“Vissi d’arte vissi d’amore…”

di Antimo Mascaretti

Eccoci ancora a riflettere su argomenti che io ritengo cruciali (e non solo per l’arte). Come è noto, definire con certezza e precisione o almeno in maniera esaustiva il termine “arte”, presenta notevoli difficoltà. (Difficoltà d’ordine razionale, aggiungerei io, perché ciò che l’arte è, appare ben chiaro nello spirito, anche senza spiegazioni logiche).

Ad ogni modo, propongo, prima di continuare, di tentare una definizione, sia pure con un certo azzardo, del concetto di “arte” in questo modo:

“Sintesi di forme, colori, parole, musica e sentimento, anche insieme ma non necessariamente, che riesce a commuovere universalmente l’essere umano in maniera così profonda e duratura da sfidare il trascorrere del tempo”.

Dunque, ben poco su cui soffermarsi a parlare, se ci limitiamo a quanto si vede in giro.

Di cosa parleremo allora? Certo, potrei continuare nel segnalarvi notizie ed esposizioni, ma in gran parte sono solo banalità in mostra, giochi intellettuali vani, espressi in forme di un accademismo vano, morto già sul nascere, ma questo è (anzi, sarebbe, perché è un errore che non commetterò), qualcosa che nuoce, a lungo andare, fortemente alla mia salute mentale, ed è meglio lasciar stare.

D’altra parte, solo citare i nomi di quegli artisti e delle loro opere mi ripugna, perché è come fare il giuoco delle potentissime organizzazioni mercantili che stanno dietro a questo genere di mostre, in cui, appena entri, ti viene subito in mente la domanda: “Ma chi paga, tutto questo sperpero di materiali (a volte imponente), e lo sfarzo con cui sono allestiti?”, Domanda che naturalmente, resta sempre senza risposta, ma apre un baratro di diffidenza.

Allora, adoperarsi per suscitare curiosità attorno a personaggi di cui, nella maggioranza dei casi, nessuno più parlerà forse già nella prossima stagione artistica, oppure tra qualche anno, o qualche decennio, anche se in questo momento magari, quelle opere che sono in mostra vengono vendute a migliaia di euro o di dollari.( Basterebbe, per verificare questo sospetto, dare un’occhiata a qualche vecchio (ma neanche tanto), catalogo di Biennali veneziane, o Documenta Kassel o altre prestigiose esposizioni internazionali di questo livello). Non vale certo la pena.

Ma tenuto conto che questi sono tempi in cui si fa un gran parlare, anche a sproposito, di dazi doganali, tengo a dire che sarei propenso a proporre senza esitazione, in difesa però, della qualità dell’arte italiana, prima che, e non solo, del valore di mercato (quindi primamente un “dazio sul valore effettivo”, qualcosa di affatto inusuale), l’applicazione di un dazio del 2000% su ogni opera o presunta tale, oggetto estetico o quant’altro, proveniente dagli Stati Uniti D’America, in mancanza di una qualunque difesa per la nostra arte, difesa urgentissima, ma tutta ancora da pianificare. Questa tariffa in verità, andrebbe applicata anche alle “opere” di artisti provenienti da paesi che sono di fatto strette colonie degli Usa, anche è più del nostro, ed in particolare mi riferisco alla Gran Bretagna e la Germania. Si dirà che per la Germania sarebbe comunque impossibile per via dell’appartenenza al mercato unico europeo, purtroppo, questa è una verità, ed una vera iattura irreparabile, almeno fino a quando l’anima di Faust risorga dietro forme inusitate e antiche nello stesso tempo, e percorra di nuovo quelle dissestate (nello spirito) contrade, magari con l’abbandono da parte di antichi e fieri popoli, di quei partiti politici difensori di una visione complessiva, camuffata da democrazia, ma molto simile all’antico vassallaggio dei secoli medievali.

Prima o poi il popolo nelle sue menti più avanzate almeno, si sveglierà da tanta piatta e abilmente controllata uniformità, (controllata elettronicamente in maniera sofisticatissima), di vedute e di pensiero, e allora forse, se ne potrà riparlare.

Dopo questa lunga ma necessaria divagazione, credo sia giunto il momento di affrontare un tema che io sento vicinissimo all’arte, e del quale conviene finalmente parlare: il tema dell’amore.

L’amore è come dire, il lievito madre, di ogni arte duratura. Una forza che costituisce il fondamento (il contratto di non aggressione), della possibile società, e certo anche un elemento perturbante, un uragano che spesso produce, nella impossibilità di controllarne l’energia, danni tali che finiscono anch’essi per essere soggetto e insieme oggetto, con gli aspetti del sentimento amoroso in positivo, delle espressioni artistiche memorabili.

Non c’è credo parola più trita, più usata a sproposito, più logora e vuota, più inflazionata, che la parola “amore”, in tempi come questi, tempi da lupi famelici.

