TECNICHE DI RISVEGLIO PER ATHENA (XII)

di Antimo Mascaretti

( continua…)

Le teorie fenomenologiche hanno la loro debolezza nell’astrattezza, non avendo riferimenti fondanti cui appellarsi. I vecchi sistemi filosofici avevano grandi difetti nella loro smania di tutto comprendere appunto, nel “sistema”, ma fornivano valori di riferimento dichiarati, sui quali il sistema si fondava. Alla constatazione che a molti appare “necessaria”, della impossibilità di un criterio di verità dell’arte, tutto il fumo che rimane a cosa serve?

Ogni stranezza appare giustificata, tutto può essere scambiato per opera d’arte, nel quadro di una definizione però “impossibile” di ciò che è “opera d’arte”. Abbiamo bisogno di un’arte di questo genere? Se la risposta è ancora una volta sì, accomodatevi a guardare l’ennesima idiozia messa in opera con molto danaro pubblico, sul carrozzone della Biennale di Venezia di quest’anno. Seguendo le fesserie senza alcun significato dei curatori, vi potrete rendere conto che non è più il caso di insistere. Questa gente non solo non rappresenta l’arte del momento, ma ha una idea dell’arte ormai asfittica, una cosa morta che nulla ha a che vedere con l’arte e peggio ancora, con la vita.

Come usare una filosofia “debole” che equivale, mi si passi il termine, a “senza coglioni” (non c’è parola più icastica), non aiuta a vivere ed a comprendere l’esistenza, allo stesso modo il caos nell’arte ha finito per “inflazionare” la verità, lo stesso significato dell’arte come un momento alto dello spirito, è stato vanificato a vantaggio dell’indifferenziata insignificanza del tutto.

L’arte è allora diventata moda, culi all’aria, buffonerie, trovate luminose di artisti falliti che non hanno nulla da dire, video criptici e incomprensibili, ammucchiate di ferraglia e plastica, montagne di traversine ferroviarie, in una parola bruttezza senza salvezza, nulla che parli veramente della profondità e del dramma dell’umano. Tutto è in luogo di… tutto sta per qualche cosa d’altro, di cosa? Non si sa. Ma tutto ha puntualmente il profumo inconfondibile di presuntuose seghe intellettuali.

Cerchiamo invece, di rimanere fermi all’essenziale. Cosa abbiamo? Una pittura (ad esempio).

Dipingere è innanzi tutto scelta di un mezzo espressivo ricco di grande tradizione. Ciò che ora ci interessa è la tradizione tecnica. Come non può esistere giocatore di scacchi estroso e geniale, che non sappia in profondità le regole del gioco, ugualmente non può esistere pittore che non abbia acquisito al miglior livello, le caratteristiche tecniche del suo mezzo, la teoria dei colori, la teoria delle ombre etc.

Analogamente che negli scacchi, una volta iniziata, la partita si svolgerà in maniera geniale o banale a seconda delle doti di chi gioca. Inconsciamente o consapevolmente, il pittore inizia un rituale che molto richiama quello della magia: si delinea uno spazio (il supporto), nel quale avverrà l’evento. Jackson Pollock illustra meglio di chiunque altro, pur praticando una pittura fuori da ciò che si può definire tradizione, quest’ultimo concetto espresso. Nella sua pittura di “sola percezione”, agisce dentro lo spazio della tela stesa a terra, come uno sciamano evocante gli spiriti, mentre lo smalto cola implacabile, guidato dal suo movimento ritmico. (Molto illuminanti in tal senso sono i filmati girati da Hans Namuth negli anni’50).

Ciò avviene anche in qualsiasi altra pittura, sia pure in maniera meno appariscente e scenografica.

Ciò che diverrà il soggetto della pittura può essere predeterminato come nel ritratto o apparire gradualmente. Un “qualcosa” che lo stesso artista non conosce ancora o non conosce completamente prima di aver portato a termine il dipinto.

