Senza titolo (Ovvero: Volo aereo notturno) (IX) Romanzo

di Antimo Mascaretti

Babele. Le lingue si confondono e si accavallano le ragioni che portano ad un concitato discutere. Nonostante l’uso dell’inglese, non c’è più alcun desiderio di intendersi.

Che fine hanno fatto i quadri? I quadri di Teufel intendo, quelle opere di cui nessuno sa dirmi nulla. Mentre mi pongo queste domande vedo in un servizio televisivo l’invasione in diretta. A migliaia sbarcano ovunque e si diffondono in ogni direzione come formiche giganti, allo stesso modo di un’epidemia di altre epoche, inarrestabile, senza rimedio.

Senza alcun rumore o protesta, si sentono solo le voci imbarazzate che ostentano convinzioni che non hanno, di coloro che ci hanno gettato in questa ultima impresa fatale, truffaldina e sciocca. Costoro sperano che questa follia, di cui non sanno più controllare gli esiti, passi senza che la gente anestetizzata profondamente da morali senza logica e fondamento, si svegli alla fine, e reagisca.

Il barcone Italia finirà per rovesciarsi anch’esso per affondare inesorabilmente. Gesuiti finti ingenui, vecchi democristiani mai pentiti e nuovi furbi, delinquenti, sinistri improbabili e destri elegantissimi con nuove camice nere griffate in bella mostra su panfili di lusso, demagoghi, froci ovunque, pardon gay, zingari come cavallette fameliche, puttane senza controllo, ladroni senza croce, cantanti, omosex, bisex, transex, fotografi galeotti, attori profittatori, preti neri e bianchi, in vena di pubblicità, sfruttatori, terroristi veri e di paccottiglia, pedofili in abito talare e senza, lupi famelici e cappuccette rosse senza mutande stipendiate da satiri con piede caprino, giudici che temono il Giudizio Universale per le malefatte, occupanti di case altrui, di diritti altrui, di idee altrui, inventori di partiti che tengono il congresso nazionale in una cinquecento, magari modello L, e neri ancora, arabi, palestinesi, siriani, slavi di ogni etnia, sudamericani continentali ed insulari, tutti, finalmente saranno accolti con gioia, in quell’abisso che hanno contribuito a spalancare sotto i nostri piedi, minimizzandone il pericolo, predicando una società multirazziale dove vivere rintanati in casa con inferriate alle finestre come condannati all’ergastolo è il massimo di felicità consentita. –E così sia- dico tra me, mentre la stanchezza si rivela con il pulsare delle meningi come sotto un gran sole africano.

Non vedo volentieri nessuno da un anno a questa parte. Ho necessità di rimanere nel mio mondo, non posso permettermi distrazioni. Il mio lavoro che è anche il mio cruccio, non lo consente. A volte mi rammarico di essermi fatto prendere la mano da quelle curiosità attorno alla figura e all’opera di Teufel e vorrei non fosse mai accaduto. Ormai la grande ruota del tempo è tornata a girare a ritroso e tante informazioni mi arriveranno da un passato ormai quasi centenario senza che io possa non tenerne conto. Ciò che da molti anni sono arrivato a pensare dell’arte del Novecento, mi appare ora, sia pure con vaghi rimandi, in linea con le ricerche che conduco. C’è un filo sottile che lega il tutto e che spero ardentemente mi consentirà di arrivare ad una conoscenza autentica, ad una illuminazione.

Oggi è un giorno paradisiaco. Disteso sui gradini della scalinata della casa di campagna mi lascio trasportare sull’onda invisibile del silenzio. In questo luogo avevo intenzione di attrezzare, quattro anni fa, il mio studio estivo. Poi, dopo un primo furto, quando lo studio era ancora del tutto vuoto, constatato che il luogo non è protetto abbastanza (ma quale luogo lo è, in questo disgraziato Paese, oggi?), ho abbandonato il progetto. Già, il pensiero va alla famosa libertà riconquistata… altra mistificazione di gente in preda ad una ideologia letale. In realtà siamo ostaggi di chiunque, e da qualunque punto di vista, economico, artistico, politico, persino il vecchio credo religioso, penoso come una vecchia favola per bambini, riesce tuttavia ancora a riempire gli stadi per un gesuita molto accorto che cura un’ottima regia. Ciò testimonia che siamo ridotti alla speranza quia absurdum…

Arno ha svolto importanti ricerche presso la nipote di Maria Wirth che pare, sia stata veramente assistente per molti anni della ballerina e coreografa Mary Wigmann. Durante il secondo conflitto mondiale, visse per qualche anno sul lago di Costanza ed infine, si trasferì in Italia. Lavorò con difficoltà durante gli anni di guerra, prima a Firenze e quindi definitivamente pare, ad Urbino, fino alla morte.