Tutti siamo coscienti di quella svalutazione di senso, al punto di lasciare quella parola ai testi delle canzonette, e pure le più scadenti e mielose. Sì, esitiamo ad adoperare quel termine, anche quando non sappiamo diversamente come nominare, in alternativa a quella parola, quella sete inestinguibile di eternità che ci muove incessantemente. Meglio forse, chissà, usare i vecchi termini latini, più esatti, più pregnanti nelle sfumature, come eros, amor, cupiditas, caritas. Fatto sta che tutta la nostra vita breve gira attorno a quel desiderio, a volte inconfessato, da cui nasce la biologia del riprodursi, ed è cosa questa, assai semplice, ma anche da quella parola s’inizia la via in altezza del mistico che lo fa irraggiungibile alle ragioni della logica e della convenienza, e anche lo “squilibrio” nobile dell’artista. L’arte ha mille aspetti, mille facce come un diamante tagliato all’infinito, mille volti sconosciuti eppure noti all’anima ogni volta, l’arte ha mille caselle come un favo d’api, dove racchiudere esperienze indicibili di molti, qui non importa se ciò che poi si tenta, raggiunga il risultato, se si arrivi alla mèta, qui importa solo notare la medesima volontà, la stessa forza inarrestabile a restare vivi anche dopo, dopo che la biologia ha cessato di spingere le pulsioni di un muscolo che più non si muove. Questo anche quando si è consapevoli, dolorosamente e con angoscia, di quanto è scritto sulla lapide funeraria di Nomerio Vittorino Marsico, soldato romano di stanza a Reggio:

“Credo certe ne cras” – Sono sicuro che non c’è domani-

L’amore di cui tento di parlare (ed è cosa difficile senza cadere nella pozzanghera del conformismo, della banalità demenziale, da Facebook), non è “l’amor proprio, l’amore di sé, che è poi l’amore più diffuso, camuffato abilmente in falsa dedizione, né l’amore- passione hollywoodiana, dove immancabilmente si finisce a incollarsi a stampo le labbra e la passione è così “vera e possente”, che le donne spesso rimangono col reggiseno e gli uomini non si sa bene come e da dove, tirino fuori il loro “oggetto d’amore” senza spogliarsi di nulla o al massimo si tolgono la maglietta.

No, l’amore di cui parlo è l’amore “unilaterale”, che nasce prima, e anche a dispetto, dell’essere riamato. E’ l’amore di cui parla il Cristo, che si vorrebbe esteso fino al tuo nemico mortale.

Così ci trasciniamo per il mondo, consapevoli della nostra prossima fine (che sono poi, ottanta o anche cento anni, se pure si dovesse estendere per tanto tempo, e nessuno lo garantisce, la durata di una qualsiasi vita? La parola “prossima” è sempre adeguata, mi pare). Smaniamo di lasciare “tracce”, immagini, della nostra bellezza ad esempio, alcuni vorrebbero lasciare capolavori, altri i segni del loro passaggio rapido, purché questi segni resistano, durino nei secoli, ci sentiamo appagati. (Chissà perché, forse vanità, ma anche Nomerio Vittorino, nel suo scetticismo totale, ha lasciato la lapide…). Altri comunemente lasciano figli e nipoti, ma in tutti l’angoscia serpeggia, siamo tutti intimamente coscienti e dunque, infelici, perché in cuor nostro vorremmo essere immortali, e invece ci tocca morire.

Vorrei però, con rammarico, precisare che il senso dell’amore su cui mi piace riflettere con voi in queste note, non nasce per me, dal ristoro che possono avere tutti quelli che si dissetano ad una fonte religiosa. Io parto dal punto di vista di Nomerio Vittorino Marsico, non meglio noto soldato romano, e non ho ragioni valide per discostarmi da quella sua disperata convinzione. Non comprendo purtroppo, non mi appartiene né mi tiene avvinto, il discorso escatologico, “della méta finale”.

Dunque il mio sentire è “amputato”, costretto a prender atto di un desiderio che non si arrende e nel contempo è costretto a scontrarsi con una società di cui sono costretto a far parte, e questa costrizione, invece sento come un peso, una condanna, perché di quella società non condivido nulla, mentre non sento affatto, intimamente di “farne parte” in alcun modo, né io stesso, né di più, la mia opera creativa.

