TECNICHE DI RISVEGLIO PER ATHENA (XXI)

di Antimo Mascaretti

( continua…)

Che significato attribuisce alla sua opera così come si è svolta fino ad ora?

Mi chiedo spesso cosa la mia pittura possa significare alla luce del crepuscolo odierno, e mi rispondo ogni volta in maniera diversa. Probabilmente ogni risposta integra quella precedente e non ce n’ è una che le comprenda tutte. E’ forse, un tentativo di salvezza individuale? Chissà, può darsi.

Perché mi chiedo questo? Perché è vero che in fondo tutto il nostro dialogo filosofico /estetico si muove attorno all’ interrogativo se sia possibile o non più possibile una creazione artistica, ma simili domande si trascinano dietro inevitabilmente analisi di comportamenti e aspetti della vita sociale e politica, drammi che, nel superaffollato mondo, hanno fatto brutalmente irruzione, quando solo ieri, al tempo della nostra formazione di studio, apparivano come mere ipotesi da parte dei più pessimisti. Va bene, per la pittura tenteremo di fare muro come alle Termopili, in pochissimi davanti ad un oceano immenso di conformisti ed opportunisti, da soli o quasi, davanti alla barbarie americana e degli Stati satelliti che monopolizzano il sistema. Ma a tutto il resto, a ciò che i più si ostinano a non voler guardare, al mutamento in atto verso la inarrestabile dissacrazione di ciò che è ancora rimasto da dissacrare, cioè forse, il solo ricordo storico, (e ciò giustifica e spiega la distruzione di templi e meraviglie archeologiche), come rispondere? All’ impotenza di una scienza che oppone il pannicello caldo di un farmaco dell’ ultima generazione su un corpo già putrefatto, all’ inutilità di una finta cultura nominalistica, niente di più che un ornamento di poco conto, bigiotteria per le masse sempre più insulse ed ignoranti, che si appagano del relativismo universale e paralizzante dei social network, alla restante barbarie che già irrompe nelle nostre case di notte, favorita da una morale buonista e permissiva, da idee politiche di un progressismo di maniera , tarlato e limitato come le teste di chi si ostina a propugnarlo nonostante i fallimenti, e ci trova rassegnati, drogati, alcolizzati, instupiditi dai talent, dalle diete di erbacce, pieni di lardo e salse piccanti, cosa opporremo? La vacanza last minute? Un selfie con un sorriso da coglione? A ciò che appare una mutazione genetica dell’essere, cosa opporremo, forse una finta democrazia politica che è il notaio diligente del continuo sopruso da parte di tutti? Una inettitudine ad una qualunque decisione, all’azione, persino quando è in gioco la stessa sopravvivenza dello Stato? Una sciocca e deleteria idea multirazziale che moltiplica le intolleranze fino a portarle al rigetto violento (che presto vedremo in atto), una idea di Europa progettata da vili ed insignificanti burocrati, in tempi assai remoti, ed ora adattata a prigione di ogni iniziativa che non abbia la benedizione dell’“impero” sfatto d’ oltre oceano, e che non si discosti da una economia miope e perniciosissima, dettata da un mercato drogato e speculativo, che è la vera cupola delle infinite forme di criminalità organizzata e che tutte le governa? Cosa opporremo al perdurare del malaffare, della corruzione, dell’idolatria del denaro arraffato in qualunque modo, anche il più abietto e ripugnante? Cosa opporremo alla viltà che ci impone di non vedere gli scempi vicino casa nostra e che ci riduce complici consapevoli e quindi se possibile, ancora più colpevoli?

Questo è il nostro tempo ed ognuno è figlio del proprio tempo, anche chi ha solo l’arte come strumento di intervento. Molti ebeti poco più che primati, continuano a vivere tronfi come se quel punto nero che appena si discosta dalla linea dell’orizzonte non fosse che un granello di sporco sull’obiettivo, anziché l’ombra del caos che avanza inesorabile. Opporremo anche a questo la sola nostra pittura? Ogni ordine è stato sovvertito, corroso dal relativismo esasperato, dal rigetto di ogni forma di potere che non sia un parlamento malato di stupidità e che ha cura solo del suo privilegio in ogni aspetto della vita sociale.

La stupidità di questa gente la vediamo in azione in televisione in ogni telegiornale. Cosmos era l’ordine antico della creazione che è stato rigettato dalla presunzione di un nuovo potere popolare, opporremo anche a questa tragicomica situazione unicamente la nostra pittura, la nostra estetica?

