LE ARTI DIGITALI
di Lidia Borella

Il processo di digitalizzazione ha permesso e suggerito una contaminazione estetica tra le varie forme espressive; le inedite possibilità offerte dalla tecnologia rilanciano l’interazione creativa tra le diverse arti, cercata e profetizzata da alcune avanguardie storiche.

La sperimentazione artistica digitale sta costruendo una nuova estetica e portando alla nascita nuove modalità di creazione, comunicazione e fruizione; la combinazione di forme artistiche e tecnologia produce differenti forme espressive in costante trasformazione: percorsi interattivi, ambienti virtuali, esperienze performative, video-installazioni.

L’innovazione tecnologica, se interpretata creativamente dagli artisti e quindi se innestata in una poetica, può diventare innovazione linguistica ed espressiva.

Se si percorre a ritroso l’etimologia delle parole “arte” e “tecnica”, la si ritrova congiunta nel termine greco “techne”, dove appunto l’elemento tecnico si coniugava a quello espressivo. La separazione terminologica e anche sostanziale che è avvenuta, in seguito, tra i due elementi è deviante se si considera il processo concreto del fare artistico, caratterizzato sia dalla creatività, sia dalla tecnica.

L’innovazione tecnologica portata dalle arti digitali contiene in sé elementi di continuità con la tradizione ma anche elementi di discontinuità.

Nel mondo delle arti visive ci sono opinioni differenti riguardo all’uso delle nuove tecnologie, da un lato c’è un comportamento enfatico, una sorta di inseguimento all’innovazione della tecnologia, quasi a suggerire una coincidenza della novità di un’opera con la novità della tecnica. In questa prospettiva l’innovazione tecnologica assume un plusvalore di sorpresa, di effetto spettacolare, capace di per sé di suscitare l’interesse del pubblico e della critica.

L’atteggiamento opposto è quello di un forte pregiudizio nei confronti di tale innovazione, applicata in ambito artistico: la trasformazione del sistema di operare dell’artista che utilizza le nuove tecnologie è giudicata a priori come uno snaturamento, una perdita di sensibilità.

I torti, ma anche le ragioni di entrambi questi atteggiamenti spingono a preferire una terza via dove l’arte non è intimorita dalle nuove tecnologie, ma gioca con esse per cercare da questi rinnovati linguaggi possibilità inesplorate, tentare di assemblarli in modo nuovo, creare combinazioni complicate e ricche come lo è il pensiero.

La nascita di un fenomeno così variegato e difficilmente classificabile è da ricercare in diversi artisti, nelle atmosfere di sperimentazione, in correnti o movimenti grandi o piccoli che hanno operato nel corso degli ultimi decenni. Se si analizza la storia della computer-art si comprende come è avvenuta quella svolta tecnologica che ha causato un così grande interesse negli artisti: nell’arco di vent’anni il computer ha dimostrato di poter permettere molto di più di quello che si poteva intuire quando è comparso sulla scena delle nuove tecnologie.

Alla base di queste possibilità ci sono i programmi, dei software complessi, elaborati da ingegneri informatici, anche sulla base dei presupposti estetici suggeriti dagli artisti.

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L’arte poi deve far dimenticare la tecnologia: dopo una fase iniziale in cui si descrivono e analizzano dispositivi, tecniche e linguaggi, si deve passare alla costruzione di riflessioni di tipo estetico.

Renato Barilli, critico e storico d’arte è stato tra i primi studiosi italiani a soffermare l’attenzione sul rapporto tra arte e tecnologia e, in particolare, tra arte e computer. Secondo Barilli questo rapporto molto importante deve nutrirsi di ragioni profonde, di vaste affinità, di sintonie capaci di coinvolgere il meglio di ciascuno dei due ambiti chiamati al confronto.

Gli artisti contemporanei che lavorano col digitale e che operano unendo diversi medium sono numerosi, tra di essi vorrei citarne solo alcuni, quelli che usano un metodo di lavoro simile al mio, cioè che utilizzano il mezzo pittorico e quello fotografico combinandoli tra loro. Maggie Taylor è una fotografa americana che usa una tecnica particolare per ottenere immagini dal fascino antico ma che, per la loro elaborazione tecnica, rimandano alle moderne tecnologie.

Nel 1996, dopo essersi dedicata per un decennio alla fotografia, inizia a sperimentare le infinite possibilità di manipolazione dell’immagine attraverso l’utilizzo di photoshop e diventando una vera e propria pioniera nella scoperta delle potenzialità tecniche ed espressive del mezzo digitale.

Questo processo la porta a creare un mondo immaginario, in cui “i frammenti del passato” (dagherrotipi dell’Ottocento, oggetti trovati nei mercatini d’antiquariato, antiche stampe e illustrazioni) sono ricomposti con la tecnica digitale, seguendo il filo di una poetica della meraviglia e dello stupore.

Cristopher Clark e Virginie Pougnaud, creano opere dall’atmosfera fiabesca: lei costruisce e dipinge con cura modellini e scenari, lui li fotografa e, forte di una perfetta padronanza nell’uso di photoshop, inserisce dei ritratti fotografici in questi fantasiosi scenari.

Nelle immagini-fiaba realizzate dai due artisti la pittura si intreccia giocosa con la fotografia e la narrazione appare sospesa e immobilizzata nel tempo.

Il risultato dei loro accurati interventi sono immagini dove l’ambiguità tra illusione e realtà ci riportano a un mondo immaginario, dove dominano l’inconscio e i ricordi dell’infanzia.

Dave McKean è un fumettista, illustratore, fotografo e regista britannico.

I suoi lavori sono caratterizzati dalla commistione di varie tecniche: disegno tradizionale, fotografia, collage, scultura e grafica.

E’ famoso per la sua lunga collaborazione, che continua tuttora, con lo scrittore Neil Gaiman. Il tratto spigoloso delle matite di Dave McKean si impreziosisce con il continuo sovrapporsi delle elaborazioni al computer, che costituiscono talvolta gli sfondi, in altri casi entrano direttamente nel disegno senza mai appesantirlo.

Le tonalità usate dall’artista sono calde, per ottenere immagini caratterizzate da un forte senso surreale e irreale.

Recentemente ha illustrato il libro Il giorno che scambiai mio padre con due pesci rossi di Neil Gaiman, a metà fra un fumetto e un libro illustrato.

Il testo è surreale e affascinante, i disegni sono realizzati attraverso un mix di collage e di disegni a pennino. Anche in alcuni dei miei lavori uso i programmi di elaborazione digitale dell’immagine, soprattutto photoshop per creare dei collages digitali in cui unisco la mia pittura con le mie fotografie in una sorta di dialogo e di intreccio tra medium differenti per ottenere delle immagini suggestive e sospese nel tempo.

Lidiart

27/04/2016, Lidia Borella

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