L’amore è concetto così onnicomprensivo che si fa fatica a fermarne l’essenza. Qualora si provi a farlo, si procede immancabilmente per esempi, e dalla mitologia classica fino alle soap opera, esempi memorabili non mancano di certo e anche suggestivi. Nella pittura se si tralasciano esempi di amore religioso di estasi di santi e sante, e della passione dello stesso Cristo, rimangono tuttavia opere così belle e commoventi dove è la carnalità a venire in superficie, e come potrebbe essere diversamente? Il corpo, la carne, la sensualità, non è che un altro aspetto dell’amore che, ricordiamolo sempre, è uno, e sempre lo stesso. Piuttosto è nel cinema che io ho trovato in diverse occasioni, da meditare sull’amore struggente, l’amore che non si realizza, l’amore che, nonostante quello che il luogo comune indica, non sempre si afferma a dispetto di tutto. Di esempi credo, chiunque di noi ne ha in mente qualcuno, e tutti sono pertinenti, in quanto ci hanno mosso nell’animo quello struggimento che pare sciocco, e di cui a volte ci vergogniamo, ma muove anche gli animi più duri, perché richiama l’essenza dell’infinito che ci abita.

Personalmente ho cari due esempi di amore di questo tipo, narrati con finezza e senza bisogno di evidenze carnali che pure vengono lasciate alla sensibilità immaginativa: “Casablanca (1942), con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman, e “I ponti di Madison County” (1995), con Clint Eastwood, e Meryl Streep. A loro modo e per i loro tempi, ovviamente lontani e diversi, narrano l’amore “disinteressato”, l’amore che si spinge a lasciare libero chi non possiamo avere per non consentire la sofferenza non solo di un altro essere, ma anche dell’anima di chi amiamo che, all’insistenza del nostro pur grande amore, ne sarebbe straziata. Sono film, specie il primo, talmente noti che non serve soffermarsi sulle rispettive trame, Non credo ci sia ancora chi non ha mai veduto “Casablanca” un film che ebbe una fortuna dai tempi di guerra in cui fu girato,(1942), talmente vasta da diventare un vero cult, ma se qualcuno non avesse visto il film di Eastwood, magari proprio perché, in un’epoca cinica e violenta da cavernicoli, è un film decisamente romantico, (ma Clint Eastwood è grande artista, anche perché non ha paura di affrontare nei suoi film, come uomo, attore e come regista, temi veri, umani, profondi e scomodi a volte), invito a rivederlo con in mente il discorso che andiamo facendo sul disinteresse dell’amore. La sottile poesia che quel film sprigiona lo ripagherà abbondantemente.

Dunque l’amore è “disinteressato”, e guarda caso anche l’arte lo è, la vera arte è sempre dovuta a un impulso irrefrenabile, è un corrosivo dell’immobilità sociale, del sentire finto, ipocrita, L’arte, come l’amore, ipotizza un mondo diverso, o nella sfera del singolo, (come l’amore), ma che poi inevitabilmente si estende alla società perché, non v’è felicità possibile al di fuori del contesto in cui si vive, o che nasce al chiuso di un luogo, come l’arte, ma che per vivere, per avere senso, ha bisogno ogni volta, al di là del tempo, dello sguardo di chi se ne appropria, soffrendo e riempiendosi l’anima della stessa fiamma.

Sia l’amore che l’arte, sono corrosivi della staticità delle convenzioni. Entrambi si scontrano con un mondo fittizio di successi facili, di furberie e opportunismo. Entrambi sono aspetti di quella sete inestinguibile che abbiamo citato all’inizio, sete che ci rende umani, proprio perché fragili, grandissimi, irrazionali, come quando abbiamo la pretesa di amare “per sempre”, qualcuno, quando pure sappiamo bene che amiamo un essere mortale.

Nella formula del matrimonio religioso però, ho potuto constatare di persona purtroppo, una grave inesattezza, là dove si dice:” …finché morte non ci separi”. Perché l’amore invece, continua anche dopo la morte, continua nello strazio dell’assenza, almeno finché durerà la memoria di chi resta.

Noi viviamo in un mondo in cui “la produzione” è mitizzata. Quindi il “poiein” prevale sul “prassein”, il poiein che esalta anche l’arte come produzione, esecuzione, mentre a me interessa di più il “prassein” che pone l’accento fortemente su una base comune all’uomo, una condizione che consenta l’azione, che è anche e massimamente, azione sociale. Azione verso l’altro, e non sull’altro, si badi, quell’azione, quella spinta che è anche alla base, paritaria, di più, è l’essenza, dell’amicizia e dell’amore, che abbiamo scoperto essere “disinteressato”, pena il non essere autentico, e quindi nient’altro che cenere, ancor prima della morte.

L’amore sospinge ciascuno di noi verso nuovi spazi di esistenza, verso confronti inimmaginabili e inimmaginati fino a poco prima, l’arte erige bastioni di nulla, fragilissimi, da opporre al ricordo dell’umanità che altro non può conservare. Il tutto, “As time goes by”, come si sente cantare da Dooley Wilson, su richiesta di Rick, in “Casablanca”, (ma sono belle anche le versioni di questo brano di Frank Sinatra e persino di Rod Stewart).

03/09/2018, Antimo Mascaretti

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