già questa vaga suddivisione dei periodi storici fa capire quanto sia schematico e infondato un simile concetto, tuttavia vediamo di capirne la sostanza.

Di fatto si può dire che questo termine consente l’introduzione della concezione darwinista e positivista nella letteratura e nell’arte, cioè la storia come evoluzione e progresso continuo ed inarrestabile. In un promo momento però, ed è di capitale importanza, il modernismo fu semplicemente il culto di ciò che si riferiva al presente, l’idea di un progresso continuo quale elemento essenziale nell’arte subentrò solo con le avanguardie. Il modernismo si opponeva semplicemente a ciò che era stato il lascito della precedente generazione, un insieme di valori e di idee sull’arte che tuttavia convivevano con ciò che era la tradizione.

A lungo andare si finì per parlare di “tradizione del moderno” senza che l’apparente contraddizione avesse un effettivo rilievo. Tutto questo e il modo di interpretare gli eventi artistici e letterari, finì nei primi anni del XX secolo con la nascita di quelle varie correnti di idee e di prassi artistica conseguente, che normalmente definiamo avanguardie storiche.

Le avanguardie non poterono non essere antimoderne perché rappresentavano il nuovo rispetto al moderno che ormai era diventato nell’altro che tradizione.

(Continua)

18/04/2017, Antimo Mascaretti

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