TECNICHE DI RISVEGLIO PER ATHENA (XXVI)

di Antimo Mascaretti

( continua…)

Nel concetto che ogni epoca ha la “sua” arte, traspare una concezione evoluzionistica dell’arte come ci si poteva aspettare negli anni in cui quel motto venne concepito.

A giudicare oggi, è ben difficile definire il concetto di “epoca” e la sua durata, ancora più difficile è concepire un’idea dell’arte che aderisca ai principi dominanti un certo periodo storico.

Sono state proprio le avanguardie storiche a “distanziare” l’epoca dall’arte più innovativa, lo stesso termine militare di avanguardia lo testimonia.

Quindi oggi si può meglio dire: ogni epoca ha la sua arte che però viene riconosciuta come tale in una o più epoche successive.

Siamo come si vede, nel vago e non potrebbe essere diversamente perché una data epoca contiene espressioni d’arte diverse ed egualmente valide fino a rendere impossibile l’identificazione dell’espressione più adeguata almeno in apparenza, ai principi che permettono di caratterizzare un periodo storico.

L’epoca forse più caratterizzata da una forma d’arte potente e trascinante, è certamente il periodo di fine ottocento con l’affermazione dell’impressionismo nelle declinazioni più diverse dei suoi artisti più importanti, ma a guardar bene, sono più o meno gli stessi anni della Secessione viennese e le opere di quel movimento sono ben altra cosa rispetto all’impressionismo!

E’ forse meglio dire dunque, che ogni epoca storica vede il fiorire di diverse espressioni artistiche, alcune più innovative altre più importanti per il talento oggettivo degli artisti che le producono e che non necessariamente debbono appartenere alla schiera dei più innovatori.

Se infine, dovessimo prestar fede alle teorizzazioni del postmoderno, tutto questo non avrebbe più senso per noi oggi che viviamo un’epoca necessariamente impossibilitata ad andare oltre la rivisitazione del già accaduto. Teoria che come ho già scritto, mi appare come una sciocchezza senza limiti.

E’ ancora riscontrabile un’arte quale “esperienza religiosa” nelle espressioni estetiche del nostro tempo?

Il nichilismo ha corroso i punti cardine della civiltà occidentale quasi fosse un acido devastante dissimulato tra ottimismi ostentati, scientifici, sociologici, politici, e di ogni genere, tutti purtroppo, infondati.

Se guardo indietro, ciò che quaranta/cinquanta anni fa non era neppure ipotizzabile per il progredire della barbarie, oggi è già avvenuto e metabolizzato.

L’arte non ha resistito alla tentazione del dominio tramite il denaro ed ha liquidato, senza alcun rimpianto, tutta la sua tradizione e l’autentica potenzialità di mutamento.

Curiosamente, in un contesto così desolante, a volte qualcuno tenta interpretazioni di opere e artisti in chiave di ricerca religiosa.

Questo, a dire il vero, mi lascia molto perplesso, anche quando si tratti di artisti ormai storicizzati come nel caso di Mark Rothko, tra i più noti artisti della “maniera americana” come io chiamo la cosiddetta “scuola di New York”.

Di origine ebraica, Rothko, a voler dar credito ai suoi scritti, sembrerebbe convinto di esprimere in maniera efficace l’esperienza religiosa nelle sue opere, in particolare in quelle dell’ultimo ventennio della sua produzione artistica.

Scrive Rothko:

“Non mi interessano i rapporti di colore, di forma o di qualsiasi cosa…Mi interessa soltanto esprimere emozioni umane fondamentali – la tragedia, l’estasi, il destino e così via – e il fatto che molte persone non riescano a trattenere le lacrime di fronte ai miei quadri prova che io sono in sintonia con quelle emozioni umane fondamentali. Le persone che piangono davanti ai miei quadri vivono la stessa esperienza religiosa che ho vissuto io dipingendoli. E se tu, come dici, rimani colpito soltanto dai rapporti di colore, vuol dire che non hai colto l’essenziale!”