Questo basterà per dormire tranquilli?

Che consiglio darebbe a chi dovesse accostarsi alle sue opere?

Attenzione, non sia incauto, non si incammini su un sentiero che probabilmente non è il suo, se cerca un modo di passare il tempo tra inutili vagabondaggi spirituali, se spera di divertirsi con l’arte, se peggio, cerca oggetti da tenere in casa per renderla se possibile ancor più decorativa e simbolica di un vivere esteticamente significativo e presumibilmente evoluto, lasci stare. Le opere che vede, sono oggetti da manovrare con cautela, aspirano a parlare della condizione tragica dell’esistenza, della sua insignificanza, della sua vanità, della sua ipocrisia, del male, e della felicità effimera, dell’inevitabile fine. Esse potrebbero persino mostrarle ciò che può darsi, non voglia nemmeno vedere.

Filosofia dell’arte e dell’esistenza. Note sulla salvezza e sulla sopravvivenza.

Se dovessimo farci un’idea, a giudicare dai cataloghi delle mostre, della vita dell’artista qui, nelle colonie, malgrado il numero elevatissimo di quanti si ritengono appartenenti alla categoria, l’esistenza dell’artista, sembrerebbe felicissima e dispendiosa.

Tuttavia, è noto che, ormai da secoli, è venuta a mancare la pratica della committenza in soccorso degli artisti ed ora essi non possono che contare sulle loro forze (morali ed economiche).

Non rimane dunque, a meno che non si possa contare su una solida fortuna personale, che affidarsi ai meccanismi assai perversi del mercato e sperare. Qui, nella colonia del “bel Paese”, quasi tutti gli artisti devono ricorrere per vivere e per poter sostenere gli ingenti oneri che la loro arte richiede, ad una o a volte due occupazioni aggiuntive.

Molti artisti sono anche insegnati di svariate discipline, altri esercitano professioni anche più impegnative o di poco conto, a tempi pieno o part-time, ma quasi la totalità di loro è costretta dalla necessità a sottoporsi a questa difficile routine esistenziale.

Dunque l’arte, attorno alla quale vivono come moderni proci, migliaia di persone con vari incarichi, è avara, paradossalmente, proprio nei confronti di coloro senza dei quali non potrebbe esistere: gli artisti. Sulle attese e speranze (molte volte infondate), si muove il molto costoso “mondo dell’arte”, costoso però, unicamente per gli artisti che sono coloro che debbono pagarsi, senza speranza di recupero, praticamente tutto: il materiale, testi di studio e perfezionamento, l’arredamento dell’atelier, lo stesso studio dove lavorare, le spese per le trasferte sia per i contatti indispensabili, sia per gli allestimenti di esposizioni, gli interventi critici per i cataloghi, la stampa degli stessi, l’eventuale indispensabile pubblicità in occasione di ogni evento, il curatore, il fotografo e all’ occasione l’operatore video, il sito web e la sua gestione, ed ogni altra spesa che dovesse capitare, oltre agli oneri fiscali qualora tentasse (ma sarebbe praticamente una follia) il professionismo a tutti gli effetti.

Senza un capitale su cui contare alle spalle, o un’altra attività, niente di tutto ciò che ho elencato sarebbe alla portata dell’artista e bisogna aggiungere, purtroppo, che molti artisti o sedicenti tali, pagano per esporre le loro opere, perché da parte di profittatori spudorati, si è ritenuto utile riversare il rischio di impresa sui produttori, come se un supermercato facesse pagare ai produttori di merce (molto meno importante che l’arte) lo spazio del negozio per ammettere i prodotti alla vendita, lo scaffale, anziché acquistarli precedentemente, quei prodotti! (a nulla vale sostenere in questo contesto che l’arte è cosa diversa. Abbiamo trattato nella prima parte di questo dialogo, estesamente, della riduzione teorica dell’arte a merce e poi si vorrebbe, al momento opportuno, parlare ancora, per convenienza, della natura diversa delle opere d’arte?).

Ma, ad ogni modo, gli artisti pagano e spessissimo. Profittatori che si definiscono “galleristi” solo perché hanno un buco da riempire alla meglio, o peggio “mercanti” e che sono di fatto, la personificazione del “gatto e la volpe”, aprono un “centro culturale”, per eludere precisi obblighi contabili, ma poi richiedono “in nero”, somme ingenti agli sprovveduti per realizzare le loro esposizioni, purtroppo, di nessuna utilità.

(Continua)

07/08/2017, Antimo Mascaretti

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