TECNICHE DI RISVEGLIO PER ATHENA (X)

di Antimo Mascaretti

( continua…)

Danto nelle sue analisi cita opere ed artisti, ma pochissimi sono i riferimenti alla realtà storica di quegli anni presi in considerazione, ma è lecito pensare, attingendo alla biografia di Wharol e alla sua “filosofia”, che la parola “arte” servisse per trovare il modo di arricchire velocemente e ciò potrebbe essere un motivo convincente anche per continuare a presentare “ogni cosa che si è deciso sia arte”, sotto il magico influsso di quel termine, il gonzo che si avvicina al mercato evidentemente ne ha necessità e lo esige.

Nella filosofia dell’arte di Danto, molto fumosa e di fatto concettualmente inutilizzabile, saremmo costretti a “bollire” eternamente nel brodo della vasta teoria del postmoderno, rifiutata e confutata quella teoria della contemporaneità, rimane ben poco di chiaro e veramente importante, tranne forse una sorta di testimonianza storica dell’aridità di certe filosofie analitiche.

Allorché l’arte può propriamente essere qualunque cosa, inevitabilmente ci si orienta, a mano a mano che si perde la certezza del significato di arte, verso una generale affermazione della decorazione che nella estetizzazione globale progressiva di ogni aspetto della vita, ha finito per conferire rilevanza alla forma esteriore della merce per la sua commercializzazione.

Il design può anche essere letto in questa prospettiva di sviluppo storico, là dove la stilizzazione dell’oggetto o dell’involucro non è mai in funzione puramente utilitaria, ma subalterna quest’ultima finalità dell’oggetto a quella della “decorazione seducente”.

Per chi continua a ritenere che la parola arte debba avere un significato delimitante una particolare forma di conoscenza, non c’è rischio di confusione. Al contrario, senza una specificazione identificante, “arte” diviene “tutto ciò che si espone”, dunque anche la semplice merce, come di fatto, da Wharol in poi, è avvenuto.

La riduzione di arte a merce consente nella coscienza contemporanea, l’equivalenza senza traumi di merce elevata ad arte, che non sembra potersi definire una rivoluzione in positivo. Nemmeno l’eliminazione delle distanze tra arte colta e arte popolare mi appare come una conquista, ma è evidente che in una società fortemente conservatrice come quella degli Stati Uniti, si preferiscono concessioni come appunto “l’innalzamento” ad arte di espressioni di disagio ed emarginazione, piuttosto che agire con una politica accorta tendente all’eliminazione delle differenze culturali che lungi da “caratterizzare”, ghettizzano comportamenti e modi di vita di minoranze. Un esempio di arte popolare molto in voga è il “rap”, che a mio avviso rimane una musica elementare e primitiva, con testi anche ripetitivi ed insignificanti, molto distante da espressioni musicali ben più complesse che le minoranze esprimenti il rap non sono messe in condizione (culturale ed esistenziale), di capire ed apprezzare (altro che rivoluzione!).

E’ quantomeno curioso dover constatare la crescita della notorietà di Danto e la diffusione dei suoi lavori è progressivamente aumentata negli ultimi decenni parallelamente con il decadere di quelle espressioni artistiche come la pop art, che hanno incarnato il fulcro di quelle teorie, ma non è cambiata l’atmosfera generale, delle espressioni artistiche dell’arte contemporanea che, quali derive del postmoderno, divengono sempre più una sorta di manierismo senza sbocco.

Un altro testo significativo che raccoglie alcuni saggi e articoli di Danto, è stato edito di recente (2010) col titolo: “Oltre il brillo box. Il mondo dell’arte dopo la fine della storia”, dove non c’è molto di nuovo rispetto ai testi già noti del filosofo americano, in particolare viene ribadito il concetto che le ragioni in grado di conferire ad un oggetto la qualifica di opera d’arte, distinguendolo dall’essere semplice oggetto magari identico a quello definito arte, si trovano all’interno del “mondo dell’arte costituito istituzionalmente”.

Il pensiero di Danto permette una lettura sia pure a posteriori, più aderente alle espressioni di arte contemporanea anche degli ultimi tempi, ma esse in concreto si muovono nel circolo chiuso della citazione, dell’intrattenimento, dell’ironia, nell’attraversamento arbitrario di vecchie teorie storiche delle prime avanguardie degli albori del secolo XX°. Insomma cose nuove dei primi del ‘900…

Su un altro versante, più estremo, assistiamo ad un aumento di espressioni di arte definita “disturbante” (mirate cioè a provocare uno shock, nell’ osservatore/spettatore).

La filosofia dell’arte, anzi della “fine dell’arte”, come lo stesso Danto ha intitolato un suo saggio, è legittimata da una lettura hegeliana a mio avviso piuttosto deformante.

Certo, in Hegel (Estetica), si trovano affermazioni decisive che possono essere interpretate a vario titolo:

“…Si tratta invece dell’effetto e del progredire dell’arte stessa che, portando ad intuizione oggettiva la materia in lei immanente, contribuisce, man mano che progredisce per questa via, a liberare se stessa dal contenuto rappresentato….L’essere legati ad un contenuto particolare e ad un modo di rappresentazione adatto esclusivamente a questa materia costituisce per gli artisti odierni qualcosa di passato, cosicché l’arte è divenuta un libero strumento che l’artista può maneggiare uniformemente secondo la misura della sua abilità soggettiva nei riguardi di ogni contenuto, di qualsiasi genere esso sia(…)”.

Ma Hegel scrive anche : “… ogni materia può essergli indifferente, purché non contraddica alla legge formale di essere in generale bella e capace di essere trattata artisticamente (…) e ancora: “Questo è un contenuto che non rimane artisticamente determinato in sé e per sé, ma affida all’invenzione arbitraria la determinatezza del contenuto e del configurare; e pur tuttavia non esclude nessun interesse, poiché l’arte non ha più bisogno di rappresentare solo ciò che è assolutamente a proprio agio in una sola delle sue fasi determinate, ma tutto ciò in cui l’ uomo ha in generale la capacità di sentirsi a suo agio”.

Ma troviamo più avanti: “L’ apparire e l’operare di ciò che è immortalmente umano nel suo più vario significato e nel suo infinito configurarsi, è ciò che entro questo quadro di situazioni e sentimenti umani può ora costituire il contenuto assoluto della nostra arte”.

Il ricorrere a fonti autorevoli a “puntello” delle proprie teorie, è un vezzo a cui molti studiosi ricorrono. Oltre allo Hegel, ci sono in proposito, altre due “acquasantiere” (oggetto e teorie in cui tutti mettono le mani), del ‘900: l’opera di Benjamin, e quella soprattutto di Nietzsche.

(Continua)

15/05/2017, Antimo Mascaretti

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