TECNICHE DI RISVEGLIO PER ATHENA (XVIII)

di Antimo Mascaretti

( continua…)

Le conoscenze scientifiche ed il riflettere su di esse, possono modificare l’atteggiamento del pittore? Avere molte più nozioni sulla percezione dei colori ad esempio, rende l’atteggiamento del pittore oggi, di fronte al suo lavoro, molto diverso da quello del passato?

Sì. Molte opere nell’ arte moderna, e poi in quella contemporanea risentono o addirittura sono espressione di riflessioni da parte dell’artista intorno alle spiegazioni scientifiche nei confronti del rapporto realtà/percezione sensoriale. Queste nozioni devo dire, mi sono state sempre estranee. Non mi sono mai posto il problema del perché vedo quel che vedo e dipingo con certi colori piuttosto che con altri, etc. Ho sempre avuto la convinzione che il sapere scientifico non influenzi più di tanto l’azione artistica. Naturalmente, le varie scoperte mutano sensibilmente le abitudini ed i rapporti esterni nella vita quotidiana e rendono a volte la vita più complicata o anche più confortevole a seconda dei punti di vista, ma in relazione all’esistenza spirituale di ciascuno, per la visione artistica, credo sia del tutto insignificante. La natura dell’uomo non muta o ha variazioni impercettibili e non sempre in positivo. Ad ogni modo, per il mio dipingere io potrei essere tranquillamente un seguace del sistema tolemaico, come lo sono stati per secoli, milioni di persone, senza risentirne minimamente. Anzi forse continuerò sul serio ad essere tolemaico… Il razionalismo ha, come è noto, giovato all’ essere umano a scapito del suo “essere animale”, che invece, è stato molto inibito, condizionato, represso.

L’arte per me insorge proprio in un contrasto di questo tipo. E’ per certi aspetti il rifugio del residuo dell’istinto contro l’appiattimento metodologico scientista. Questo contrasto è diventato violento verso la fine del secolo XIX, non a caso, alcune patologie dello spirito si acuirono a tal punto da richiedere cure molto più efficaci di quelle fino ad allora esistenti e su quella esigenza nacque la teoria filosofica della psicoanalisi, che ha avuto almeno il merito di porre allo scoperto le istanze dell’oscuro (a quei tempi) poco indagato, inconscio.

Ma la distruzione dell’animale è continuata per tutto il ‘900, le filosofie positiviste e scientiste applicate alla produzione industriale, hanno ridotto il comportamento umano ad un comune e diffuso “conformismo utile malgrado la infelicità”. Una gabbia ampia e confortevole (solo per alcuni, per di più), ma pur sempre una gabbia.

Si potrebbe a mio parere leggere l’arte del modernismo e successivamente quella delle avanguardie storiche, come un tentativo di insorgenza dell’animale contro quella clausura, insorgenza miseramente fallita, naturalmente.

Perché il conformismo è un male mortale nel corpo sociale? Perché genera necessariamente “minoranze”, di qualunque tipologia.

Tutto e tutti che non si conformano a determinati precetti ed abitudini “auspicabili” o “scientifiche”, diventano “minoranze” che in qualche modo sfidano l’ordine presunto delle istituzioni costrittive.

In realtà tutto questo è solo un grande insuccesso della razionalizzazione dell’esistenza che finisce per spingere alla repressione. L’artista è senza dubbio, parte di una minoranza estremamente pericolosa e fastidiosa, più dell’omosessuale o del politico definito “estremista” (che è già a priori, a ben guardare, un giudizio morale). Io per preservare la mia parte istintuale e creativa, ho dovuto subire ed attraversare “l’inferno della stupidità conformista concentrata”, per decine e decine di anni, so bene ciò che si prova allorché l’animale non ha modo di poter affiorare in superfice, alla luce.

Spesso la malattia, e non mi riferisco solo alle malattie psichiche, ma a qualunque patologia rivelatrice, non è che la rottura del “soma” nella lotta senza quartiere che si instaura in quel contrasto. Avendo fatto esperienza e molto dolorosa, anche di ciò, invito a riflettere in merito a quel contrasto che puntuale si ripete in ogni esistenza ed in particolare in quella di chi ha una sensibilità estrema come l’artista.