“Questa notizia mi sorprende non poco”

“Già, immagino –sussurra Gisela, con un sorriso ironico che riesco ad intuire al telefono-

“Si potrebbe dire: ad un passo da casa tua!”

“Pare sia morta attorno agli anni ’70 del secolo scorso, la nipote ha mantenuto la sua casa nel Montefeltro, dove si reca in vacanza, non spesso, ma almeno una volta l’anno, di solito nella bella stagione.”

“La signora Martine Schultz non sa nulla delle faccende che ci interessano, come testimonia la lettera che ora è in mano tua, circa i rapporti di sua zia con Teufel, che anzi, non ha mai sentito nominare.”

“Afferma però, che ad Urbino sua zia ha lasciato una sorta di archivio storico di lavoro, degli anni tedeschi e quelli successivi in Svizzera e poi in Italia. Testi dei suoi anni di insegnamento, e altro materiale. Non è affatto escluso che in tante testimonianze, giornali d’epoca, scritti, libri, documenti di varia natura, si possano reperire informazioni a noi utili.

“Lei, confessa candidamente, non ha mai trovato il tempo, in quasi cinquanta anni, di mettere un po’ d’ordine in quel tesoretto di documenti che è rimasto praticamente come la zia lo ha lasciato e del tutto ignoto”.

“Abbiamo dunque tanto e ben poco” –mi viene da dire –

“Forse no” – Gisela sembra divertita dalle fortunate circostanze che sta per riferirmi-

“La signora Martine che nel frattempo deve essersi informata da amici comuni sulla serietà di Arno, si è offerta di permetterti di visionare il materiale. Lei non potrà essere presente a breve ad Urbino, però, se ti interessa, può ospitarti a casa sua in sua assenza. Certa che la cosa potrebbe interessarti, ha a questo proposito, avvertito un tale, un certo professore che abita l’appartamento sotto il suo e che per amicizia, cura la manutenzione dell’abitazione”.

“Quindi, se riesci a schiodarti dal tuo eremo…”

“Puoi tentare, ma ti avverto non sarà cosa facile, tutto il materiale è ammucchiato senza alcun criterio e ci vorrà del tempo”.

“Il tempo ormai, per me non ha più la valenza di ossessione come una volta” –osservo –

“Ha valore, ha riconquistato un immenso valore proprio perché, all’apparenza, non è più legato ad impegni e scadenze non rinviabili”.

“Gisela, la signora Martine ti ha dato l’indirizzo della sua casa ad Urbino?”

“Certo, si trova nel borgo Mercatale, in via Mazzini n… Pensavo, se ti fa piacere, di venire anch’io ad Urbino per qualche tempo, d’altra parte ti occorrerà una persona che ti aiuti con il tedesco dei documenti…”

“Ne sarei ben lieto, ci stavo pensando ma dopo tanto disturbo, non osavo proportelo”.

“Bene, mi organizzo e poi ti richiamo per accordarci sui dettagli tra qualche giorno”.

Urbino che per me è al massimo del suo splendore nella stagione autunnale, spero riesca, anche se è primavera, ad alleviarmi quel malessere che da un decennio almeno, e senza pause, mi rende la vita una sottile sofferenza ingiustificata, un male di cui farei volentieri a meno.

In compagnia delle lettere di Teufel, attraverso le sue considerazioni, mi è cresciuto il desiderio di poter vedere almeno alcune delle sue opere, ma a meno di novità del tutto inaspettate, credo che il mio desiderio sia destinato a restare inappagato.

La cenere del vulcano tempo, il più attivo, continua a spargersi sopra gli anni. Cose ed esseri viventi, tutti indistintamente, prima o poi, saremo raggelati, in una qualche faccenda quotidiana, per l’eternità, come a Pompei quegli esseri simili a sculture sorpresi una notte dal magma bollente e lapilli accecanti.

Ciò che il tempo distrugge nel suo fuoco con più rapidità sono le passioni, le lettere, i libri…penso, nell’aprire il trumeau-libreria seicentesco, di proprietà della gentilissima Martine che con grande generosità, mi ha messo a disposizione la sua casa. I vecchi volumi sono appartenuti certamente alla zia, danno l’idea di non essere stati più aperti da decenni così che, le grandi verità, innumerevoli, d’ogni campo dello scibile, sono rimaste racchiuse nel limbo silenzioso di quel legno profumato di resina, in balia della polvere.

Arriva il momento nella vita, in cui le speculazioni, gli ardimenti scientifici, ed ancor più le circumnavigazioni fantastiche dei filosofi, vengono a nuotare nel mare dell’indifferenza amara di chi vede, sempre più chiara, l’unica odiosa verità inoppugnabile: quella della fine.