Nella prima ipotesi, quella del ritratto, la pittura sarà “mimesi” attenta del soggetto, cioè una riproduzione il più possibile fedele all’anima del soggetto e non solo nelle caratteristiche esteriori, alla fine marginali. (Errore di moti pittori accademici, fiacchi e superficiali).

Nella seconda ipotesi che è quella che più ci interessa e che va ben al di là del semplice “mestiere”, quale sarà il vero soggetto del quadro? Sarà ciò che alla fine diventerà “riproduzione conoscitiva” di un aspetto dell’essere che prima dell’opera non era evidente.

La pittura “conosce” o per meglio dire, permette di conoscere l’essere (in senso di esistere), di un determinato oggetto o figura reale e dunque visibile nell’apparenza, ma anche di qualcosa che può essere totalmente immerso nella psiche del pittore prima della sua realizzazione.

Come è possibile capire un’opera pittorica nel momento che raffigura o meglio, “dà forma” a qualcosa che è completamente reale solo nell’anima del pittore?

A ciò è difficile rispondere, perché l’opera “innesca” reazioni psichiche in chi la guarda, diverse ogni volta, e si avvale in ciò sia della sua apparenza fisica (dimensioni, materiali etc.) sia della profondità culturale dell’osservatore che comprende i “richiami” cui l’artista fa riferimento (linguaggio, tecnica, affinità con altre pitture o artisti etc.) inoltre i riferimenti saranno ben diversi in una pittura di genere “figurativo” o in una pittura aniconica.

Non credo che ciò che il pittore ha assunto come soggetto dell’opera nella sua profondità, possa essere compreso immediatamente per sola “simpatia” (comune vibrazione). Ci si accorge di avere di fronte un’opera potente ed enigmatica, una vera opera d’arte, ma diventa poi necessario un lungo studio di tutti gli aspetti sopra elencati per arrivare all’autentica esperienza estetica. Certamente la sensazione, sia pure confusa inizialmente, di fronte all’opera d’arte autentica è immancabile.

Resta però certo che la “comprensione”, nel senso di trasmissione di una verità che ha assunto una forma, è possibile, anzi, è l’essenza del processo artistico.

Se ciò non fosse possibile, se non fosse dato entrare in contatto e fare propria la “conoscenza” che il pittore ha strappato al buio dell’indistinto, cosa sarebbe mai la pittura davanti a noi? Una testimonianza di un evento avvenuto, una sorta di “ex-voto” testimoniante, senza un effettivo beneficio ricevuto.

Potrebbe inoltre, essere un semplice oggetto dipinto, una decorazione al pari di un lavoro all’uncinetto o una semplice illustrazione, e tutto il nostro annaspare dietro all’arte, alla cultura artistica di secoli, sarebbe solo una forma di retorica culturale, un mito vuoto e muto.

Un quadro davanti a noi non sarebbe altro che un oggetto inerte.

Non tutti interpretano il dipingere come io l’ho descritto, ed in effetti, la pittura ha anche un aspetto di “mestiere”, nel qual caso l’atteggiamento del pittore sarà una scelta di routine ogni qual volta inizia un nuovo dipinto, ma potrebbe altresì essere un modesto creatore del bello, niente affatto disprezzabile, come in tanta arte “minore” dei secoli passati.

Ciò che a me interessa invece, è l’aspetto della pittura che prende forma con il coinvolgimento del caso e della spinta inconscia, delle sollecitazioni dei sensi di fronte a qualcosa che per altri non è che un qualcosa di comune, quella pittura che si “realizza” dentro la psiche e, come l’acqua sorgiva, viene in superficie dopo un tortuoso percorso.

Un’altra considerazione degna di nota è quella che riguarda la possibilità di entrare a comprendere da parte dell’osservatore, una pittura (un evento) di molto tempo addietro.

(Continua)

29/05/2017, Antimo Mascaretti

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