La mia arte ne è stata danneggiata? L’ aver dovuto vivere molteplici “stagioni all’inferno”, non è stato certo né facile né agevole…mi viene da rispondere tuttavia, di no. Non credo che quella sofferenza abbia danneggiato la mia arte, forse la mia esperienza artistica addirittura se ne è giovata, perché il contenuto psichico dello scontro ha accresciuto di molto, il mio immaginario. Certo, la mia arte non esprime forse (e come potrebbe?), un orizzonte di ottimistica felicità esistenziale, ciò perché ho sempre odiato l’arte che avrebbe la funzione assai riduttiva, di “far star bene”, il contento di sé, il coglione che crede di scamparla e non sa che il freddo della morte lo attende al varco forse prima degli altri, e per di più è convinto che sia bene esaltarsi nel culto della sua meschina, piccola personalità, anzi ne ha fatto il solo dio da adorare.

C’ è un modo di opporsi a questo degrado, dove non c’ è più posto per la poesia?

Lavorare per testimonianza. Essere presenti per i pochi che ancora apprezzano la nostra visione dell’arte e la ritengono parte essenziale della loro esistenza. Sia chiaro, è molto difficile che il diabolico ingranaggio di cui siamo tutti vittime, possa mutare, tuttavia non resta altro da fare. L’artista è uno strumento, nient’altro.

Non mi pare una soluzione molto efficace…

Decisamente no. Ma occorre affrontare il proprio ruolo con senso di responsabilità. Possiamo sperare che il mercato per un qualche motivo, ora non immaginabile, imploda…ma dove il denaro domina è da pensare che subito si troverebbe qualcosa di altrettanto efficace del mercato di oggi, al fine di lucrare… e tutto ricomincerebbe di nuovo. E’ il mondo che dovrebbe avere altre regole forse, non crede? Nuove regole per uomini nuovi.

L’ artista può solo lavorare secondo la sua natura, oppure si adegua a ciò che trova e diventa il buffone di corte per i nuovi oligarchi, e quello che molti hanno scelto di fare.

Lei crede nel valore dell’opera d’arte non influenzato dai giochi di mercato?

Malgrado ciò che sono costretto a vedere, sì. Nei miei primi scritti teorici, da anni auspico una rilettura della storia dell’arte e naturalmente della pittura, degli ultimi cento anni.

Perché è importante?

Perché è venuto il momento di svegliarsi dal “lungo sonno” simile alla morte spirituale, per rimuovere antichi pregiudizi che hanno condannato interi periodi storici o singole personalità di artisti, ai margini, malgrado il loro valore. Ciò in più, riguarda in particolare l’arte italiana nel periodo tra il primo dopoguerra e la fine del secondo conflitto mondiale e oltre. L’arte italiana di quel periodo è stata seconda solo alla Francia, ma si dovrebbe dire: solo a Parigi, dove si radunavano personalità artistiche di tutto il mondo in quegli anni. Nel rivedere certi giudizi, considerando le opere e non le vicissitudini storico/politiche, si avrebbero molte sorprese.

Ciò naturalmente porterebbe a rivedere il giudizio sulla generale evoluzione delle arti dopo il secondo conflitto mondiale, tuttora condizionato pesantemente dalla ideologia dei “vincitori”, e non dalla qualità autentica delle opere. Se ci si vuole finalmente emancipare dal ruolo di colonia culturale ( ciò che di fatto questo Paese è da fin troppo tempo), un ruolo che non ci si addice per il genio e la grande tradizione artistica di cui siamo eredi, e che fu ineguagliabile in tutte le epoche, tutto questo sarebbe non importante, ma fondamentale.

Gli artisti possono avere un ruolo in questo lavoro di revisione più aderente alla verità delle opere, che appare forse più materia per storici dell’arte?

Vede, non si tratta solo di un lavoro da storici dell’arte, prenda ad esempio, la pittura murale che nel nostro Paese vanta una tradizione di rilievo secolare, e mai possibile che i nostri giovani artisti (ignorando in gran parte il valore intrinseco di quelle realizzazioni (e le stesse realizzazioni, ma con testi adottati nelle scuole come quello storico di Argan, un personaggio che dire discutibile è un eufemismo, cosa vuole che imparino?) debbano seguire, cito un nome per tutti, Banksy, e i suoi murali minimalisti?

Ciò dipende ovviamente da cosa e come si insegna nelle scuole in genere, e nelle scuole artistiche in particolare. Se interi periodi storici, ricchi di opere di altissimo livello, sono stati “cancellati” da idioti, per motivi di cecità e faziosità politica, e sono tuttora tenuti in discredito, i giovani finiscono per imitare e prendere a modello lavori di infimo ordine, come nel caso citato, che possono andar bene per gli inglesi… o anche gli americani, cose pop….non certo per noi. Sul piano artistico, sono delle “cosucce”, delle banalità.

(Continua)

10/07/2017, Antimo Mascaretti

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