I miei libri sono sparsi in stanze di diverse case. Raccolti in anni ed anni di passioni, giacciono ora nello studio, a casa dove vivo, nella casa di campagna. Sembra che mano a mano che diventano a me estranei, si alimenti contemporaneamente in me il desiderio della loro lontananza. La mia passione di bibliofilo si è venuta spegnendo con altre passioni. Tutte, non hanno retto lo scontro nell’arena degli anni, ora continuare ad acquistare libri è solo una inveterata abitudine più che un desiderio di scoperte allettanti.

Non c’è “nuovo” in nessuna esistenza. E’ mutata forse, la presunzione dell’essere convinti che un po’ di tecnologia o qualche anno in più, strappato da un farmaco possa fare qualche differenza, in qualche maniera modificare la vita, se pure fosse vero, non modificherebbe la morte, di fronte alla quale ogni tecnologia si azzittisce d’improvviso e rimane impotente.

Sono arrivato per primo nella casa di via Mazzini, e mi muovo silenzioso per le stanze, ancora con le finestre chiuse.

All’esterno, l’appartamento è situato in un edificio color giallo antico che risale di certo ai primi anni del Novecento. Sotto, al primo piano, proprietario del magnifico terrazzo, centrale all’edificio, in ferro battuto nero, stupendo in questa stagione per la varietà dei fiori e le loro forme, abita il professor Aleppe, che mi ha gentilmente dato la chiave dell’appartamento. Per la verità, mi ha anche accompagnato al piano di sopra, parlando, nel salire lentamente le scale, della signora Schultz e della comune passione per i fiori che, a suo dire, hanno la proprietà di donare serenità in ogni stagione dell’anno e della vita.

Il professore è vicino ai settanta anni forse di più di quanto sembri a prima vista, ha capelli brizzolati, dove il bianco però domina decisamente, porta occhiali di metallo e veste un abito scuro che non appare privo di pregio nel tessuto.

Mi racconta che ha insegnato per molti anni, inutilmente, – aggiunge con rammarico- all’Accademia di Belle Arti, e poi alla Scuola di Incisione, orgoglio della città, dove ha potuto conoscere importanti artisti venuti appositamente ad Urbino per apprendere quella difficile tecnica oggi non molto in voga, purtroppo, e dei quali ha vividi ricordi.

Dico al professore che attendo l’arrivo di Gisela, previsto per domani, con un volo da Monaco a Roma.

“Non si preoccupi, potete fare come volete, io certamente non vi disturberò”.

“La signora Martine mi ha accennato che avete intenzione di riordinare l’archivio della vecchia zia. Certo, non sarà lavoro agevole.”

“Per la verità-mi viene da precisare- sto effettuando una ricerca su un pittore tedesco attivo nella prima metà del Novecento e di cui si conosce ben poco, non avrei certo il tempo necessario per mettere ordine ad un archivio, queste sono faccende da giovani ricercatori”.

“I giovani hanno tempo sufficiente per avere abbastanza curiosità di ciò ch’è sepolto dalla polvere”

“E’ verissimo” –sorride il professore con ironia-

“Dopo, un certo limite, segreto per ogni uomo, e sempre mutevole, e che si rivela allo stesso interessato nel momento in cui lo oltrepassa, dopo dicevo, non rimane che la vivacità della natura che ci invita a guardare senza rimpianti e speranze, a rassegnarci di poter essere ancora felicemente saturi del turgore di una rosa ad esempio, del mistero architettonico di un iris, senza chiedere più il perché della bellezza, limitandoci a riceverne il brivido nel momento in cui si manifesta”

“E l’arte?”

“L’arte, riprende il professore, mantiene il suo mistero velato, lei che è un pittore dovrebbe ben saperlo…”

“Così nel tempo, il nostro camminare diventa difficoltoso, mentre al di là degli occhi, dietro gli occhi, nello sguardo aperto degli occhi dipinti dalla mano dell’Angelo, il desiderio rimane come a vent’anni, indifferente all’invecchiare, rimane la stessa ironia, la stessa invincibile voglia di superare la soglia per entrare nella verità, nell’enigma di pochi per pochi, in ogni secolo”

“Ma si resta irrimediabilmente sulla soglia”

“Già,- ironizza il professore discendendo le scale-

“La soglia, il limite, finis terrae. C’è solo il limite immaginato in realtà, il resto non è che vago sognare”

“Diciamo,-riprende con enfasi e un tono di voce più forte per farsi bene udire- una musica di accompagnamento, che ognuno sente come più gli aggrada, insomma, solo gusti musicali, un sopraffino niente”.

Il professore ride con gusto, mentre si ode il secco scattare della serratura, e poi il timbro pesante del portone che si chiude.

(continua)

04/06/2018, Antimo Mascaretti

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