Rothko sia detto per inciso, è stato uno di quegli artisti mitizzati dal mercato, naturalmente tutto ciò che è edificante e può aiutare le quotazioni a lievita ulteriormente è visto dagli speculatori molto favorevolmente (anche oggi che le aggiudicazioni in asta sono già stratosferiche), magari anche la lettura delle opere degli ultimi venti anni come esperienza mistica.

A guardare le enormi tele di Rothko, con il colore steso uno sull’altro con le pennellesse, viene in mente inizialmente il fondamentale “Io sono quello che sono” della cultura ebraica, cioè il tentativo di dar forma all’inesprimibile a parole, e questo renderebbe la lettura in chiave religiosa molto aderente, ma le opere sono come prove di colore che un imbianchino esegue prima di scegliere la tinta definitiva per i muri di una casa, prove ripetute una sopra l’altra, col risultato di trasparenze esigue di colori nascosti e come seppelliti da quello steso successivamente. Il tutto su pannelli di grandissime dimensioni o comunque di dimensioni notevoli. Due avvenimenti nella carriera di Rothko possono essere significativi al riguardo di una lettura in senso mistico del suo lavoro: il primo riguarda la realizzazione di alcuni pannelli decorativi per un noto ristorante di New York, il “Four Seasons”, che l’artista alla fine, non riteneva collocazione degna per il suo lavoro, il secondo, la possibilità di realizzare, su commissione del coniugi De Mènil di Houston, proprio in quella città, una sorta di cappella laica che avrebbe ospitato un numero notevole dei suoi monumentali lavori.

La cappella venne realizzata nel 1971 e fu aperta con una solennità inusitata. Parteciparono esponenti di tutte le religioni e da quel momento la lettura mistica delle opere di questo famosissimo artista proseguì fino ad arrivare ad oggi.

Resta il fatto che di fronte a pannelli senza alcun riferimento figurato, pannelli che mostrano solo colore steso in maniera piatta ed uniforme, è difficile spingersi a dire, come qualcuno ha fatto, che: “essi rappresentano la più efficace arte religiosa del ‘900, là dove le espressioni della religiosità tradizionale cominciarono a mostrarsi fiacche e retoriche”.

Io rimango molto scettico al cospetto di opere di questo tipo e la lettura mistica mi pare un che di aggiunto astutamente, opera di critici interessati ad argomenti molto più materiali…ma si sa, io sono molto scettico!

A mio parere, ad ogni buon conto, può darsi che Rothko nelle sue opere abbia cercato il divino, ma a giudicare dalle sensazioni che io provo davanti alle sue realizzazioni, posso pensare che, arrivato alla casa di Dio, deve aver trovato chiuso.

Può dirci due parole conclusive su questo “dialogo”?

Ho trattato in questo dialogo filosofico/estetico, per quanto possibile attraverso un linguaggio privo di tecnicismi, argomenti che riguardano principalmente l’arte che io ritengo di estrema importanza.

Ne corso della stesura del testo mi sono reso conto che gli argomenti rilevanti sarebbero stati molti di più e tutti degni di trattazione, ma un allargamento del campo di indagine in questo contesto per più ragioni non sarebbe stato opportuno.

Ciò che mi preme è che da questo “dialogo” venga alla luce con sufficiente chiarezza, la mia poetica, essendo io propriamente un pittore e solo marginalmente e a modo mio, un estetologo o un “filosofo”.

Qualcuno potrebbe facilmente obiettare: “Perché trattare argomenti essenziali per l’arte nel suo modo di manifestarsi nella società contemporanea, in un dialogo filosofico/estetico dedicato ai soliti, soli cinquanta lettori? La risposta credo possa essere rintracciata nel considerare il mio modo di intendere e la filosofia dell’arte e l’estetica quali discipline “di sostegno” nella pratica pressoché quotidiana della pittura.

Ciò che si scrive trova, prima o poi, fortuitamente o per espresso volere, qualche lettore. L’esigenza di comunicare le mie convinzioni su ciò che è oggetto di queste pagine ad un numero di lettori molto ampio, non mi appartiene, perché sono molto consapevole che per loro natura, questi argomenti sono materia per specialisti e/o appassionati cultori, quindi un numero in ogni caso assai ristretto.

