TECNICHE DI RISVEGLIO PER ATHENA (XI)

di Antimo Mascaretti

( continua…)

Se dunque, l’artista non vuole finire “commesso” a vita, tra i cessi di Marcel Duchamp e piramidi di “brillo box” o di qualunque altra merce esposta nei luoghi deputati che diventano così, luoghi privilegiati per esposizione di arte di massa, se non vuole perdersi e perdere la sua vita in istallazioni effimere per annunciare a tutti la fine del mondo o che dovremo morire di americanismo cronico, o infine, trascorrere il proprio tempo nella ricerca di tutto il pattume prodotto da una società perduta nella “monnezza” e viva ancora soltanto come una accozzaglia di grassi fantasmi rincoglioniti dai selfie, non ha che da percorrere a ritroso la strada senza uscita nella quale si è perduto, verso una nuova considerazione dell’esperienza artistica come attività trascendente ed eminentemente spirituale.

Qualche anno fa, nel 2010, fu pubblicato nella traduzione italiana un testo di un altro filosofo americano:“ Estetica pragmatista” di Richard Shusterman, che presenta, rispetto alle tesi di Danto, spunti molto interessanti per una nuova interpretazione dell’estetica attraverso una rivalutazione di un testo molto poco considerato oggi nel dominio della filosofia analitica. Si tratta di “art as experience” di John Dewey. Shusterman di fatto rivaluta aprendo nuove prospettive, la filosofia pragmatista che ispira quel testo che risale al 1934.

Nell’analisi del filosofo americano dovrebbe esserci una società che permetta una vita anche esteticamente soddisfacente all’individuo, Ciò dovrebbe avvenire attraverso la somoestetica che si può definire come “lo studio critico migliorativo dell’esperienza e dell’utilizzo del proprio corpo come sede di fruizione estetico-sensoriale e di automodellazione creativa”. Questo nuovo modo di intendere l’estetica punta al superamento delle ristrettezze in cui, prese singolarmente, si trovano inevitabilmente sia la filosofia analitica, che quella pragmatica. Occorre secondo il filosofo americano, potenziare l’aspetto sensoriale della nostra percezione, per aumentare i vantaggi sul piano pratico della stessa esperienza estetica.

Pur nei limiti di un singolo lavoro, mi pare che questa rivalutazione del pragmatismo sia una necessità nell’ambito della prospettiva della filosofia americana degli ultimi decenni dominata dalla filosofia analitica. Tengo a chiarire che non sono antiamericano tout court, gli americani sono molto bravi a fare cinema ad esempio, anche quello di medio e alto artigianato. A confronto, il cinema italiano è una noia allucinante, ha una lentezza sempre esasperante. Da noi non si è ancora capito che il cinema è ritmo, montaggio, prima che ogni altro aspetto tecnico. Si vuol credere ancora che tutta quella psicologia da baraccone sia la lezione del “realismo”, ma quale realismo? Il neorealismo di Rossellini e compagni? Nessuno si accorge che sono pellicole di una retorica indigeribile, oggi? Il cinema è l’arte degli americani senza alcun dubbio o meglio, potrebbe esserlo, per le altre arti, tranne alcune eccellenti eccezioni, meglio lasciar perdere. Però insopportabile rimane il mercato, la loro ossessione per il mercato, e l’idea che tutto si possa monetizzare. Immagina quanti altri film avrebbe potuto realizzare Orson Welles se avesse avuto adeguati finanziatori che non pensavano solo al mercato?

Cosa si può dire sul processo creativo?

Mi pare che su questo argomento si sia sempre disquisito e sovente in maniera fumosa. Il mio punto di partenza si può circoscrivere a questa domanda: “nella mia esperienza di anni e anni di attività artistica, cosa ho potuto ritrovare nel mio fare, di tante teorie circa la genesi dell’opera d’arte?” la risposta invariabilmente è stata ed è la stessa: molto poco.

Pur ritenendo utile una definizione di ciò che è l’arte, tema sul quale torneremo più avanti, il mio modo di accostarmi alle opere, nell’analisi di lavori di altri artisti ovviamente, si basa nel tenere presente quanto più possibile, l’artista e la sua esistenza, che è come una sorta di cornice nella quale l’opera non può non affondare le sue radici imprescindibilmente. L’esistenza e la pratica artistica, assieme alla poetica dichiarata, consentono una analisi dell’opera corretta e attendibile.

Per chi si assume l’onere di un esercizio critico, ben più complessa sarà la distinzione circa ciò che è rilevante e ciò che non lo è sul piano propriamente artistico. Nella sostanza, io continuo a constatare che ci sono opere d’arte riuscite e compiute e “altro”, includendo nel termine generico di “altro”, molteplici esperienze che attengono alla sfera estetica in maniere diverse e con diverso peso ed incidenza.

E’ quindi indispensabile lo studio attento delle singole opere per un tentativo quanto mai completo di accogliere quelle opere nel loro giusto ambito. Questa metodologia non esclude però il rischio di attribuire valore artistico a dei lavori, per il solo fatto che sono presi ad oggetto di studio per una comprensione più generale comunque utile. Il male dei nostri tempi è che manca da tempo il coraggio di una distinzione tra artistico ed estetico, quanto mai necessaria. Questa distinzione potrà fondarsi su principi di dubbia universalità, parziali e discutibili quanto si vuole, e tuttavia risultare in ogni caso utile, anzi oggi, svolgerebbe una funzione chiarificatrice fondamentale, alimentando dibattiti e scontri di idee. Tutto sarebbe comunque preferibile alla “morta gora” attuale.

L’atteggiamento di paralisi evidente e di incapacità nel giudizio è riscontrabile in maniera tragica in molte analisi che si spingono nel difficile campo della critica, rendendole così del tutto inutili.

Anche nel processo creativo occorre chiarezza e principi metodologici dichiarati. All’atto pratico capisco bene che è ben più facile “citare”, “alludere”, “ammiccare”, “riprendere” etc. piuttosto che darsi delle regole certe e una poetica quanto più possibile chiara che potrà di certo essere d’aiuto ad una analisi critica delle opere.

Non farlo, come purtroppo accade da tempo, equivale a dire tutto va bene, tutto è arte, e nello stesso tempo nulla è arte, nulla ha un destino duraturo.

Da più di settanta anni a questa parte, progressivamente si è giunti alla paralisi di oggi in cui domina il caos ed il nulla, e l’arte ha finito per ricoprire un ruolo marginale proprio a causa della sua ambiguità, vacuità, inconsistenza.

Naturalmente il mercato scoraggia ben volentieri il rigore teorico attraverso i grandi “pensatori e critici militanti” fumosi e logorroici, appositamente messi in campo, lautamente pagati, perché là dove non c’è chiarezza e distinzione, tutto, ma proprio tutto anche “l’opera invisibile“ di De Dominicis, può essere venduto con profitto.

(Continua)

22/05/2017, Antimo Mascaretti

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