TECNICHE DI RISVEGLIO PER ATHENA (XXV)

di Antimo Mascaretti

( continua…)

Oggi il dominio della conoscenza scientifica appare inarrestabile ed anche la filosofia sembra essersi adeguata….

Filosofie scientiste ed analitiche, con puntuali dimostrazioni e deduzioni, del tutto inutili, ci hanno privato delle indispensabili “illusioni”.

Scrive il Leopardi in proposito:

“Il più solido piacere di questa vita è il piacer vano delle illusioni. Io considero le illusioni come cosa in certo modo reale stante ch’elle sono ingredienti essenziali del sistema della natura umana, e date dalla natura a tutti quanti gli uomini, in maniera che non è lecito spregiarle come sogni di uno solo, ma propri veramente dell’uomo e voluti dalla natura, e senza cui la vita nostra sarebbe la più misera e barbara cosa etc. onde sono necessari ed entrano sostanzialmente nel composto ed ordine delle cose” (Zibaldone 51).

Ed ancora:

“Il filosofo non è perfetto, s’egli non è che filosofo, e se impiega la sua vita e se stesso al solo perfezionamento della sua filosofia, della sua ragione, al puro ritrovamento del vero, che è pur l’unico e puro fine del perfetto filosofo. La ragione ha bisogno dell’immaginazione e delle illusioni ch’ella distrugge, il vero del falso; il sostanziale dall’apparente; l’insensibilità la più perfetta della sensibilità la più viva; il ghiaccio del fuoco; la pazienza dell’impazienza, l’impotenza della somma potenza; il piccolissimo del grandissimo; la geometria e l’algebra, della poesia etc: (Zibaldone, 1839).

Io, da molto tempo, studio le opere filosofiche di Giacomo Leopardi, e devo dire che trovo di una attualità stupefacente anche la teorica delle arti, delle lettere etc. A questa parte di scritti leopardiani dedico gran parte della mia riflessione sull’arte, mettendo quelle teorie in relazione alla confusione che regna nella nostra arte d’oggi.

Ma torniamo al nostro discorso. Ben misera e barbara cosa è infatti, l’esistenza dell’uomo contemporaneo, ormai impotente nei confronti della poesia e dell’arte.

Vorrei ancora avere possibilità di cercare magie, siano pure vane, mi sono indispensabili per vivere, per non essere poco più di una formica in fila nelle nostre citycars.

L’arte è quella magia auspicata e desiderata. L’arte deve tornare ad occupare la vita come un amore tormentato, come un cruccio pressante, come la paura di morire, di perdere il lavoro, di non avere più soldi, di non farcela. Oggi invece, cos’è? Un pettegolezzo goliardico, una chiacchiera vana, una passeggiata di spesa alla Coop, uno slancio turistico nell’indifferenza preoccupata, che è l’unico sentimento ammesso, l’unico possibile.

A che cazzo serve un’arte moscia, una masturbazione di questo tipo? A che tanta inerzia? A nulla. Allora è giusto che sparisca!

“Addetti ai lavori” fermiamoci! Dio è veramente morto e con lui la povera arte significante che ereditammo e che abbiamo anche sperperato, dileggiato, distrutto. Dedichiamoci al giardinaggio! Sarebbe davvero scelta molto più utile.

E’ il momento di chiedersi se il dilagare delle tecnologie senza apparente utilità, (che sulla comunicazione fondano l’intera realtà), e i loro linguaggi, in apparenza semplici, e quindi permeabili anche da strati di popolazione per molti aspetti “primitive”, restate allo stato animale del mangiare, soddisfare i propri bisogni, e riprodursi, costituisca un autentico progresso o una caduta ulteriore, un regredire nefasto per quanto riguarda la creatività e non solo.

Diamo per vero, almeno per un momento, che ogni epoca abbia la sua arte nel senso che ogni momento storico presenti un’arte con segni di innovazione che la qualifichi ed identifichi quale un equivalente necessario rispetto alla tecnologia dominante, qual è l’arte che meglio si adatterebbe al dominio elettronico degli ultimi decenni? Qual è lo stile che meglio caratterizzerebbe i nostri tempi? Quali sarebbero i segni inequivocabili di grande creatività di almeno mezzo secolo? A fronte delle promesse e delle meraviglie tecnologiche che pure hanno mutato e mutano le abitudini e creano tuttavia nuovi condizionamenti, nuove infelicità, quali sarebbero i segni del genio oggi? Quali i massimi livelli raggiunti? I capolavori realizzati?

Sembra che tutto debba rassegnarsi al “tritacarne” del postmoderno: citazioni, leggerezza, babeli dei linguaggi, banalità a profusione, e a volte, molto di frequente, vere coglionerie.

Bene, tutto questo può considerarsi un progresso o un regresso? Occorre essere fautori entusiasti di questo presunto progresso e nel contempo subire le conseguenze sociali, economiche, politiche, del degrado che apparentemente almeno, pare avanzare parallelo ai trionfi effimeri dell’innovazione elettronica, o dirsi decisamente “antimoderni” se questo vuol dire aver compreso il rischio, se la minaccia che si manifesta è tangibile?

Antimoderno non vuole significare essere contro il progresso tout court, vuole invece significare essere consapevoli e decisi a correggere con azione determinata, lo strapotere di una tecnologia manipolata sapientemente proprio nell’apparente, fittizia, universale libertà.

L’ essere intransigentemente antimoderno nell’accezione indicata, è una necessità etica per l’artista d’oggi’, oppure l’artista che appare penosamente ai margini, forse proprio per la sua pragmatica accettazione dello status quo, è destinato all’infinito ad inseguire là dove un tempo, precorreva i velocissimi segni di mutamento?

E’ dunque, l’artista condannato a vita a travestirsi con addobbi elettronici, per apparire in sintonia con i tempi, che pure lo hanno scaricato come un qualsiasi lavorante di una produzione decotta, obsoleta?

Progresso o regresso? Dobbiamo aspettare la mannaia della storia (oggi i coltelli affilati che decapitano altrettanto rapidamente e casualmente), per farci un’idea e finalmente osare una risposta con decisione, con un po’ di carattere, a questo quesito?

“Der Zeit ihre Kunst der Kunst ihre Freiheit”. Sente di poter condividere questo motto oggi? Se sì, cosa vuol significare in concreto?

“Ad ogni epoca la sua arte, all’arte la sua libertà”. Questo famoso motto, posto nel 1898 in bella evidenza, su quello che doveva divenire il “tempio delle arti”, ad opera della Secessione viennese, è spesso citato dai fautori della necessaria ed imprescindibile presenza del “nuovo” ad ogni costo, quale segno tangibile di una evoluzione delle arti.

Come capita con ogni motto, è difficile non essere d’accordo in linea di principio, perché è abbastanza generico da giustificare qualsiasi interpretazione. Proverò a spiegare cosa per me, significa quella frase.

Sulla libertà quale necessità dell’arte, credo siano tutti d’accordo. Persino in regimi politici autoritari ed intransigenti che hanno tentato di “orientare” l’arte secondo i principi ideologici di sostegno e giustificazione dell’autoritarismo, come ad esempio il nazionalsocialismo e lo stalinismo, si può leggere, nei principi teorici che riguardano l’arte, un riconoscimento di necessaria libertà, poi magari condizionata di fatto, da fini estranei di “utilità” dei prodotti artistici, in relazione alle esigenze dello Stato. Ad ogni modo, nessuno più mette in dubbio la necessaria libertà dell’artista che è di fatto il presupposto per una libertà vera dell’opera d’arte.

(Continua)

11/09/2017, Antimo Mascaretti

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