Il mio intento è quello di testimoniare con l’azione critica e soprattutto con la pratica dell’arte, un modo di affrontare queste questioni certamente agli antipodi di ciò che comunemente si può trovare nelle esposizioni, nei saggi, nei cataloghi d’arte e nelle riviste riguardanti l’arte contemporanea.

Mi sono reso conto che per un singolo di più non è possibile fare. Sono altresì cosciente che occorrerà molto tempo e una buona dose di fortuna, perché queste idee qui espresse possano essere lette e valutate alla luce di ciò che intanto sarà accaduto inevitabilmente.

Il tempo è tiranno e a volte, disinvolto sbeffeggiatore di filosofi. La tenuta nel tempo di questo dialogo e la sua utilità testimoniale, dipenderà senza dubbio, anche dalla mia pittura e dalla forza che avrà saputo esprimere contro il conformismo e l’assuefazione dominante.

Una poetica dichiarata serve a ben poco se non trova riscontro in lavori compiuti e convincenti. Solo le buone intenzioni in arte, non bastano.

Ciò che accadrà nel prossimo futuro, mi auguro permetta alle mie idee sull’arte di avere seguito e sviluppo in uomini liberi, capaci di una autonomia di pensiero che oggi francamente, non vedo nelle “colonie” come il nostro Paese.

Affrontando ogni argomento ho inteso parlare della mia pittura, anche quando essa non viene esplicitamente menzionata, perché è solo dalla mia esperienza pratica che prende avvio ogni riflessione.

Probabilmente ho trattato in maniera non molto estesa ciò che è il nucleo centrale della mia ricerca espresso nei diversi cicli realizzati, ma trattandosi di un lavoro teorico non avrei potuto agire diversamente.

Le opere, non dimentichiamolo mai, sono la materia prima ed imprescindibile dell’arte, esse necessitano tuttavia, di essere osservate e studiate(possibilmente dal vivo), con lo strumento dell’intelletto (cui pertiene la teoria) ma soprattutto con l’immaginazione che sola permette di ottenere quella particolare forma di conoscenza che unicamente l’esperienza artistica consente.

Io affronto con questo libretto, allo stesso modo di una piccola imbarcazione solitaria che navighi contro corrente, flotte sterminate di corazzate del pensiero unico, allestite da enormi interessi mercantili e da sottili strategie di marketing delle più importanti gallerie al mondo.

Il mio non è di più di un messaggio nella bottiglia, e lo affido ai sommovimenti della storia e alle profondità insondabili del fato e dello spirito del tempo.

Mi auguro tuttavia, che possa arrivare un giorno, nelle mani di quanti vorranno studiare l’arte di questo tempo, prima di tutto attraverso le opere, andando ben al di là della apparenze mendaci delle ideologie e delle mercenarie valutazioni.

A coloro che senza pregiudizi, vorranno collocare, nella babele dei linguaggi di voci ed espressioni artistiche, al giusto posto la mia ricerca che lungi da essere inconsapevole manifestazione di un irrimediabile pensiero legato ad una visione tardiva e anacronistica dell’arte e delle sue problematiche, è al contrario, consapevolissimo atto e scelta di resistenza (mia e dei pochi coraggiosi che molti vantaggi avrebbero potuto avere semplicemente “seguendo la corrente”, che ben più facile rende la vita e le occasioni di notorietà evanescente anche a chi non ha veri meriti), in favore di una concezione dell’arte che, in opposizione alle teorie dominanti, tenta una continuità non priva di problematiche e di difficoltà, con la più nobile tradizione italiana ed europea, questo dialogo filosofico/estetico, nato per iniziare a correggere le storture di una visione a senso unico dello stato dell’arte e della pittura in particolare, in questo Paese, è espressamente dedicato.

“Etica ed estetica sono tutt’uno” scrive Wittgenstein, io non ne sono affatto convinto, ma facciamo in modo che questa affermazione abbia un senso concreto, ciò che è bene, non potrà che essere anche vero e bello (pur sempre nella relatività del tutto di leopardiana memoria).

(FINE)

18/09/2017, Antimo Mascaretti

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